Allonsanfan

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Un film di Paolo Taviani, Vittorio Taviani. Con Marcello Mastroianni, Lea Massari, Mimsy Farmer, Laura Betti, Claudio Cassinelli.
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Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 115 min. - Italia 1974. MYMONETRO Allonsanfan * * * - - valutazione media: 3,29 su 9 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Pagine di storia rinfrescate che prendono quota. Valutazione 4 stelle su cinque

di GreatSteven


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giovedý 10 agosto 2017

 

ALLòNSANFAN (IT, 1974) diretto da PAOLO & VITTORIO TAVIANI. Interpretato da MARCELLO MASTROIANNI, LEA MASSARI, MIMSY FARMER, LAURA BETTI, CLAUDIO CASSINELLI, BENJAMIN LEV, RENATO DE CARMINE, STANKO MOLNAR, LUISA DE SANTIS, BIAGIO PELLIGRA, BRUNO CIRINO

Nel 1816, dopo la caduta di Napoleone, il congresso di Vienna dà avvio alla Restaurazione e tutti i re europei riacquistano i legittimi troni. Fulvio Imbriani, patrizio lombardo, aveva prestato servizio nei giacobini ed era stato ufficiale sotto gli ordini di Bonaparte. Dopo aver dedicato l’intera vita all’importanza della rivoluzione, ritorna alla casa paterna al termine di un’assenza ventennale. Ammalato e travestito, riscopre la famiglia, la gioia di vivere e l’affetto di un figlio. Viene raggiunto da Charlotte, la sua compagna, che lo supplica di riprendere la lotta assieme alla compagine rivoluzionaria. Per sbarazzarsi di loro, Fulvio li tradisce e insieme rinnega la causa di una minoranza combattiva e velleitaria, ma il suo atto sortisce un ben mesto effetto: si rivela inutile poiché l’aristocratico viene travolto in una missione suicida nel Sud Italia. Debitori nei confronti di Visconti e modificatori consapevoli del melodramma, inteso in una rilettura analitica, i Taviani realizzano un film epico e al contempo intimista che respinge i dettami della narrazione canonica e permette loro di proseguire sulla scia della sinistra politica, raccontandola con gli occhi di un personaggio fedifrago che si oppone agli ideali per cui dapprima aveva combattuto alacremente in quanto non crede nell’utilità di una purchessia reazione armata. Di Allònsanfan, la Stampa scrisse che ha un’esattezza di segno che ricorda il pittore olandese Rembrandt quando guizzano bagliori carnevaleschi, e il paragone artistico ci sta, considerando la sontuosità dei costumi (Lina Nerli Taviani) che riportano indietro nel tempo e consentono di riassaporare un’epopea pre-risorgimentale di un’Italia ancora frammentata e dilaniata da conflitti intestini il cui unico alimento era l’astio intercorrente fra i popoli regionali. Il Los Angeles Times osservò che la pellicola in questione si differenzia assai dai capolavori dei Taviani quali Padre padrone e La notte di San Lorenzo, regalando al pubblico un Mastroianni in una delle sue più eccelse interpretazioni. In effetti, la prova che diede è davvero fuori dal comune: tratteggia un patriota deluso e rinnegato con una potenza espressiva commovente, alternando il pathos all’autocommiserazione e seguendo passo per passo la presa di coscienza sua propria interiore che contraddice man mano quella dei commilitoni e lo spinge a voltare faccia e cambiare bandiera quando essi hanno proprio più bisogno del suo supporto. II periodo storico della Restaurazione non ha mai goduto di un’eccessiva rappresentazione sul grande schermo, ma è un dato positivo che il cinema italiano, per mezzo soprattutto dei Taviani che da sempre sono attenti alla Storia, ne dia una lettura lucida e attenta esaminando i suoi aspetti più cavillosi e andando a cercare le motivazioni che spinsero regnanti e governati a scendere in campo su fazioni opposte. Poche scene di battaglie, un’inventiva colonna sonora di Ennio Morricone e numerose attrici donne che si distinguono per un puntiglio pulito ed educato, fra cui spicca un’ottima L. Massari, affiancata da una Betti misurata e da una Farmer sotto le righe, un terzetto femminile che agisce da contraltare bilanciate per la vivacità psicologica e il carisma arrendevole del personaggio principale. La guerra praticamente non si vede, ma si percepisce benissimo, e il finale tragico ne culmina la tensione con un’esecuzione che viene ripresa in maniera sublime e raccontata con fare toccante e unanime. È anche un racconto di formazione che fa perno sul voltagabbana di un uomo incattivito e ormai impermeabile alla dialettica della rivoluzione, sebbene si noti presto che i due fratelli riescano assai meglio a descrivere gli apogei della regressione che non i motivi politicizzati che si nascondono dietro la lotta organizzata dei partigiani italiani e francesi. Piuttosto disomogeneo, con parti opache e poco equilibrate che inframmezzano altre decisamente più graziose, ma è capace di dare un giudizio, azzardato ma veritiero, su un’era che segnò uno spartiacque clamoroso fra il passato – la dittatura, l’impero napoleonico, i fasti della rivoluzione, la deposizione dei tiranni, il Direttorio e il Consolato – e il presente, con la sua spiazzante incertezza e la traballante struttura che faticava a reggere su un filo molto delicato e instabile i nuovi Stati che venivano formandosi. Nuovi, poi, per modo di dire: restaurati, affinché ogni trono spettasse al sovrano originario del principato, del ducato, del marchesato, della nazione. In ogni caso, coi suoi pregi e difetti, rimane un gradino ineliminabile per chi voglia conoscere l’Ottocento vedendo un film ben fatto che dedica agli argomenti storici un giustissimo e meritato occhio di riguardo, diventando in tal senso una prova da dover affrontare senza ombra di dubbio.

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