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mauridal
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venerdì 2 ottobre 2026
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situazione grave ma poco seria
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Quando la scrittura di un film – la trama, la sceneggiatura, i dialoghi – presenta caratteristiche ben definite e riconoscibili, è possibile individuarne immediatamente l’impronta. In Serpenti la regia è di Roberto De Paolis, ma l’imprinting dell’intero racconto è quello dei fratelli D’Innocenzo, che questa volta firmano la sceneggiatura portandovi tutte le loro idee sulla condizione umana, fragile e, per alcuni personaggi, psicologicamente compromessa.
I protagonisti sono tre.
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Quando la scrittura di un film – la trama, la sceneggiatura, i dialoghi – presenta caratteristiche ben definite e riconoscibili, è possibile individuarne immediatamente l’impronta. In Serpenti la regia è di Roberto De Paolis, ma l’imprinting dell’intero racconto è quello dei fratelli D’Innocenzo, che questa volta firmano la sceneggiatura portandovi tutte le loro idee sulla condizione umana, fragile e, per alcuni personaggi, psicologicamente compromessa.
I protagonisti sono tre. Il principale è Paolo Marra, un uomo angosciato per aver commesso un uxoricidio, da lui stesso confessato. Troviamo poi il poliziotto del commissariato, un ispettore specializzato nei casi di rei confessi, e infine l’avvocato difensore d’ufficio, chiamato a difendere Marra dall’accusa di omicidio.
Tutti questi personaggi, però, si muovono in una dimensione sospesa tra realtà e fantasia, tra il grottesco e l’angoscioso. Il reo confesso Paolo Marra non viene né accusato né arrestato, perché l’apparato di polizia, e in particolare il poliziotto che lo interroga, non riesce ad accertare la verità dei fatti. L’uomo viene così lasciato in preda alla disperazione, impossibilitato a espiare la propria colpa di omicida.
Un personaggio tipico dell’universo dei fratelli D’Innocenzo è proprio l’ispettore di polizia, incapace e distratto da altre faccende, figura che richiama quanto già rappresentato in un’altra loro opera, Dostoevskij, dove emergeva una visione problematica dell’efficienza e dell’imparzialità della Polizia di Stato.
La situazione del colpevole che non riesce a essere accusato costituisce quasi un rovesciamento del Processo di Kafka e, per altri aspetti, richiama Delitto e castigo di Dostoevskij. La sceneggiatura rimanda dunque a personaggi e situazioni ben noti della letteratura mondiale. Qui, però, Paolo Marra è un uomo paranoico, ossessionato dal delitto e angosciato proprio dal mancato arresto e dall’impossibilità di espiare la propria colpa. Anche l’avvocato nominato d’ufficio dall’ispettore contribuisce alla dimensione grottesca del racconto. Non si limita ad ascoltare il suo assistito, ma si lancia in una sorta di diagnosi sui suoi sensi di colpa, che lo spingerebbero a volersi considerare necessariamente colpevole, senza escludere altre possibilità: magari Paolo è innocente e la responsabilità della morte è invece riconducibile alla stessa moglie. Tutto ciò rende il racconto meno cupo e, a tratti, più leggero. Infine compare un personaggio quasi interamente onirico: la cartomante. È lei a offrire a Paolo una propria interpretazione del delitto attraverso la lettura delle carte, ma soprattutto a convincerlo ad abbandonare il commissariato, dove continuava ad aspettare l’arresto, il processo e infine la pena.
La storia si chiude con un paradosso grottesco. Paolo Marra, deciso ormai ad andarsene, prende un autobus e viene fermato dai controllori perché sprovvisto di biglietto. Si ribella e reagisce e, questa volta, viene immediatamente arrestato dalla polizia e denunciato per violenza. Non è riuscito a farsi arrestare confessando un omicidio, ma finisce in manette per un banale controllo sull’autobus.
Questo stravagante finale conferma la visione della realtà che il regista e gli sceneggiatori hanno voluto proporre: una realtà sociale italiana grave e difficile, ma rappresentata attraverso un paradosso che finisce per renderla, in fondo, poco seria.
Ottime le interpretazioni di tutti gli attori, che sostengono il film: Leonardo Lidi nel ruolo di Paolo Marra, Alessandro Borghi in quello dell’ispettore, Pietro Castellitto nei panni dell’avvocato e Valeria Golino, incredibile nel ruolo della cartomante.
(Mauridal)
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mario m
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giovedì 24 settembre 2026
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vuoto e senza senso
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Non c'è trama, non c'è narrazione, non ci sono dialoghi. Non si può pretendere di fare un film grottesco e surreale semplicemente rovesciando una situazione: l'assassino reo confesso che non viene preso in considerazione dalle forze dell'ordine; e anche se pensano che sia un mitomane queste rimangono delle statue. Anche la fotografia è scarsa, peggio di quella di un cellulare.
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gabriella
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lunedì 21 settembre 2026
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l''inferno ? una sala d''attesa
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Il film di Roberto De Paolis è la versione capovolta del celebre romanzo "Il processo " di Kafka, dove il protagonista è un uomo innocente che viene improvvisamente arrestato e processato senza sapere di cosa sia accusato, mentre in " Serpenti"il protagonista è colpevole ( ha ucciso la moglie), che si presenta spontaneamente per confessare il delitto, ma la macchina burocratica rifiuta di processarlo e punirlo. Roberto Marra ( uno straniante ( Leonardo Lidi), si reca al commissariato per costituirsi, dopo un'attesa infinita, si trova davanti all'ispettore, ( un irresistibile, coatto, irriverente e comico Alessandro Borghi)un poliziotto pigro che incarna il distacco, l'arbitrarietà e il disinteresse della legge verso l'individuo, Il dialogo tra i due è la parte più riuscita del film perchè il meccanismo tragicomico rompe la pesantezza dell'incubo burocratico, E poi c'è l'avvocato d'ufficio ( un bravissimo Pietro Castellitto), il classico zelante della burocrazia, mentre Marra cerca una condanna per espiare la sua colpa, l'avvocato trasforma il reato in una disquisizione filosofica, soffocando la realtà dei fatti, sotto una montagna di parole e logorroici concetti astratti, E’ proprio questo contrasto, a sorreggere le parti migliori, da un lato l’assurdità della teoria filosofica, dall’altra la concretezza sbrigativa della strada, in entrambi i casi il protagonista si trova davanti un muro di gomma.
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Il film di Roberto De Paolis è la versione capovolta del celebre romanzo "Il processo " di Kafka, dove il protagonista è un uomo innocente che viene improvvisamente arrestato e processato senza sapere di cosa sia accusato, mentre in " Serpenti"il protagonista è colpevole ( ha ucciso la moglie), che si presenta spontaneamente per confessare il delitto, ma la macchina burocratica rifiuta di processarlo e punirlo. Roberto Marra ( uno straniante ( Leonardo Lidi), si reca al commissariato per costituirsi, dopo un'attesa infinita, si trova davanti all'ispettore, ( un irresistibile, coatto, irriverente e comico Alessandro Borghi)un poliziotto pigro che incarna il distacco, l'arbitrarietà e il disinteresse della legge verso l'individuo, Il dialogo tra i due è la parte più riuscita del film perchè il meccanismo tragicomico rompe la pesantezza dell'incubo burocratico, E poi c'è l'avvocato d'ufficio ( un bravissimo Pietro Castellitto), il classico zelante della burocrazia, mentre Marra cerca una condanna per espiare la sua colpa, l'avvocato trasforma il reato in una disquisizione filosofica, soffocando la realtà dei fatti, sotto una montagna di parole e logorroici concetti astratti, E’ proprio questo contrasto, a sorreggere le parti migliori, da un lato l’assurdità della teoria filosofica, dall’altra la concretezza sbrigativa della strada, in entrambi i casi il protagonista si trova davanti un muro di gomma. La scena con Valeria Golino a mio avviso , momento centrale della deriva del protagonista, appare un po' stiracchiata, , quando la digresssione si prolunga troppo, il rischio è che lo spettatore perda l’aggancio emotivo con la frustrazione del protagonista, Sotto la superficie della commedia grottesca e dell’assurdità burocratica, c’è una critica sociale nerissima, il sistema, rappresentato dalle leggi, , dai cavilli legali, dal disincanto delle forze dell’ordine, , così ripiegato su sé stesso di dimenticarsi dell’aspetto più importante, la vittima, dettaglio irrilevante, pretesto per attivare una macchina sterile che non produce giustizia..E’ un paradosso atroce, il colpevole vuole disperatamente pagare per restituire dignità a una vita spezzata , ma la società gli risponde che quel dolore non ha un valore pratico. La scenografia fa un lavoro significativo per staccare la vicenda dal nostro tempo reale e proiettarla in una dimensione fuori dal tempo, spazi con arredi usurati ,neon ronzanti, corridoi spogli, quel commissariato è un relitto rimasto immutato da decenni dove le pratiche si accumulano e la vita reale non riesce a penetrare. In un’epoca dominata dal digitale e , dalla velocità , collocare una storia contemporanea in ambienti che sembrano usciti da un ministero del dopoguerra, cancella qualsiasi legame con la realtà. Di fronte a una penna che traccia lettera per lettera ogni parola, Marra capisce che la sua confessione diventerà l’ennesimo foglio sepolto in un archivio cartaceo. La tecnologia non è mai arrivata lì dentro e con essa nemmeno la modernità del concetto di giustizia,
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eugenio
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domenica 20 settembre 2026
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delitto senza castigo?
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Un piccolo film che cita l’aggettivo di un noto scrittore di Praga. Assurdo? Acqua, andiamo con qualcosa di più aulico: tocca le vene di ciascuno di noi. Un delitto confessato ma rimasto impunito. Questo fa Leonardo Lidi in Serpenti. Il suo protagonista, Paolo Marra, si costituisce dopo aver ucciso, per ragioni poco chiare, sua moglie. Solo che nessuno lì dentro sembra credergli o almeno prenderlo sul serio. Ma col cadavere fumante, direte voi? Ebbene sì, peccato però che Paolo voglia espiare il senso di colpa, cerchi un castigo, mentre il delitto, ahimè, non porta che scetticismo.
L’apertura è la frase di Ennio Flaiano: “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”. Caustico Serpenti, ma non velenoso, ci racconta un’Italia empia di burocrazia, che dà più cura alla forma che alla sostanza, che gira attorno a sciocchezze e irrilevanze elevate a questione di principio. Ne sono esempio le figure che Paolo incontra in commissariato, specchio di un inferno distorto: il poliziotto, interpretato da Borghi, che “finché non si acclara l’esistenza del cadavere, non esiste colpa”; l’avvocato dal volto di Pietro Castellitto, pronto a confutare l’accusa del suo imputato ribaltandone la colpa sulla moglie e annichilendo il suo senso di colpa; e infine la cartomante (Valeria Golino), capace di instillare nel protagonista un remoto sopruso represso, deviando sempre la sua attenzione verso altri scopi.
L’impianto è teatrale, ma statico solo in apparenza: il regista ha un controllo pieno e preciso di ciò che la macchina da presa può fare, decorando il minimalismo dominante con momenti di composta, elegante e azzeccata deviazione. Il punto di forza sta comunque nei dialoghi, potenti e asciutti, spesso paradossali, come esemplificato dal poliziotto interpretato da Borghi. Nessuno crede all’uxoricida e in fondo, cui prodest? L’importante è parlare di leggerezza anche se si parla di assassinio.
Il finale lavora proprio su questa sospensione grottesca: non scioglie davvero il paradosso, lo lascia sedimentare. La colpa non trova un tribunale, la confessione non produce verità, la giustizia resta impigliata in una rete di esitazioni, formalismi e rimozioni. È come se il film suggerisse che l’assurdo più feroce non sia l’omicidio, ma l’incapacità collettiva di riconoscerlo fino in fondo. Paolo cerca una pena che gli restituisca un’identità morale; intorno a lui, però, il mondo preferisce neutralizzare tutto, trasformando persino il sangue in un equivoco amministrativo. In questo senso il finale non chiude: inchioda lo spettatore davanti a una società che non sa più distinguere tra colpa, responsabilità e convenienza.
Amaramente assurdo.
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goldy
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sabato 19 settembre 2026
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non ? cinema.
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Il cinema è fatto per emozionare, per coinvolgere. La fredda riflessione filosofica è riservata alla saggistica. O si è capaci di narrare ricorrendo a metafora significativa oppure la semplice, fredda riflessione su aspetti contraddittori del nostro vivere inducono solo alla noia e al disinteresse. Questo film è un esempio di NON cinema.
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