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decatur555
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sabato 10 gennaio 2026
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un museo, un musical, un delirio meraviglioso: pavement come non li avevi mai immaginati
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Pavement non ? una band qualunque. Per molti, ? la band. E Pavements, il documentario di Alex Ross Perry, non ? solo una celebrazione della loro musica o del loro lascito, ma un esperimento strano, mutante, giocoso, spiazzante e profondamente emotivo che, almeno nel mio caso, mi ha fatto piangere dall?inizio alla fine.
Non ? un documentario convenzionale. Lo dichiara fin da subito: Perry non ? interessato a costruire una cronaca ordinata n? a seguire la logica di un biopic tradizionale. Al contrario, mescola archivi, interviste, finzione, ricostruzioni impossibili e metacinema per creare un collage su Pavement, su ci? che hanno significato (e significano ancora) e sull?inafferrabilit? del loro spirito.
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Pavement non ? una band qualunque. Per molti, ? la band. E Pavements, il documentario di Alex Ross Perry, non ? solo una celebrazione della loro musica o del loro lascito, ma un esperimento strano, mutante, giocoso, spiazzante e profondamente emotivo che, almeno nel mio caso, mi ha fatto piangere dall?inizio alla fine.
Non ? un documentario convenzionale. Lo dichiara fin da subito: Perry non ? interessato a costruire una cronaca ordinata n? a seguire la logica di un biopic tradizionale. Al contrario, mescola archivi, interviste, finzione, ricostruzioni impossibili e metacinema per creare un collage su Pavement, su ci? che hanno significato (e significano ancora) e sull?inafferrabilit? del loro spirito. Poco importa se tutto ci? che vediamo sia realmente accaduto o se ci troviamo di fronte a una sorta di effetto Mandela. Quello che conta ? che il film respira Pavement da ogni poro.
Chi li ama gi? apprezzer? ogni ammiccamento, ogni apparizione, ogni frammento di canzone o di prova. Chi non li conosce probabilmente ne uscir? confuso o addirittura annoiato. Ma Pavements non cerca di piacere a tutti. Come la band stessa, si muove meglio ai margini, in quel territorio sfumato tra la parodia e la verit? emotiva. C?? una scena con Slanted! Enchanted!, il musical, girata in modo cos? ridicolo da sembrare quasi una presa in giro? e poi, senza accorgertene, ti ritrovi commosso. ? cos? che funziona questo film.
Stephen Malkmus, ovviamente, ? l?asse centrale. Lo ? sempre stato. Carismatico, criptico, ironico fino in fondo. E anche vulnerabile. Vederlo camminare nel ?museo Pavement?, tra oggetti che sembrano reali e altri che probabilmente non lo sono, ha qualcosa di un viaggio interiore. Come se stesse cercando anche lui di capire cosa sia stato Pavement, cosa significhi oggi, cosa ne sia rimasto.
Il film ? intelligente anche nell?includere musica di band contemporanee che reinterpretano brani dei Pavement, come Soccer Mommy o Snail Mail. Non ? solo un omaggio, ma un modo per mostrare che sono ancora vivi in altre voci, altri stili, altre generazioni. E in mezzo a tutto questo risuona Circa 1762, una delle loro canzoni pi? belle e dimenticate, come un regalo per chi porta la loro musica dentro da decenni.
L?unica cosa che potrei chiedere ? che si chiudesse con Carrot Rope, il loro ultimo brano, quell?addio travestito da battuta che dice tutto senza dirlo esplicitamente: ?I?ve got the carrot, I don?t have the rope?. Perch? questo ? Pavement. Surrealismo, malinconia, giochi di parole, melodie spezzate che improvvisamente trovano un senso, un universo che non ha bisogno di spiegarsi perch? si sente.
Pavements non ? per tutti, ma se gi? amavi i Pavement ? molto probabile che tu finisca come me: con un sorriso e le lacrime agli occhi. Sarebbe meraviglioso se la band si riunisse, se si facesse un film completo, un musical intero, se quel museo esistesse davvero. Ma nel frattempo abbiamo questo. Ed ? pi? che sufficiente.
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