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matteo_moscarda
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venerdì 17 marzo 2023
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nostalgia precoce di una felicità idealizzata
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"Aftersun" parte male, extra-testualmente, con un titolo dal duplice significato simbolico (la crema solare come emblema delle premure paterne, ma anche la persistenza delle immagini nella retina) e però per nulla elegante, evocativo né memorabile. Al netto di ciò, la prima impressione è quella di ritrovarsi davanti all'ennesimo esercizio manieristico intorno agli stilemi del cinema d'autore: lentezza, dialoghi frammentari, finta sporcizia delle immagini, inquadrature fintamente casuali, musica esclusivamente intradiegetica, prove attoriali sfuggenti, struttura episodica all'apparenza priva di climax. Gli attori che interpretano padre e figlia sono bravi, evitano sempre la performance sopra le righe, e come sempre succede in questi casi la loro bassa o nulla notorietà aiuta lo spettatore a sospendere l'incredulità.
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"Aftersun" parte male, extra-testualmente, con un titolo dal duplice significato simbolico (la crema solare come emblema delle premure paterne, ma anche la persistenza delle immagini nella retina) e però per nulla elegante, evocativo né memorabile. Al netto di ciò, la prima impressione è quella di ritrovarsi davanti all'ennesimo esercizio manieristico intorno agli stilemi del cinema d'autore: lentezza, dialoghi frammentari, finta sporcizia delle immagini, inquadrature fintamente casuali, musica esclusivamente intradiegetica, prove attoriali sfuggenti, struttura episodica all'apparenza priva di climax. Gli attori che interpretano padre e figlia sono bravi, evitano sempre la performance sopra le righe, e come sempre succede in questi casi la loro bassa o nulla notorietà aiuta lo spettatore a sospendere l'incredulità. D'altronde c'è ben poco a cui non credere: non sono narrati eventi degni di nota, e il piglio registico, per una buona metà dell'opera, oscilla tra il documentario e le logiche sconclusionate tipiche di certi cortometraggi. Non stupisce che, come si evince dai commenti sui social, molti spettatori l'abbiano trovato noioso: se l'argomento non interessa in modo personale, se non ci si immedesima in una delle due controparti, è facile immaginare una sensazione di disorientamento da parte dello spettatore. Ma tutto ciò che in "Aftersun" sembra uno stilema di un cinema d'autore oggi in via d'estinzione è in realtà colmo di significato, ed è questo a fare il grande cinema, a differenziare un testo stratificato e significante da quelle seriose parodie che oggi fanno gridare al capolavoro e che un tempo sarebbero state ascritte al genere del midcult. L'importanza delle tacite riflessioni sul nostro rapporto con gli audiovisivi diventa evidente soltanto a partire dalla scena in cui il padre, incapace di passare del tempo di qualità con la figlia, dieci minuti dopo si ritrova da solo nella loro camera a riguardare un filmato (di soli quindici minuti prima!) nel quale la figlia appare comunque felice: si tratta di una rappresentazione eccellente di quella nostalgia precoce per una felicità idealizzata che nella nostra epoca, a distanza di trent’anni dal presente della narrazione, ha raggiunto ormai i connotati di una sindrome. C'è anche un momento, verso la metà del lungometraggio, nel quale all'improvviso vengono adottati strumenti fuori registro, come la distorsione della musica (“Tender” dei Blur) o una maggiore insistenza prolettica: ecco che valichiamo i confini del cinema verità e siamo catapultati in una predizione del presente in tutta la sua nevrosi, in tutto il suo perturbante. Ma per tutto il film le trovate si susseguono senza essere mai sottolineate: il padre che chiede alla figlia se vuole un'altra bevanda analcolica per auto-legittimarsi a concedersi un'altra birra, questa è soltanto una delle numerosissime raffinatezze che fanno di “Aftersun” un testo di gran lunga più raffinato e intelligente della media. Sono appunto raffinatezze: il pubblico non le nota, e se le nota non le apprezza, e si chiede quando arriverà un momento di maggiore pathos, qualche urlo disperato, una scena di violenza, qualcosa che lo distragga da una rappresentazione onesta del malessere; ma quei momenti non arrivano mai, e così lo spettatore medio riferisce di aver provato soltanto noia. Da un lato “Aftersun” è un film per tutti, commovente ma mai stucchevole, intimo ma non morboso, psicologico ma non psicanalizzante; dall'altro, per via della sua confezione all'apparenza modesta, è un film grandioso che supererà la prova del tempo e che guadagnerà soltanto con gli anni lo status che merita.
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mr.mri
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martedì 11 giugno 2024
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come polvere sotto un tappeto
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La depressione di Calum è tratteggiata con rara intelligenza e verosimiglianza. La nasconde in fondo al suo cuore ogni volta che guarda Sophie con gli occhi pieni d'amore di un padre che non sa se, quando o in quale stato rivedrà più sua figlia dopo questo viaggio. Il viaggio di un padre che non può, non vuole o forse non riesce a trovare le parole per descrivere a sua figlia (11enne) questo mostro che si porta dentro e che lo allontana dalla vita. Questo viaggio (con telecamera) è forse l'ultimo regalo, la necessità di lasciare una traccia, o forse l'ultimo tentativo di aggrapparsi alla vita o di chiedere scusa.
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La depressione di Calum è tratteggiata con rara intelligenza e verosimiglianza. La nasconde in fondo al suo cuore ogni volta che guarda Sophie con gli occhi pieni d'amore di un padre che non sa se, quando o in quale stato rivedrà più sua figlia dopo questo viaggio. Il viaggio di un padre che non può, non vuole o forse non riesce a trovare le parole per descrivere a sua figlia (11enne) questo mostro che si porta dentro e che lo allontana dalla vita. Questo viaggio (con telecamera) è forse l'ultimo regalo, la necessità di lasciare una traccia, o forse l'ultimo tentativo di aggrapparsi alla vita o di chiedere scusa. Un malessere che spegne la luce e che Calum (almeno in questo viaggio) prova a nascondere come polvere sotto un TAPPETO.
Il contraltare è l'innocenza di Sophie, l'ingenuità, la solarità e la trasparenza, di una ragazzina che forse ancora non ha assorbito del tutto la separazione dei genitori e i problemi economici del padre.
La direzione degli attori è di altissimo livello. Molte le scene in cui il soggetto non è al centro dell'inquadratura, è ai margini, è decentrato, va ricercato nei riflessi (tv, specchi, vetri), negli angoli, perchè il soggetto è spesso il silenzio, il non detto, come fosse un puzzle da ricomporre. Il finale finto-aperto o per alcuni semi/aperto, è forse meno mainstream di un esplicita chiosa con lacrimoni, ma ti lascia un reale e verosimile senso di vuoto. Il vuoto di un rapporto col padre che in qualche modo (suicidio o no) non c'è stato e che Sophie adulta prova a riempire riguardando le immagini di quel viaggio.
Per me un film difficile (specie per un opera prima), ambizioso, sentito, ragionato e oggettivamente molto bello.
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