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mitja
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giovedì 12 dicembre 2013
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una vita non propria
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Il film ci mostra un' Argentina povera e desolata, dove il protagonista, uomo immaturo di 42 anni, per riuscire a sopravvivere allo squallore che lo circonda, vive una vita non propria, imitando Elvis. Questa condizione di rifiuto della realtà unita alla ossessione per il mitico cantante non gli fa apprezzare nemmeno le poche cose belle e importanti che ha nella vita: una moglie ed una bellissima figlia. Nemmeno un' evento grave come un incidente stradale non riesce a riportarlo sulla strada di una sobria razionalità.
Il film conquista lo spettatore per tre quarti; purtroppo la magia svanisce a causa di un finale troppo frettoloso, non sufficientemente preparato. Peccato, perché forse meritava uno sviluppo migliore.
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Il film ci mostra un' Argentina povera e desolata, dove il protagonista, uomo immaturo di 42 anni, per riuscire a sopravvivere allo squallore che lo circonda, vive una vita non propria, imitando Elvis. Questa condizione di rifiuto della realtà unita alla ossessione per il mitico cantante non gli fa apprezzare nemmeno le poche cose belle e importanti che ha nella vita: una moglie ed una bellissima figlia. Nemmeno un' evento grave come un incidente stradale non riesce a riportarlo sulla strada di una sobria razionalità.
Il film conquista lo spettatore per tre quarti; purtroppo la magia svanisce a causa di un finale troppo frettoloso, non sufficientemente preparato. Peccato, perché forse meritava uno sviluppo migliore. Comunque da vedere.
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donni romani
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giovedì 4 ottobre 2012
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un uomo comune perso nel mito di elvis
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Presentato al Sundance Festival 2012, garanzia di qualità e originalità, "El ultimo Elvis" colpisce dritto il bersaglio, mettendo in scena una tragedia in progress, un gorgo di disperazione mista a megalomania che non può essere arrestato. Carlos Gutiérrez ha circa quarant'anni, lavora in fabbrica come operaio, ha un'ex moglie e una figlia che vede pochissimo. Tutto questo farebbe di lui uno dei tanti uomini un po tristi e solitari, ma Carlos è anche altro, perchè da sempre lui interpreta Elvis Presley, indossa il costume del suo mito, imbraccia il microfono e canta con lo stesso timbro del divo di Memphis, e poco conta che lo faccia in tristissime sale bingo o circoli ricreativi per anziani, Carlos sente di appartenere ad Elvis in tutto e per tutto, mangia i sandwitch preferiti del re del rock, ha chiamato la figlia Lisa Marie e quando dice "lei non sa chi sono io" non lo fa con la presunzione dell'arrogante, ma con la assoluta convinzione di essere non uno dei tanti imitatori di Elvis, ma la sua essenza terrena.
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Presentato al Sundance Festival 2012, garanzia di qualità e originalità, "El ultimo Elvis" colpisce dritto il bersaglio, mettendo in scena una tragedia in progress, un gorgo di disperazione mista a megalomania che non può essere arrestato. Carlos Gutiérrez ha circa quarant'anni, lavora in fabbrica come operaio, ha un'ex moglie e una figlia che vede pochissimo. Tutto questo farebbe di lui uno dei tanti uomini un po tristi e solitari, ma Carlos è anche altro, perchè da sempre lui interpreta Elvis Presley, indossa il costume del suo mito, imbraccia il microfono e canta con lo stesso timbro del divo di Memphis, e poco conta che lo faccia in tristissime sale bingo o circoli ricreativi per anziani, Carlos sente di appartenere ad Elvis in tutto e per tutto, mangia i sandwitch preferiti del re del rock, ha chiamato la figlia Lisa Marie e quando dice "lei non sa chi sono io" non lo fa con la presunzione dell'arrogante, ma con la assoluta convinzione di essere non uno dei tanti imitatori di Elvis, ma la sua essenza terrena. Questo lo porta ad estraniarsi da tutto e da tutti, a considerare se stesso e la propria vita solo in rapporto alle esibizioni, alle ipotetiche tournee, all' assomigliare al suo idolo, tant'è che ingrassa man mano che invecchia per riuscire ad identificarsi totalmente con l'uomo che sente essere la sua ispirazione e la sua ragione d'essere. I problemi familiari e lavorativi umiliano la vita di Carlos, ma la vita di Elvis va avanti incurante di tutto precipitandolo in un vortice di distacco dalla realtà sempre più smaccato, fino ad un tragico viaggio a Graceland organizzato per il suo quarantaduesimo compleanno, età che coincide con la morte di Elvis. La regia di Armando Bo e l'interpretazione di John McInerny sono sicuramente magistrali ma è tutto il film a creare un'atmosfera malinconica e perdente di fascino doloroso e spiazzante, perchè la lucida follia di Carlos è vissuta con quella tragica normalità che la rende ancora più straziante. Il rapporto con la figlia inizialmente algido, quasi che Carlos-Elvis non capisca che ruolo debba avere una bambina nella sua vita, si trasforma durante una degenza in ospedale della ex moglie e regala un barlume di umanità e di normalità ad un uomo segnato dal proprio destino, un destino cui si è condannato in un delirio lucido e patetico da cui non sa e non vuole uscire. Le interpretazioni musicali sono talmente puntuali da rasentare non l'imitazione ma l'identificazione, ulteriore sforzo recitativo per dare uno spessore tragico ad un uomo che ci strappa il cuore dalla prima all'ultima scena.
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