stefano capasso
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domenica 22 marzo 2020
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la vita in tutte le sue parti
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Nel 2000 un’associazione umanitaria in Uganda chiede a Kiarostami di realizzare un documentario sulla condizione dei loro villaggi che versano in gravi difficoltà a causa delle conseguenze di una lunga guerra civile e delle conseguenze dell’Aids che sta decimando la popolazione lasciando, tra l’altro molti orfani al loro destino. Quello di Kiarostami è uno sguardo lucido sempre in bilico tra l’esplorazione dei sentimenti e quella della realtà che riporta. Non c’è spazio per enfasi di alcun tipo e dichiara, da subito, la presenza del mezzo di ripresa: sono moltissime le scene in cui lui stesso o il suo operatore, sono ripresi nell’atto di filmare con le loro videocamere tascabili.
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Nel 2000 un’associazione umanitaria in Uganda chiede a Kiarostami di realizzare un documentario sulla condizione dei loro villaggi che versano in gravi difficoltà a causa delle conseguenze di una lunga guerra civile e delle conseguenze dell’Aids che sta decimando la popolazione lasciando, tra l’altro molti orfani al loro destino. Quello di Kiarostami è uno sguardo lucido sempre in bilico tra l’esplorazione dei sentimenti e quella della realtà che riporta. Non c’è spazio per enfasi di alcun tipo e dichiara, da subito, la presenza del mezzo di ripresa: sono moltissime le scene in cui lui stesso o il suo operatore, sono ripresi nell’atto di filmare con le loro videocamere tascabili. Non c’è pretesa di oggettività dunque, Kiarostami porta avanti il suo discorso sulla messa in scena anche in questo frangente molto difficile e diverso dal solito. Il grande pregio del lavoro è quello di riuscire a trasmette pienamente l’atmosfera che si respira in quel contesto. Vita e morte viaggiano insieme, senza che nessuna prenda mai il sopravvento sull’altra. Gli occhi vivi e gioiosi dei bambini che giocano per le strade sono perfettamente integrati con quelli spenti e fissi dei bambini ricoverati negli ospedali improvvisati. Tutto questo suscita riflessioni che vanno anche al di là della situazione specifica mostrata e spingono a interrogarsi sul senso profondo della propria esistenza
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alessandro pesce
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giovedì 19 febbraio 2004
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l'africa per kiarostami
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Non trovo affatto sia un’opera minore del Maestro e quanto allo scarto tra “documentario”e “film”, si sa che a volte è quasi impercettibile, All’inizio del film K.riprende il tragitto dall’aereoporto a Kampala, intervista il tassista e altri personaggi, filma i cartelloni pubblicitari per la
prevenzione delle malattie (compresi quelli della Chiesa cattolica, che
propugnano la verginità come miglior sistema), si sofferma sui segnali della
globalizzazione, come centinaia di vuoti di Coca Cola o t-shirt raffiguranti
divi di soap americane o grandi calciatori francesi, ci mostra i contrasti tra
le baracche e il grand hotel a cinque stelle dove alloggia la troupe.
E' l’opera di un poeta che per la prima volta si trova nel continente nero
e viene a contatto con le sue meraviglie e le sue miserie.
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Non trovo affatto sia un’opera minore del Maestro e quanto allo scarto tra “documentario”e “film”, si sa che a volte è quasi impercettibile, All’inizio del film K.riprende il tragitto dall’aereoporto a Kampala, intervista il tassista e altri personaggi, filma i cartelloni pubblicitari per la
prevenzione delle malattie (compresi quelli della Chiesa cattolica, che
propugnano la verginità come miglior sistema), si sofferma sui segnali della
globalizzazione, come centinaia di vuoti di Coca Cola o t-shirt raffiguranti
divi di soap americane o grandi calciatori francesi, ci mostra i contrasti tra
le baracche e il grand hotel a cinque stelle dove alloggia la troupe.
E' l’opera di un poeta che per la prima volta si trova nel continente nero
e viene a contatto con le sue meraviglie e le sue miserie. Con la telecamerina
digitale ne registra le varie sfaccettature, senza giudizi né pretese di
penetrarne i misteri ma ce ne comunica l'incanto.
A parte le sequenze nell’ospedale e l’inquadratura di una funesta bara di
cartone pronta per una giovane primavera spezzata,non ci sono immagini molto
crude o se ci sono vengono continuamente altalenate con spunti gioiosi, le
risate delle infermiere, la curiosità dei bambini,la radiosità di una sposa. la
meraviglia per una bellissima natura (fotografata stupendamente). Chi conosce K.
sa che non si tratta di visione edulcorata ma di un ennesima reiterazione della
sua poetica vita-morte, rassegnazione-speranza, un circolo che non si
spezza,come nei suoi grandi film
Il momento più alto del film sta comunque in quei sette minuti di schermo scuro,
già, perché di sera l’elettricità viene razionata,e il regista ci mostra questa
pausa con un buio quasi completo,e di sottofondo le chiacchiere con i suoi
collaboratori. Non so se questa scelta voglia significare la cecità del cinema
di fronte al dolore, preferisco pensare alla rappresentazione di una “nottata”
che, comunque, prima o poi, per dirla con Eduardo, “adà passà”
alessandro pesce
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