Coppia di amici della buona borghesia di Varsavia, un mite e riflessivo scrittore ed un estroso pianista esperto di cinema, si recano nella fattoria di un amico del primo nell'imminenza dell'invasione nazista nella Polonia occupata del 1943. La loro presenza animerà l'apparente quiete di una comunità rurale tra l'impegno nella resistenza partigiana, le movimentate relazioni erotiche di conturbanti adolescenti ed il mistero di un segreto doloroso che il pianista custodisce gelosamente nella piccola valigetta che porta sempre con sè. Finale di tragico e irridente lirismo.
Commedia drammatica sul filo di una sottile ed ambigua ironia dove l'eleganza (il lirismo) si volge in calligrafia e la tragedia negli esiti patetici di una involontaria comicità (la inspiegabile e paradossale dipartita di una vecchia signora scambiata per una fetta di torta?, la morte violenta di un partigiano codardo e del suo tremebondo uccisore, la tardiva nemesi di un padre rinnegato). Storia balzana e un pò pretenziosa di intellettuali in gita campestre, biondine discinte che pelano patate, buffi partigiani dall'aria bonaria, cordiali nazisti mangiatori di uova, l'autore sembra avere scambiato il set per la tertrale messa in scena di una pretesa originalità letteraria, della stucchevole poetica di un soggetto capzioso che richiama una pagina buia della storia patria (l'occupazione nazista e lo sterminio degli ebrei polacchi) e le stridenti contraddizioni di una generazione di raffinati pensatori tra nichilismo da solotto e repressi sensi di colpa.
Film che si snoda lungo un accidentato percorso dei sensi (quelli acutissimi di un infingardo protagonista) e della memoria tra una accattivante melodia che conserva una certa sbarazzina impertinenza e la indecente promiscuità di uno sguardo impudico che sbircia tra le gambe di maliziose e bionde lolite quale malinteso struggimento per un candido ardore giovanile, quale ludica intesa tra arzilli vegliardi che esorcizzano nel fortino bucolico di una parentesi agreste il cupo sentore di una tragedia incombente.
Non ostante alcuni interessanti spunti autoriali (i lenti movimenti di macchina che rivelano le scene stuzzicanti di una insolente sensualità, l'eco lontana di un fronte di guerra che asserraglia il microcosmo bucolico di un eremo felice fotografato nelle calde tonalità della primavera polacca, la vena sarcastica e beffarda di un ineffabile manipolatore di sentimenti quale occulto regista di un finale passionale) il film mostra evidenti i segni di uno squilibrio tra il rumore di fondo di un tema tragico e la fragile indolenza di un registro ironico,volutamente provocatorio, non privo di evidenti incongruenze espressive (perchè,ci si chiede, i personaggi si comportano come le attonite marionette di un teatrino dell'assurdo piuttosto che come le maschere credibili in un contesto realistico?) e di macroscopiche contraddizioni della logica narrativa (la già citata anziana deceduta in circostanze paradossali, la inspiegabile clemenza dei soldati crucchi verso i pacifici abitanti della fattoria, l'epilogo crudele di una istigazione al massacro da parte di un guitto livoroso votato al suicidio). Gli attori saranno pure bravi, la regia capace e le intenzioni ottime ma il risultato è il prodotto decisamente mediocre una programmatica ambizione festivaliera che stravince (diversi premi nei festival nazionali polacchi e una nomination al Festival di Venezia del 2003) ma per nulla convince. Mesta deriva calligrafica del glorioso cinema polacco.
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