Presentato postumo a Cannes nel 2003, “Va et vient” ha come protagonista un altro alter ego di Monteiro, un tipo affine a João de Deus (qui anche citato), che questa volta si chiama João Vuvu, un anziano vedovo con figlio in prigione che passa le sue giornate sull’autobus, sulle panchine e alla continua ricerca di una donna di servizio. Ne cambia in continuazione e con esse filosofeggia, balla il tango, improvvisa scene teatrali. Quando, scontata la pena, il figlio torna a casa e gli rimprovera di essere un reazionario che si maschera da progressista nonostante abbia fatto opere caritatevoli in Etiopia, João lo uccide. In seguito viene sottoposto a un intervento chirurgico a causa di una particolare esperienza avuta con l’ultima ragazza assunta, che ha certe caratteristiche.
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Presentato postumo a Cannes nel 2003, “Va et vient” ha come protagonista un altro alter ego di Monteiro, un tipo affine a João de Deus (qui anche citato), che questa volta si chiama João Vuvu, un anziano vedovo con figlio in prigione che passa le sue giornate sull’autobus, sulle panchine e alla continua ricerca di una donna di servizio. Ne cambia in continuazione e con esse filosofeggia, balla il tango, improvvisa scene teatrali. Quando, scontata la pena, il figlio torna a casa e gli rimprovera di essere un reazionario che si maschera da progressista nonostante abbia fatto opere caritatevoli in Etiopia, João lo uccide. In seguito viene sottoposto a un intervento chirurgico a causa di una particolare esperienza avuta con l’ultima ragazza assunta, che ha certe caratteristiche. Non andiamo oltre per non rovinare le aspettative a quelli che avessero voglia di vedere il film. Che ad onor del vero temiamo siano pochissimi: “Va et vient” li metterebbe infatti a dura prova, perché è lungo quasi tre ore, vi si racconta ben poco, è quasi insopportabile per l’eccessiva verbosità dei dialoghi (in gran parte irriverenti) e per scene lunghe, insistite e monotone che giustificano il fatto che a Cannes in pratica non lo ha visto quasi nessuno del pubblico. Siamo di fronte a un capriccio intellettualistico, a un compendio di note autobiografiche e di sfoghi personali, a una “summa” delle ossessioni del regista che vanno dal sesso alla politica, dalla religione all’anarchia, dal cinema alla globalizzazione, dal classismo al razzismo, da citazioni letterarie a dissertazioni sulle Sacre Scritture (si reinventa a modo suo addirittura la nascita di Cristo), da cui viene fuori una miscela confusa, astrusa e contraddittoria. Se si salva è per la padronanza del mestiere dell’autore, rappresentata da sequenze in cui dominano i grandi totali, dagli interni domestici spogli e in stile giapponese, dalla scena del ballo con musiche ucraine, dal sogno della veglia funebre e, soprattutto, dall’inquadratura finale a camera fissa, dove l’occhio del protagonista in primissimo piano sembra rivolgerci l’ultimo sguardo, con l’accompagnamento musicale di uno stupendo mottetto di Josquin Després. Ragion per cui, anche se “Va et vient” non è proprio un capolavoro, tuttavia Monteiro cade in piedi e ci si rammarica per la scomparsa di un cineasta tra i più originali, se non ci fosse stata la quale si è sicuri che qualcosa di interessante poteva ancora darcelo. Addio, barone de Deus.
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