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Con energia e solido senso del misterioso, dell'arcano, dell'ignoto, Francesco Tassara torna a perlustrare il Monte Vello, un luogo denso di "presenze", di passaggi, di segnali, testimonianze inspiegabili, dolmen e ruderi di chiese e castelli, carcasse d'auto e velivoli, fortificazioni militari; un luogo, il monte Vello, che invano cercherete sulle carte, già protagonista del precedente Cose Nere, ma gravido di storie sospese da raccontare, che giustificano appieno questo nuovo film, ancor più intrigante. Un gruppo eterogeneo di giovani filmmaker, fotografi, (tra i quali Ilaria Monfardini, la Barbara Steele degli horror odierni) armati di tutta l'attrezzatura necessaria, videocamere, microfoni boom, si avventura, come già in Blair Witch Project nel profondo del bosco, fino a trovare, incastonato e resosi quasi invisibile, più della "famiglia nel bosco" (che in maniera oscena tutte le televisioni e i media stanno violentando da mesi), Lupo Grigio, un coriaceo sessantenne, (interpretato mirabilmente dall'attore inglese George Newton) costantemente armato di doppietta, che dopo una reazione di assoluta ostilità, accoglie i giovani e racconta. Lui è infatti quasi il "nume tutelare" dei segreti tragici del bosco, e ce ne mette a conoscenza; sono quattro storie, realmente accadute: una coppia di giovani amanti (i bellissimi Alice Ceriani, Michelangelo Bertocchi), in cerca di un posto dove amoreggiare; una coppia di anziani spiritati (Jole Rosa) verso l'alzheimer, che non parlano tra di loro ma solo con il cagnolino; una coppia più giovane, lei sensitiva (una sensibile Ekaterina Buscemi), lui sbrigativo incredulo (Fausto Morciano), si fanno accompagnare da un "esperto ufologo" (Maurizio Ricevuto) inquietante e stralunato, sul monte Vello alla ricerca di segnali che, mal per loro, non si manifestano tangibilmente nell'immediato; una madre single (Irene Baiardi) di due bambini petulanti, a cui non sa rispondere, inadeguata come madre e come esempio. Quattro storie in sospeso, come i racconti di Italo Calvino in Se una notte d'inverno un viaggiatore, che il pubblico potrà divertirsi a completare riempiendole di ipotesi e intepretazioni, ma che, in un finale da non rivelare, simile a quello di Mister Arkadin di Orson Welles, troverà tutte le risposte necessarie (o forse no?). Lo stile di Francesco Tassara matura visibilmente; si scinde in due: un'approccio quasi sperimentale frammentato, "sporco", per la parte "documentaria" dei giovani filmmaker, uno stile più classico, ispirato dalla passione di Tassara del cinema di genere, sia italiano che americano anni '60-'90, per gli episodi narrativi. Perfettamente in sintonia con i desideri del regista, un discorso a parte merita la colonna sonora (sia musicale che rumoristica) di Ricky D'Ambra, fedele "compagno di merende" di Tassara, da sempre: un mix incalzante di musica "concreta" quasi dodecafonica, filtrata attraverso elaborazioni elettroniche d'antan, che ci riportano alle atmosfere di Riz Ortolani, Carlo Rustichelli, Piero Piccioni; e un sovrapporsi di voci e rumori che portano all'apice la tensione della visione.
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