Scrivo questa recensione poiché mi ritrovo in pieno disaccordo con l’autore.
Innanzitutto, la recensione contiene un’inesattezza storica rilevante poiché la serie è ambientata prima dell’introduzione della politica “Don’t Ask, Don’t Tell”, che entrerà in vigore nel ‘94. Risulta, pertanto, errato richiamare tale dottrina quale cornice esplicativa del contesto narrativo della serie. Il clima di silenzio, conformismo e repressione non era il prodotto di un compromesso normativo come il DADT, bensì di un divieto esplicito e non mediato, che operava in modo diretto e strutturale.
[+]
Scrivo questa recensione poiché mi ritrovo in pieno disaccordo con l’autore.
Innanzitutto, la recensione contiene un’inesattezza storica rilevante poiché la serie è ambientata prima dell’introduzione della politica “Don’t Ask, Don’t Tell”, che entrerà in vigore nel ‘94. Risulta, pertanto, errato richiamare tale dottrina quale cornice esplicativa del contesto narrativo della serie. Il clima di silenzio, conformismo e repressione non era il prodotto di un compromesso normativo come il DADT, bensì di un divieto esplicito e non mediato, che operava in modo diretto e strutturale. Attribuire alla serie un dialogo implicito con quella politica significa proiettare retroattivamente categorie successive su un’epoca che funzionava secondo logiche differenti (epoca alla quale gli autori puntavano ad affrontare nelle stagioni successive)
In secondo luogo, Boots viene giudicata come una serie “mancata” perché non risponde a un’aspettativa personale: quella di essere, o di dover essere, una serie antimilitare, o quantomeno un’opera che metta radicalmente in crisi l’istituzione militare sul piano politico e, soprattutto, simbolico. Ma è proprio questa aspettativa disattesa a falsare, a mio avviso, la valutazione complessiva. Pretendere che la serie produca una “insubordinazione etica” o una rottura del paradigma addestrativo significa chiedere a Boots di essere un’altra opera, con un’altra agenda e un altro genere di riferimento. Boots è, consapevolmente, un racconto di formazione ambientato in un contesto militare, e come tale lavora su coerenza narrativa, relazioni interpersonali e costruzione identitaria. Una serie che sorprende proprio per la sua coerenza narrativa e solidità d’impianto: la trama procede con ritmo e linearità, evitando divagazioni e mantenendo sempre chiaro il focus sui personaggi e sul loro percorso. Il taglio registico è avvincente, con un’energia visiva e un uso della musica che, per intensità emotiva e montaggio, richiama a tratti Bohemian Rhapsody, senza scadere nell’imitazione.
Il cast funziona: si percepisce che gli attori si stavano realmente divertendo sul set, e questa naturalezza si traduce in interpretazioni sentite, credibili e mai manierate.
Non è una storia sulla demolizione dell’istituzione militare, ma su come individui diversi si calano all’interno della struttura militare, trovando — talvolta contro intuitivamente — un senso di appartenenza, di lealtà e di fratellanza proprio perché, essere militare, è prima di tutto questo. Le tematiche identitarie sono inserite con misura, evitando tanto una retorica forzata quanto l’esagerazione del “woke” che, negli ultimi anni, ha spesso sacrificato la credibilità narrativa sull’altare della dichiarazione di intenti finendo per ottenere i risultati opposti. (Ritengo che se la serie non sia stata rinnovata e abbia attirato le critiche dell’amministrazione Trump e del Pentagono sia colpa dell’esagerazione woke degli anni precedenti)
Come si sarà oramai ben capito, ho apprezzato Boots e, per quanto mostrato, lo ritengo uno dei migliori prodotti disponibili nella quantomai vasta arena delle piattaforme streaming. Onestamente è un peccato che in Italia non sia minimamente stata pubblicizzata.
Sebbene il finale possa anche essere idoneo per un prodotto autoconclusivo, la serie sarebbe meritevole di una seconda stagione. Trovo vergognoso che non sia stata rinnovata, anche alla luce dei solidi risultati ottenuti, evidenziati la settimana scorsa nei report di Netflix. La serie è di proprietà Sony, mi auguro che riescano a trovare un’altra piattaforma anche se le possibilità sono remote.
[-]
|
|