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molenga
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sabato 13 agosto 2011
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tokyo blues
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Ho molto apprezzato questa riduzione ciinematografica del romanzo di Murakami(prossimo Nobel?):accanto ad una narrazione che miigliora con l'evolversi del film ho ammirato la fotografia, la scelta musicale e l'interpretazione dei protagonisti: il film è corposo ma non si sentono le due passate di intreccio, fantastica la figura di watanabe, ottima la prova di rinko kiguchi, già nota per aver ottenuto una nomination all'oscar con la sordomuta di "babel".
Il finale è ben confezionato: un film da vedere.
E per carità, basta fare i paragoni con il volume di murakami, altrimenti sarà impossibile godere questo bel film.
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wicca87
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sabato 18 settembre 2010
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in attesa di vederlo
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Ho divorato il libro di Murakami... ho apprezzato Ken'ichi Matsuyama nel ruolo di L in Death Note e in L change the world e ora aspetto con ansia l'uscita in italiano di questo film il cui protagonista è sicuramente un ottimo attore che ha grandi potenzialità.
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gianmarco.diroma
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martedì 7 settembre 2010
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il viaggio di watanabe
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Ritornato dal proprio viaggio/fuga a seguito del suicidio di Naoko, Watanabe, entrando nel condominio dove vive, muove un inchino di saluto ad un suo vicino di casa. Sembra che del suo ultimo viaggio, di quello che lo ha portato a gridare allo stesso mare, l'insopportabile dolore per la perdita dell'amata, non sia rimasto che un profondo senso di spossatezza. Sembra che la forma si sia ricomposta dopo tanto gridare ed urlare. Dopo avere lambito per un attimo il furore di Aguirre nei confronti della Dea Natura, Watanabe non giunge a nessuna catarsi, bensì ad una semplice presa di coscienza: "si sopravvive ad un dolore, ma questo non significa essere pronti a sopportarne altri in futuro".
Ho la presunzione di considerare questa la scena chiave del film.
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Ritornato dal proprio viaggio/fuga a seguito del suicidio di Naoko, Watanabe, entrando nel condominio dove vive, muove un inchino di saluto ad un suo vicino di casa. Sembra che del suo ultimo viaggio, di quello che lo ha portato a gridare allo stesso mare, l'insopportabile dolore per la perdita dell'amata, non sia rimasto che un profondo senso di spossatezza. Sembra che la forma si sia ricomposta dopo tanto gridare ed urlare. Dopo avere lambito per un attimo il furore di Aguirre nei confronti della Dea Natura, Watanabe non giunge a nessuna catarsi, bensì ad una semplice presa di coscienza: "si sopravvive ad un dolore, ma questo non significa essere pronti a sopportarne altri in futuro".
Ho la presunzione di considerare questa la scena chiave del film. Un semplice gesto quotidiano, il più semplice, quello del saluto, dove il pudore e l'eleganza della cultura giapponese si esprimono al massimo grado, racchiude le differenze tra l'anima indelebilmente ferita di Naoko (incapace di accettare e superare il suicidio del fidanzato Kizuki) e quella invece ricomposta di Watanabe. Se la prima si chiude in una sorta di esilio volontario dal mondo, che la conduce alla pazzia ed al suicidio, la seconda ha la possibilità di salvarsi. Dico "ha la possibilità" per due motivi: il primo è perché Watanabe è un uomo, e il suo penetrare la donna, il suo penetrare le situazioni gli consente di non esserne troppo coinvolto rimanendone avviluppato (significativo in questo senso il rapporto di amicizia che lega Watanabe a Nagasawa). Il secondo perché ha avuto la possibilità di conoscere il dramma di Kizuki solo molto dopo la sua morte, grazie al filtro di Naoko.
Scegliere di ambientare questa vicenda (dove l'intimità dei personaggi e la loro vita sessuale viene posta al centro della narrazione) negli anni della contestazione giovanile assume un valore paradigmatico per comprendere quali tensioni e lacerazioni animino una cultura giapponese che, se incarnata dalle figure di Kizuki e Naoko sembra non essere capace di trovare un accordo tra la sua parte pubblica (caratterizzata da un profondo rigore formale) e quella privata (bramosa di liberare la propria passione e di "dilatarsi", come direbbe proprio Naoko), mentre, se vista e vissuta attraverso le figure di Watanabe e Midori, riesce a trovare un accordo tra queste sue due componenti.
Spesso, durante la visione di quest'ultima fatica di Tran Anh Hung, mi è capitato di paragonare alla figura di Watanabe quella di Gaspard, il giovane protagonista di Conte d'été di Eric Rohmer: soprattutto nella sezione centrale, quando Watanabe sembra non essere in grado di decidersi tra Naoko, Midori e qualche futile avventura, la figura di Gaspard mi si palesava davanti: anche in quel caso infatti, il protagonista maschile sembra essere un seduttore, quando in realtà è solamente un seduttore sedotto. Ma c'è qualcosa, nella parola seduzione, che non appartiene alla pellicola di Tran Anh Hung: se la seduzione è gioco, calcolo, tensione erotica stemperata nella sete di conquista, in Norwegian Wood sarebbe più giusto parlare di incontri, scambi, di presenze che si incrociano e si accompagnano (l'accompagnarsi è un concetto tipico di molte culture orientali). C'è un senso della necessità in Norwegian Wood che manca totalmente in Conte d'été. Un tensione verso il dover essere. Una tensione che in Conte d'été si risolve grazie alla fortuna (si veda il finale), mentre nel caso di Norwegian Wood, nel segno di un nuovo e maturo amore.
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