L'acchiappasogni

Un film di Lawrence Kasdan. Con Morgan Freeman, Damian Lewis, Thomas Jane, Jason Lee, Tom Sizemore.
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Titolo originale Dreamcatcher. Horror, durata 134 min. - USA 2002. MYMONETRO L'acchiappasogni * 1/2 - - - valutazione media: 1,57 su 21 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Una storia efficace adattata senza brio. Valutazione 2 stelle su cinque

di Great Steven


Feedback: 62982 | altri commenti e recensioni di Great Steven
martedì 23 luglio 2019

L'ACCHIAPPASOGNI (USA/CAN, 2002) di LAWRENCE KASDAN. Con THOMAS JANE, JASON LEE, DAMIAN LEWIS, TIMOTHY OLYPHANT, MORGAN FREEMAN, TOM SIZEMORE, DONNIE WAHLBER
Quattro amici adolescenti (Henry Devlin, Gary "Jonesy" Jones, Beaver Clearendon, Pete Moore) salvano il loro coetaneo disabile Douglas "Duddits" Cavell da una banda di bulli. Il ragazzino li premia donando loro speciali poteri telepatici. Passano gli anni e Henry, Jonesy, Beaver e Pete si ritrovano per l’annuale battuta di caccia boschiva che ha come punto di ritrovo una baita comune. Dovendo fare i conti con un misterioso virus contagioso che proviene dai corpi di una specie aliena atterrata per sbaglio sulla Terra, assistono alla migrazione della fauna forestale. Due di loro ci rimettono la pelle. I sopravvissuti si organizzano recuperando Duddits per via del suo utilissimo potenziale, e hanno da contrastare Abraham Kurtz, un generale fanatico teso a sterminare gli alieni portatori del byrus e tutti gli umani da esso rimasti affetti. Seguono incendi, ulteriori morti, comunicazioni a lunghe distanze, una nevicata immensa e incessante, guerre psicologiche fra organismi parassiti e corpi ospitanti ed edifici invasi. Vittoria commisurata ad una perdita micidiale di risorse. Tratto da un romanzo di Stephen King del 2001, è un film che avrebbe voluto essere di fantascienza, ma purtroppo finisce col mescolare una mezza dozzina di generi (avventura e horror specialmente) creandone una poltiglia non abbastanza credibile né appetibile per un budget di partenza assai elevato e soprattutto per un ampio pubblico da blockbuster made in USA a cui era destinato. Ora, sappiamo tutti quanta sia complessa l’operazione di tradurre nell’audiovisivo le superbe pagine scritte di King, in particolar modo quanto si perda nel trasferimento, eppure in questo caso era possibile avviare un meccanismo di sottrazione che, come minimo, avrebbe restituito vigore ai passaggi più drammatici ed intensi del libro. Invece ecco cosa ne è scaturito, e andiamo per punti: 1.) perché trasformare Duddits in un extraterrestre inglobante anziché lasciare intatta, com’era nell’originale, la sua natura di essere umano portatore di una potentissima telepatia?; 2.) Kurtz (M. Freeman, in un ruolo che decisamente non gli si confà) appare come un cattivo privo di autoironia che afferma di sterminare controvoglia gli innocenti, ma poi non si dà scrupoli a tenere in quarantena un ospedale di povere persone contaminate dal fungo di Ripley (o byrus, che dir si voglia), mentre l’autore non l’aveva immaginato tanto ridicolo e insensatamente feroce; 3.) i luoghi fondamentali in cui si svolge la storia (Hole in the Wall, Blue Zone, Gosselin’s Market) son stati faticosamente convertiti, da teatro protagonista autonomo dell’azione e consapevole di sé, a scenari che altro non fanno se non ospitare quella violenza inaudita che, quando esplode, li divora fino a massacrarli trascurando beffardamente la loro compartecipazione narrativa; 4.) gli effetti speciali peccano di squallida voglia di messinscena poiché non mirano ad altro che a rifulgere sullo schermo per emozionare (o intimidire?) lo spettatore, e di conseguenza le scene (eccettuata quella, formidabile, dell’astronave che si ritrae in sé stessa e va in fiamme dopo aver risucchiato i grigi) risultano sgargianti, pacchiane e dipinte di un colore smorto e stonato; 5.) gli attori che danno il volto ai quattro personaggi principali sono tutti in parte, ma funzionano bene presi singolarmente, mentre, nelle occasioni in cui stanno insieme (molto più rarefatte che nel romanzo), si percepisce più di una forzatura. E infine: a che scopo tagliare le ultime sublimi dieci pagine in cui King racconta della rimpatriata fra Henry e Jonesy con la moglie e il figlio di quest’ultimo in un assolato pomeriggio nel quale si banchetta con bacon e birra? Un finale simile avrebbe tolto l’inutile cupezza che incapsula tutta la pellicola con risvolti non voluti di pesantezza e anche aperto uno spiraglio alla gioia immensa proveniente da due intelletti consci di aver testé salvato il mondo. Inoltre, mancano – o vengono descritti peggio – la contaminazione che invade il corpo degli umani con la linfa rossa, la fatica in automobile di Duddits a concentrarsi (per via della leucemia) per mettersi in contatto con Jonesy, l’impegno che Henry investe per rintracciare i compagni sperduti nella bufera a bordo degli sci e le conseguenze psichiatriche riversatesi sul cervello di Jonesy dopo il suo rilevante incidente. I film che sono stati girati su una probabile Apocalisse si perdono nel tempo e nei meandri della storia del cinema, e questo pallido esempio non verrà certo ricordato per esserci riuscito al meglio. Chi ha letto il libro si metta il cuore in pace e si goda dell’opera cinematografica, perlopiù, il bosco innevato, le espressioni facciali di catalettico orrore e la colonna sonora inquietante intervallata da suoni di ossessivo, repentino terrore. Ah, dimenticavo: e pure le battute più ricorrenti che, loro malgrado, vengono coniate a mo’ di slogan pubblicitari («Stesso schifo, diversa data», «…attraversare la linea…», «Niente lanci, niente partite»).

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