Scream

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Un film di Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillett. Con Melissa Barrera, Kyle Gallner, Mason Gooding, Mikey Madison.
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Titolo originale Scream. Horror, Ratings: Kids+13, durata 114 min. - USA 2022. - Eagle Pictures uscita giovedý 13 gennaio 2022. - VM 14 - MYMONETRO Scream * * * - - valutazione media: 3,36 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

SCREAM o il potere affilato della meta-narrazione. Valutazione 4 stelle su cinque

di Gianluigi F.


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domenica 23 gennaio 2022

 Quando vidi per la prima volta “Scream”, ciò che mi colpì fu la schietta natura parodistica del suo linguaggio meta-narrativo, così sorprendente da essere una riflessione stessa sul genere; difatti il capolavoro di Wes Craven è divenuto memorabile per la straordinaria capacità di smontare e rimontare i tipici stilemi dello slasher - sotto-genere horror che ha avuto come manifesto la saga di “Halloween” - divertendosi al contempo a giocare col pubblico, con le sue aspettative.

Fu tale la portata rivoluzionaria della pellicola, da ispirare il lancio di un’altra parodia di successo, ma dai toni fortemente demenziali: quella di “Scary Movie” (nonché titolo provvisorio del medesimo “Scream”!).
Dal ’97 al 2011, forte del successo del primo film, la saga di Ghostface si è reinventata costantemente, raggiungendo livelli di satira talmente elevati da costruirsi all’interno della propria finzione narrativa una mitologia autoreferenziale. “Stab” è infatti il titolo della pellicola fittizia citata nel secondo capitolo della saga, ovvero la trasposizione cinematografica dei fatti raccontati nel primo “Scream”, e che ispirerà la folle catena dei sequel nei sequel. Questo abile gioco di specchi ha dato vita ad una vera e propria matrioska narrativa, la quale ha aiutato Craven a perfezionare sempre più la sua analisi divertente e divertita dell’horror, stabilendo finanche le regole della propria “creatura”: l’assassino è sempre qualcuno che conosce la protagonista (Sidney Prescott), il movente delle violenze ha sempre le sue radici negli eventi del passato e il killer ha (quasi) sempre un complice.
La ripetizione ossessiva dello schema precostituito diventa così anche una lucidissima e feroce critica al modus operandi delle majors hollywoodiane, sempre ingolosite dall’allungare il brodo del franchise di turno, col fine ultimo di inseguire il guadagno più sfrenato.
Undici anni dopo, il quinto capitolo di “Scream” percorre il solco della tradizione, ma portando la meta-narrazione ad uno step successivo e ancor più trasversale.
La prima importante novità la si trova dietro la macchina da presa.
Non è infatti Wes Craven - scomparso nel 2015 - a tenere le redini della storia, ma il duo composto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, reduci dalla regia del riuscitissimo “Finché morti non ci separi”. Proprio con la suddetta pellicola, i due membri del gruppo di cineasti conosciuti come “Radio Silence”, aveva ampiamente dimostrato di trovarsi a proprio agio con la commedia nera, dichiarandosi a più riprese fans dello stesso “Scream” del ’96.
Questa informazione conduce in maniera limpida al cuore pulsante del racconto di questo quinto film della saga: la tossicità di una fanbase.
Quanto è sottile la linea che separa l’essere appassionato di qualcosa dall’essere fanatico? Quanto è facile che l’amore spassionato si trasformi in egoistica possessione? Cavalcando la forte componente meta-narrativa del franchise, Bettinelli-Olpin e Gillett riflettono in maniera lucida sul fenomeno di massa che ha trovato ampia diffusione nella contemporaneità, e che difatti porta all’esasperazione della passione, sfociando in una violenza verbale (e non solo) che ha trovato in internet il proprio canale preferenziale. Tale riflessione trova ancor più forza proprio nella concretezza dei fatti: i due registi del film sono stati prima di tutto spettatori della storia di Craven.
La trasversalità raggiunta con questo ultimo tassello di narrazione, si amplia inoltre attraverso la deliberata scelta di citare non solo i film dell’orrore (contemporanei e non), ma persino affibbiare il nome di Wes e il cognome di Carpenter (il genio dietro il successo di “Halloween”) ad alcuni dei nuovi personaggi che popolano le strade di Woodsboro, mentre Ghostface sovrascrive alcune regole dello schema, per sparigliare le carte e confondere anche gli storici membri della saga.
Ne viene fuori una pellicola brutale, emotivamente travolgente ma al contempo equilibratissima, ricca di tensione dal principio alla fine, che gioca in maniera sapientissima con la soluzione comoda dello jumpscare, divertendo a più riprese lo spettatore.
L’ironia, affilata come una lama di coltello, trova terreno fertile anche nell’attenzione riservata ai dettagli. Memorabile è la scena che vede uno dei personaggi impugnare un candelabro (una delle possibili armi del delitto nel gioco “Cluedo”) o fallire miseramente nel tentativo di digitare il numero della polizia sul touch screen del proprio smartphone, impraticabile per via delle mani insanguinate (a volte la tecnologia sa essere un impedimento, vero?).
In conclusione, “Scream”(2022) supera ampiamente le aspettative e si guadagna il merito - almeno per quanto mi riguarda - di essere uno dei capitoli più riusciti dell’intera saga.
Dopo aver maturato l’idea che lo stesso Craven sarebbe fiero di quanto fatto con questo film, mi permetto un’ultima riflessione sullo stato del Cinema, che spero possa cogliere chi la leggerà.
Negli ultimi mesi di programmazione cinematografica, ho notato un fenomeno curioso: da una parte un costante utilizzo della nostalgia da parte di Hollywood, proprio alla ricerca di accontentare quella fetta di pubblico smaniosa di mantenere lucido un passato lontano (“Spiderman - No Way Home” docet!) e dall’altra una risposta anarchica, riluttante nei confronti di questa moda, tale da distruggere le aspettative di molti di quei fan (“Matrix Resurrections”). Con questo “Scream”, Bettinelli-Olpin e Gillett pare abbiano voluto raccogliere il testimone lasciato da Lana Wachowski, e utilizzando proprio il medesimo linguaggio meta-narrativo. Che sia questo l’inizio di una duplice tendenza? E se la risposta anarchica diventasse moda, non finirebbe per trasformarsi in manierismo, ovvero l’oggetto della propria critica? Ai posteri l’ardua sentenza.

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