carloalberto
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sabato 13 novembre 2021
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zhao non è malick, purtroppo
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Il soggetto è interessante. L’alienazione nelle riserve indiane e la conseguente questione dell’alcolismo meriterebbero più attenzione mediatica e forse sarebbe stato più idoneo allo scopo un docufilm.
La fotografia è suggestiva, con tramonti e paesaggi lunari e campi lunghi e lunghissimi ad abbracciare lande sconfinate dove ci sono solo cavalli al galoppo.
La scrittura dei dialoghi ha dei guizzi di poeticità e qualche battuta rimane nella memoria, come quella del fratello del protagonista detenuto, che alla madre, che è andata a colloquio per dirgli che ha trovato conforto in Dio, risponde: basta che non trasformi Dio in un altro di quegli uomini per i quali hai trascurato i tuoi figli.
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Il soggetto è interessante. L’alienazione nelle riserve indiane e la conseguente questione dell’alcolismo meriterebbero più attenzione mediatica e forse sarebbe stato più idoneo allo scopo un docufilm.
La fotografia è suggestiva, con tramonti e paesaggi lunari e campi lunghi e lunghissimi ad abbracciare lande sconfinate dove ci sono solo cavalli al galoppo.
La scrittura dei dialoghi ha dei guizzi di poeticità e qualche battuta rimane nella memoria, come quella del fratello del protagonista detenuto, che alla madre, che è andata a colloquio per dirgli che ha trovato conforto in Dio, risponde: basta che non trasformi Dio in un altro di quegli uomini per i quali hai trascurato i tuoi figli.
E’ la narrazione filmica a deludere le aspettative. Un descrittivismo pedante e ripetitivo, che ripropone immagini simili senza procedere di un passo nel racconto. Per autocompiacimento forse della regista in fase di montaggio, i tempi sono allungati in modo insopportabile fino a rendere la pellicola noiosa ed indigesta. Forse Chloé Zhao ha creduto di poter riprodurre la potenza delle immagini di Terrence Malick. Purtroppo non è così e Zhao non è Malick.
Peccato, perché anche la voce fuori campo, che, nella sequenza finale, spiega le ragioni del sentimento di amore odio per la riserva da parte dei nativi che ci vivono, in una sorta di auto reclusione, evoca lo spirito di un popolo sconfitto ed emarginato che non si è più risollevato e continua a sprofondare nelle sabbie mobili della noia e dell’alcol oppure sopravvive come divertente fenomeno da baraccone folkloristico per il turista viso pallido.
Il film denuncia si tinge di rosa, la vena sentimentale e romantica di Zhao prevale, ed in primo piano si colloca la storia d’amore tra due ragazzi, che cede soltanto davanti alla forza superiore dell’amore fraterno. Bizzarro destino per un film che poteva essere un esempio di cinema verità e si trasforma invece in un logoro prodotto commerciale inneggiante ai buoni sentimenti e ai valori familiari, che, guarda caso, primeggiano anche nella sperduta riserva indiana e non soltanto nell’America bianca ed evoluta delle melense pellicole hollywoodiane.
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stefano capasso
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domenica 11 aprile 2021
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la consapevolezza delle nuove generazioni
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Johnny ha 18 anni, vive con la sorella dodicenne Jashaun e la madre in una casetta nella riserva indiana di Pine Ridge. La vita nella riserva è molto dura, caratterizzata com’è dal diffuso abuso di alcol e in sostanza di prospettiva di vita altre che non il girovagare. Per questa ragione Johnny ha in mente di lasciare la riserva insieme alla fidanzata per provare a costruire una nuova vita a Los Angeles. Ma il legame affettivo forte con la sorella mette in discussione la scelta.
Film d’esordio di Chloe Zhao che racconta la vita in cattività in una riserva indiana. Con un taglio documentaristico e un uso della macchina da presa sempre traballante Zhao mette in evidenza la grande contraddizione di un popolo che conserva alcune delle proprie tradizioni e ne osserva altre, importate e apparentemente incompatibili con le altre.
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Johnny ha 18 anni, vive con la sorella dodicenne Jashaun e la madre in una casetta nella riserva indiana di Pine Ridge. La vita nella riserva è molto dura, caratterizzata com’è dal diffuso abuso di alcol e in sostanza di prospettiva di vita altre che non il girovagare. Per questa ragione Johnny ha in mente di lasciare la riserva insieme alla fidanzata per provare a costruire una nuova vita a Los Angeles. Ma il legame affettivo forte con la sorella mette in discussione la scelta.
Film d’esordio di Chloe Zhao che racconta la vita in cattività in una riserva indiana. Con un taglio documentaristico e un uso della macchina da presa sempre traballante Zhao mette in evidenza la grande contraddizione di un popolo che conserva alcune delle proprie tradizioni e ne osserva altre, importate e apparentemente incompatibili con le altre. Il risultato di questo è evidente nella vita quotidiana di un popolo svuotato della propria identità e in cerca di un futuro difficile da costruire, che l’abuso di alcol rende solo in teoria meno pesante. Emblematica di questo stato delle cose diventa la storia dei due protagonisti, con il ragazzo inquieto e pronto a lasciarsi alle spalle la vita nella riserva e la sorella minore che lo richiama alla tradizione e ai valori del territorio e della famiglia. La ragazzina, che è anche l’occhio narrante della storia, finisce col rappresentare la speranza di un futuro diverso per le nuove generazioni, decise a valorizzare la propria storia e pronte ad accettare in modo più consapevole, la nuova situazione.
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