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Attenzione: nella recensione vi sono anticipazioni sulla trama del film.
Marco Bechis nasce a Santiago, in Cile, da padre italiano e madre cilena. Nel 1977 ha 22 anni e si trova a Buenos Aires, quando viene sequestrato da un gruppo di poliziotti in borghese, condotto in un carcere clandestino, detenuto illegalmente e torturato per 4 mesi, prima di essere espulso grazie alla sua cittadinanza italiana.. Questa esperienza segna in modo indelebile la sua vita e la sua produzione, non solo cinematografica: dalla video-installazione "Desaparecidos, dove sono?", a "Garage Olimpo" in cui narra la vicenda di Maria, giovane militante arrestata, torturata e assassinata, a "Figli/Hijos", sulle adozioni illegali dei figli dei desaparecidos da parte delle famiglie dei torturatori. Con "Ritorno a Buenos Aires", il cerchio si chiude, a distanza di 30 anni, con i processi a carico di alcuni degli aguzzini.
Ambientato nel 2008, in una Buenos Aires quasi dimentica degli orrori della dittatura, il film racconta il viaggio di ritorno nella capitale argentina di Mariano Guerra, medico italiano, arrestato e torturato negli anni '70 dai golpisti. E' un ritorno estremamente difficile, in cui Mariano è costretto non solo ad affrontare i fantasmi di un passato che riemerge con i contorni di un incubo mortifero, ma deve anche interagire con altri sopravvissuti, compagni di prigionia a cui lui stesso ha inflitto dolore e sofferenza. Infatti, ai tempi della prigionia, Mariano era studente di medicina e viene usato dai torturatori che lo costringono a rianimare i prigionieri in punto di morte e consentire così la continuazione delle torture o a somministrare droghe ansiolitiche a chi verrà ucciso scaraventato dagli aerei in mare aperto. Il film esplora in modo secco ed essenziale la natura complessa del rapporto che si instaura tra torturatore e torturato, la sottomissione, anche psicologica, che provoca, la necessità, da parte della vittima, di cogliere anche segnali minimi di umanità da parte dei propri aguzzini per non sentirsi complertamente reificati e annullati.
Ne è prova il rapporto tra Mariano e il medico responsabile delle torture che lo chiama "il mio cane", in una sequenza potente e aggiacciante girata nei bagni del palazzo di giustizia. Il processo contro gli aguzzini per "crimini contro l'umanità" è reso ancora più complesso dall'impossibilità di avvalersi di documenti scritti o memorie: la testimonianza deve essere rigorosamente orale, per evitare che i testimoni possano essere influenzati da precedenti ricostruzioni.
"Ritorno a Buenos Aires" è un film di grande spessore e intensità emotiva: rifugge da effetti grand guignol, a dispetto della materia trattata, anche gli episodi di tortura e violenza sessuale sono rappresentati con misura e senza alcun compiacimento come elementi della "banalità del male", atroce proprio perché elevato a norma e a pratica di sterminio. Il protagonista- un ottimo Adriano Giannini- insieme al cast offre una prova eccellente lavorando "di sottrazione" su un personaggio complesso e sfaccettato. La messa in scena è efficace ed essenziale, ricostruisce un paese in bilico tra passato e futuro, tra memoria e oblio, tra la necessità della testimonianza e il bisogno di andare avanti con la propria quotidianità.
Un film tagliente, incisivo, che colpisce e non propone soluzioni facili. Un'ottima prova.
W.
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