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sergio dal maso
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sabato 14 febbraio 2026
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petra e jure, i nostri amici geniali
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“Perché tu sei il mio migliore amico, te lo dico, che sei speciale e quando siamo insieme
il mondo è capovolto, di colpo nulla è più banale, nulla è più banale.” Jure al cane Marlowe
Vicino al confine più remoto del nordest, a una manciata di chilometri sia dall’Austria che dalla Slovenia, c’è il vecchio paesino minerario di Cave del Predil. Quando la miniera era ancora in funzione il borgo aveva 15000 abitanti, dopo la chiusura si è svuotato, ora ci vivono poche centinaia di persone, quasi tutte anziane.
Tra loro Petra e Jure, due fratelli squattrinati che vivono in una roulotte e campano di lavoretti improvvisati.
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“Perché tu sei il mio migliore amico, te lo dico, che sei speciale e quando siamo insieme
il mondo è capovolto, di colpo nulla è più banale, nulla è più banale.” Jure al cane Marlowe
Vicino al confine più remoto del nordest, a una manciata di chilometri sia dall’Austria che dalla Slovenia, c’è il vecchio paesino minerario di Cave del Predil. Quando la miniera era ancora in funzione il borgo aveva 15000 abitanti, dopo la chiusura si è svuotato, ora ci vivono poche centinaia di persone, quasi tutte anziane.
Tra loro Petra e Jure, due fratelli squattrinati che vivono in una roulotte e campano di lavoretti improvvisati. Due ragazzi emarginati, l’unico legame loro rimasto è con la madre, malata di Alzheimer, che vive in una casa di riposo. Sono molto uniti, inseparabili, anche se non potrebbero essere più diversi.
Petra è fredda e tagliente come il paesaggio circostante, istintiva e irascibile, vulcanica e mai doma.
Jure è un ragazzo dolce e buono, candido come la neve, di un’ingenuità disarmante.
Sono stanchi di quella vita senza prospettive, di prendere continuamente schiaffi in faccia.
Si avvicina il Natale ma il clima natalizio non li sfiora minimamente. Sognano di andar via, di scappare da quel “buco di culo di paese” - usando il gergo di Petra - dove si sentono intrappolati. Ma vivono di espedienti, alla giornata, fanno fatica anche a mettere insieme pranzo e cena. Devono racimolare soldi, tanti soldi. Non bastano i lavoretti, gli intrallazzi con il sottobosco della criminalità di provincia, le scommesse clandestine sulle sfide di power slap. All’improvviso sembra presentarsi la grande occasione: è stato smarrito il cagnolino Marlowe e i proprietari promettono una lauta ricompensa. Che per Petra significa un riscatto, anzi, un ricatto. Naturalmente nulla andrà per il verso giusto. La vicenda prende una piega inaspettata con un effetto domino di colpi di scena e un’escalation di sorprese, tra spacciatori senza scrupoli, bizzarri babbi natale impersonati da detective improvvisati e sfide grottesche a suon di schiaffi.
Nella parte finale il tono ironico e tragicomico da commedia amara di provincia vira verso il noir, al candore della neve si affiancano sfumature “nere” e venature crime, quasi da thriller.
Ma Petra e Jure, pur scalcagnati e derisi, presi a schiaffi dalla vita, sono pur sempre i nostri (anti)eroi, e come tali, ce la faranno. L’ultimo schiaffo sarà, per l’appunto, l’ultimo.
Dodici anni dopo quell’autentico gioiello che è stato Zoran il mio nipote scemo, seguito da un decennio di serie televisive, il regista friulano Matteo Oleotto torna in sala ripartendo dai canoni dell’esordio e da quello sguardo affettuoso sui perdenti di provincia, su chi non ce l’ha fatta ed è rimasto indietro. Ieri Zoran e Paolo Bressan, oggi Petra e Jure. Uno sguardo che ricorda molto quello di Carlo Mazzacurati, e non è un caso che il territorio sia lo stesso, un paesaggio inscindibile dai suoi personaggi. Quel microcosmo del nordest che pulsa umanità, con i suoi magnifici perdenti che, malgrado tutto, resistono e non si arrendono alle avversità della vita. Personaggi surreali che non diventano mai macchiette, piuttosto, come è stato scritto, delle “marionette tragiche”con una dimensione umanissima e poetica.
E come con Rok Prašnikar, interprete di Zoran, anche questa volta Oleotto ha scovato due attori poco conosciuti, Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta, che hanno dato vita a due interpretazioni superlative. Adalgisa Manfrida alla Festa del Cinema di Roma è stata giustamente premiata come “Attrice rivelazione dell’anno”. Tutto il cast, però, si è dimostrato all’altezza, compresi i personaggi minori, ben calibrati e amalgamati sia nella sceneggiatura che nelle interpretazioni.
Ispirato dai paesaggi innevati e dai personaggi strampalati di Fargo dei fratelli Coen, Ultimo schiaffo è sicuramente uno dei film italiani più originali e innovativi della stagione. Quello di Oleotto è un cinema sghembo, difficilmente etichettabile. Il regista goriziano ha una freschezza cinematografica assai rara nel panorama italiano. Non si può non sottolineare la cura e la qualità di ogni aspetto, come la splendida fotografia, con quell’azzurrognolo “livido” che domina i volti e i paesaggi, facendoci sentire il freddo pungente e l’asprezza del paesaggio, o l’originale colonna sonora con brani classici di Rossini, Verdi e Mascagni alternati alle musiche folk originali di Luca Ciut.
Dopo Zoran abbiamo aspettato 12 anni per l’opera seconda, confidiamo che l’attesa per la terza sia molto più breve.
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frida bruno
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sabato 17 gennaio 2026
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un film che resta dentro. consigliatissimo.
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Mi ha presa per mano; mi addentro, odore di montagna,lieve sorriso, [+]
Mi ha presa per mano; mi addentro, odore di montagna,lieve sorriso, fame di gioia e passo passo, preciso, lo schiaffo.
Da non perdere.
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cardclau
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sabato 17 gennaio 2026
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il bello ? cio'' che piace senza concetto
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Si rimane piacevolmente sorpresi dalla originalità del film Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto, che sopravanza di gran lunga la valanga di thriller, cimitero delle idee, insufficientemente lubrificati da un mucchio di effetti speciali, specchio del bisogno della classe dirigente di quelle società di rendere insicuro lo spettatore, facendo passare come protettive leggi che sono in realtà liberticide e xenofobe. Siamo infatti davanti ad un noir, che non si limita a spaventare lo spettatore, ma che lo induce a riflettere sulla povertà, sulla povertà che sfocia nella miseria, sulla solitudine, sulla malattia irreversibile della madre, sulla capacità di arrangiarsi, sul tempo che passa inesorabile senza aver potuto costruire una storia d’amore.
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Si rimane piacevolmente sorpresi dalla originalità del film Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto, che sopravanza di gran lunga la valanga di thriller, cimitero delle idee, insufficientemente lubrificati da un mucchio di effetti speciali, specchio del bisogno della classe dirigente di quelle società di rendere insicuro lo spettatore, facendo passare come protettive leggi che sono in realtà liberticide e xenofobe. Siamo infatti davanti ad un noir, che non si limita a spaventare lo spettatore, ma che lo induce a riflettere sulla povertà, sulla povertà che sfocia nella miseria, sulla solitudine, sulla malattia irreversibile della madre, sulla capacità di arrangiarsi, sul tempo che passa inesorabile senza aver potuto costruire una storia d’amore. Il tutto condito con un umorismo che rende il dramma più leggero. Si tratta della storia di una sorella e di un fratello, con una madre affetta da demenza, senza arte né parte, che vivono in un buco di paese dell’alto Friuli, che fanno delle scelte di sopravvivenza, in parte innocue, in parte scellerate, ma l’ultima senza via di ritorno. I protagonisti della nostra storia sono Petra (una ottima Adalgisa Manfrida) che della coppia è il maschiaccio macina idee, la cui apparente sicurezza di sé e la dipendenza dall’erba nascondono forse il desiderio inappagato di essere amata; le fa da contraltare il fratello Jure (un convincente Massimiliano Motta) in cui prevalgono gli elementi femminili, come prendersi cura della mamma che non c’è, o delle bestiole, o accettare di essere sempre al traino della sorella.
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gabriella
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giovedì 15 gennaio 2026
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l? dove il sole non riscalda
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Petra e Jure sono sorella e fratello, vivono a Cave del Predil, una frazione montana di Tarvisio, una volta paese minerario, ora abitato da uno sparuto gruppo di persone, un paese freddo e inospitale, cercando di sopravvivere come possono, eseguendo lavoretti di ogni tipo, ma ovviamente, la scarsa densità di popolazione non permette loro di avere sempre qualcosa da mettere in tavola. Lei si è congelata per non soffrire, è dura, aspra, arrabbiata con il mondo, sembra dominare l’ambiente diventando crudele quanto la natura stessa, lui ha il candore della neve, è buono, ingenuo, sensibile ,un lusso che non possono permettersi in un ambiente così ostile , oltretutto hanno la mamma affetta da demenza senile in un ospizio, l’unico desiderio di Petra è quello di andare via da quel luogo , dal freddo tagliente che sembra averla prosciugata da qualsiasi calore umano, mentre Jure vorrebbe portare la mamma a vedere il mare.
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Petra e Jure sono sorella e fratello, vivono a Cave del Predil, una frazione montana di Tarvisio, una volta paese minerario, ora abitato da uno sparuto gruppo di persone, un paese freddo e inospitale, cercando di sopravvivere come possono, eseguendo lavoretti di ogni tipo, ma ovviamente, la scarsa densità di popolazione non permette loro di avere sempre qualcosa da mettere in tavola. Lei si è congelata per non soffrire, è dura, aspra, arrabbiata con il mondo, sembra dominare l’ambiente diventando crudele quanto la natura stessa, lui ha il candore della neve, è buono, ingenuo, sensibile ,un lusso che non possono permettersi in un ambiente così ostile , oltretutto hanno la mamma affetta da demenza senile in un ospizio, l’unico desiderio di Petra è quello di andare via da quel luogo , dal freddo tagliente che sembra averla prosciugata da qualsiasi calore umano, mentre Jure vorrebbe portare la mamma a vedere il mare. Così l’improvvisa comparsa di un volantino in cui si annuncia la scomparsa di un cane di nome Marlowe e la promessa di una ricompensa a chi lo ritrova, i due avendolo già avvistato il giorno prima, si mettono alla ricerca dell’animale convinti di risolvere finalmente i loro problemi. Da qui si avvia una serie di equivoci e drammi che sporcano il bianco della neve con il nero della criminalità locale, spacciatori, bische, scommettitori di ceffoni e il Natale con le sue luci colorate, la preparazione del presepio di don Attilio ( una presenza sempre rassicurante quella di Giuseppe Battiston), la preparazione del pranzo,non riguardano i due fratelli, nessuno interviene, nessuno prova compassione per loro, non c’è rifugio, al di fuori della loro roulotte. Finchè si smette di lottare contro il destino, e contro il mondo, perché si prende coscienza che la guerra ti deruba di tutto ciò che conta realmente, ed è quando la voce diventa carezza, non c’è più spazio per la rabbia verso la povertà, la malattia, solo desiderio di proteggere ciò che è fragile. Matteo Oleotto torna al cinema dopo tredici anni dal film d’esordio “ Zoran, il mio nipote scemo”, ancora una volta sono personaggi incapaci di vincere, bloccati in una provincia più mentale che geografica, sono i perdenti tanto cari a Carlo Mazzacurati, a Ken Loach, su piccole sconfitte quotidiane che diventano racconto. Solo che Mazzacurati ha uno sguardo più laterale, pudico, uno sguardo affettuoso e malinconico che custodisce, mentre quello di Oleotto è più scoperto, espone i suoi personaggi, li mette alla prova. Notevole l’ interpretazione di Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta che ci auguriamo di rivedere presto, così come ci auguriamo di non attendere altri tredici anni per un altro film del regista, non tutto è perfetto in questo ultimo lavoro, è un piccolo film in mezzo a colossi che sbancano al botteghino, ma raccontare di umanità e sopravvivenza merita la visione.
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luci benni
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martedì 13 gennaio 2026
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senza speranza
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Un racconto senza speranza nella terra di confine, tra mondo slavo tedesco e latino, nel tempo del Natale. Due fratelli che si perdono nell'escogitare espedienti che consentano loro di sopravvivere, o, forse addirittura di andarsene da Cave del Predil. Personaggi cinici che non ispirano empatia. Tutti, salvo Jure, che mantiene vivo il sentimento e il senso della cura, proprio Jure, cui l'ultimo schiaffo sarà fatale. La trama è esile, in qualche punto deraglia. Dialoghi non proprio limpidissimi. Bellissima la musica di Ciut, con la magnifica chitarra di de Leporini. Una prova non proprio esaltante, ma amiamo Oleotto, e lo seguiremo anche nelle prossime avventure narrative.
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