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gianni lucini
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martedì 13 settembre 2011
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il western visionario
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Nel 1971, quando Blindman arriva per la prima volta sugli schermi italiani il western all’italiana sta attraversando un periodo particolare. Da un lato con Trinità si è aperta la strada alla variante del paradosso e del rovesciamento grottesco dei codici di genere, dall’altro stanno diventando sempre più consistenti i tentativi di impiantare gli stessi codici su impianti narrativi diversi, dalla denuncia politica e sociale alla tradizione del cinema d’avventura, dalla produzione per ragazzi e famiglie all’accentuazione degli aspetti più violenti ed efferati. Ciascuno dei protagonisti dell’epopea del western all’italiana tenta, in qualche modo, di trovare una strada che riesca a dare nuova linfa a un genere che comincia a dare i primi segni di stanchezza.
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Nel 1971, quando Blindman arriva per la prima volta sugli schermi italiani il western all’italiana sta attraversando un periodo particolare. Da un lato con Trinità si è aperta la strada alla variante del paradosso e del rovesciamento grottesco dei codici di genere, dall’altro stanno diventando sempre più consistenti i tentativi di impiantare gli stessi codici su impianti narrativi diversi, dalla denuncia politica e sociale alla tradizione del cinema d’avventura, dalla produzione per ragazzi e famiglie all’accentuazione degli aspetti più violenti ed efferati. Ciascuno dei protagonisti dell’epopea del western all’italiana tenta, in qualche modo, di trovare una strada che riesca a dare nuova linfa a un genere che comincia a dare i primi segni di stanchezza. In questo quadro si collocano le tentazioni “visionarie” di Tony Anthony, già conosciuto per aver interpretato Lo Straniero in Un dollaro tra i denti, Un uomo un cavallo una pistola e Lo straniero di silenzio. Questo geniale autore, produttore e interprete tenta di dilatare al di fuori dei codici anche le ambientazioni. Con Blind Man muove il primo passo di un percorso che lo porterà nel 1975 a mescolare il western con la fantasy e la mitologia in Geat mean, un film diretto sempre da Ferdinando Baldi e mai uscito nelle sale italiane.
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gianni lucini
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martedì 13 settembre 2011
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cieco e solo come zatoichi
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Visionario e psichedelico, Blindman trasporta sulle polverose strade del western all’italiana la figura del samurai cieco e invincibile derivata dalla letteratura popolare giapponese e portata sullo schermo per la prima volta nel 1962 da Kenji Misumi con il film Zatoichi monogatari. A differenza del personaggio tramandato dalle leggende orientali, però, il pistolero cieco non ha un grandissimo codice d’onore. A muoverlo contro un’intera banda di ferocissimi messicani è la cocciutaggine e l’orgoglio di chi non accetta di essere turlupinato, ma soprattutto il fatto che, come dice lui stesso a Pilar, la mancanza della vista può essere meno pesante soltanto se accompagnata da una buona condizione economica.
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Visionario e psichedelico, Blindman trasporta sulle polverose strade del western all’italiana la figura del samurai cieco e invincibile derivata dalla letteratura popolare giapponese e portata sullo schermo per la prima volta nel 1962 da Kenji Misumi con il film Zatoichi monogatari. A differenza del personaggio tramandato dalle leggende orientali, però, il pistolero cieco non ha un grandissimo codice d’onore. A muoverlo contro un’intera banda di ferocissimi messicani è la cocciutaggine e l’orgoglio di chi non accetta di essere turlupinato, ma soprattutto il fatto che, come dice lui stesso a Pilar, la mancanza della vista può essere meno pesante soltanto se accompagnata da una buona condizione economica. In questo il personaggio ideato, interpretato e prodotto da Roger Anthony Petitto, alias Tony Anthony, rispetta fedelmente il codice cinico e disincantato degli antieroi classici del genere in cui si muove. Non c’è una grandissima differenza tra lui e i suoi nemici. Entrambi trattano come merce o poco più le donne oggetto della contesa e l’impianto narrativo attribuisce una presunta “superiorità morale” al pistolero cieco solo in virtù di un contratto sottoscritto da tre avventurieri e non rispettato. Per il resto, in linea con i codici del western all’italiana, i buoni sono quasi del tutto indistinguibili dal punto di vista etico dai cattivi che invece eccellono per le caratteristiche di ferocia e di follia psicopatica. Considerato un “cult” in tutto il mondo e particolarmente in Giappone, il film che porta anche la firma dello sceneggiatore Vincenzo Cerami oggi compagno d’avventure di Roberto Benigni, ha fatto epoca anche per la presenza di Ringo Starr, il batterista dei Beatles, nei panni del più cattivo dei messicani. Era il 1971 e i quattro musicisti di Liverpool avevano appena annunciato al mondo la notizia del loro scioglimento…
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manuel
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domenica 19 dicembre 2004
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grandissimo western crepuscolare
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Un western geniale diretto in maniera esemplare da Ferdinando Baldi, con un protagonista mitico.
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(di cico)
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