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theophilus
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lunedì 10 febbraio 2014
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dal corpo l'anima
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DE ROUILLE ET D’OS
Jacques Audiard va a cercarsi guai. Va ad intrappolarsi nel labirinto oscuro del male col forte rischio di cadere nel buco nero opposto del sentimentalismo, quello che con ‘ismo’ differente viene oggi più spesso chiamato ‘buonismo’.
Non sapremmo dire se sia reazionario o no guardare con almeno un po’ di circospezione a fenomeni – prevalentemente collegati al mondo dello sport – quali le paraolimpiadi, il calcio giocato dai ciechi, il basket sulla sedia a rotelle o, in altro campo, il tentativo di spiegare la pittura ai ciechi dalla nascita. Si pretende di far credere che le barriere non esistano o, se ci sono, che si possano superare, basta volerlo.
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DE ROUILLE ET D’OS
Jacques Audiard va a cercarsi guai. Va ad intrappolarsi nel labirinto oscuro del male col forte rischio di cadere nel buco nero opposto del sentimentalismo, quello che con ‘ismo’ differente viene oggi più spesso chiamato ‘buonismo’.
Non sapremmo dire se sia reazionario o no guardare con almeno un po’ di circospezione a fenomeni – prevalentemente collegati al mondo dello sport – quali le paraolimpiadi, il calcio giocato dai ciechi, il basket sulla sedia a rotelle o, in altro campo, il tentativo di spiegare la pittura ai ciechi dalla nascita. Si pretende di far credere che le barriere non esistano o, se ci sono, che si possano superare, basta volerlo.
In De rouille et d’os Audiard ti sbatte in faccia con una crudezza forse senza precedenti il mondo dell’handicap fisico. La sua è una provocazione che merita attenzione e rispetto, ti butta addosso il suo sguardo e ti sfida a chi per primo volgerà gli occhi da un’altra parte. Ma non si tratta solo di esasperazione visiva. Il film è percorso da una rispondenza sociale implacabile, da uno sporco guardonismo che ti spia mentre lavori, al fine di cercare pretesti per buttarti fuori dal mondo del lavoro. Nel film ci sono uomini dimezzati, a cui rimane solo la forza della violenza per superare ilsapore di ruggine e ossa che invade la loro esistenza.
Stéphanie, a causa di un incidente occorsole durante uno spettacolo con le orche marine, viene a trovarsi senza le gambe, con due mozziconi che terminano poco sotto le ginocchia. Trova il sostegno di Ali, rude e schietto extracomunitario che la tira fuori dal suo ghetto prima ancora che Stéphanie corra il rischio di cascarci dentro. Il linguaggio è spiccio, le immagini ancora di più. Non c’è spazio per le allusioni, per la retorica del non detto, non attecchisce la disperazione, messa subito a tacere. Nulla viene schermato e l’ipocrisia dell’implicito viene smascherata con un’improntitudine così sferzante da apparire naturale. Non c’è spazio per il sentimento, per la pietà. Stéphanie, ridotta a raccapricciante brandello umano, ha nell’uomo una sponda che le fa mettere in gioco il proprio fantasma fisico. Non è compassione, non è sentimentalismo. Questi sarebbero inevitabili deterrenti della sessualità. Proprio l’indifferente forza animalesca rende Ali sessualmente ‘operativo’ – opé, come viene spesso detto e scritto nel film con altro evidente contrappasso col mondo del lavoro – e consente a Stéphanie di sentirsi ancora donna, ancora un essere umano. Sarà addirittura lei ad avere il coltello dalla parte del manico, quando Ali si fratturerà una mano per liberare il figlio intrappolato nel ghiaccio. Colla spada di Damocle di un dolore sempre in agguato che gl’impedirebbe di continuare a svolgere la sua attività prima nell’ambito delle scommesse clandestine sugli incontri illegali di lotta, poi nel mondo pugilistico, Ali finisce con lo specchiarsi nella donna e se ne innamora.
Belle le prove di Marion Cotillard e di Mathias Schoenaerts. Ripensando alle immagini, restiamo tuttora increduli e incapaci di accettare la spiegazione della protagonista che, durante le riprese, ha indossato calze verdi poi eliminate in postproduzione.
Enzo Vignoli
9 ottobre 2012
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toty bottalla
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martedì 25 giugno 2013
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film sincero, poco spettacolare e senza ipocrisia!
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La regia tiene lontana la macchina da presa anche nelle fasi più drammatiche, lasciando provare allo spettatore un'emozione distinta. La storia è raccontata sinceramente evitando fasi eclatanti che avrebbero svilito la narrazione. Saluti.
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jacopo b98
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giovedì 2 maggio 2013
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la storia c'è, gli attori pure, ma non coinvolge
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L’addestratrice di orche Stephanìe (Cotillard) perde le gambe in un incidente durante un numero con gli animali, dall’altra Alain (Schoenaerts) fa lavoretti in giro e arrotonda con combattimenti clandestini. Tra i due nasce qualcosa che è amore per lei, qualcosa di indefinito per lui. Audiard, a tre anni dal pluripremiato Il profeta, torna al cinema con quello che è stato definito melò, ma che non lo è poi così tanto. Il regista, anche sceneggiatore, ha tratto dai racconti Rust and Bone di Craig Davidson un complesso film sulla Francia povera che non conosciamo così bene: Alain è ignorante ed è il tipico uomo che durante il film si redime e passa dalla povertà e dalla violenza all’amore.
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L’addestratrice di orche Stephanìe (Cotillard) perde le gambe in un incidente durante un numero con gli animali, dall’altra Alain (Schoenaerts) fa lavoretti in giro e arrotonda con combattimenti clandestini. Tra i due nasce qualcosa che è amore per lei, qualcosa di indefinito per lui. Audiard, a tre anni dal pluripremiato Il profeta, torna al cinema con quello che è stato definito melò, ma che non lo è poi così tanto. Il regista, anche sceneggiatore, ha tratto dai racconti Rust and Bone di Craig Davidson un complesso film sulla Francia povera che non conosciamo così bene: Alain è ignorante ed è il tipico uomo che durante il film si redime e passa dalla povertà e dalla violenza all’amore. Audiard racconta la sua storia nel modo che aveva funzionato meglio per il film precedente, ma sembra non rendersi conto che Un sapore di ruggine e ossa non è Il profeta, e quindi esagera un po’, mettendo nel film elementi da thriller poco convincenti. Comunque è innegabile la passione con cui il regista mette in scena il suo dramma, anche se lo spettatore fa fatica ad essere coinvolto. È un film di recitazione più che di regia, con due bravi protagonisti, specie la Cotillard (nominata anche al Golden Globe). In concorso a Cannes 2012 quando trionfò Amour di Haneke.
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dave69
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mercoledì 6 marzo 2013
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conferma dello stato di grazia del cinema francese
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Nonostante qualche passaggio un po' ruvido, la quinta, intensa, opera di Jacques Audiard non fa altro che confermare dello stato di grazia che sta attraversando ormai da qualche anno il cinema francese. Riesce stranamente a mantenersi in equilibrio anche quando, in modo un po' eccessivo, alterna sequenze brutali a momenti di forte lirismo. Molto bravi i due protagonisti. ^_^
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kimkiduk
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martedì 29 gennaio 2013
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film slegato
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Sono rimasto deluso da questo film. Da Audiard mi aspettavo di più. Avevo letto appena l'inizio della trama e sinceramente ho assistito ad un altro film. Pensavo la protagonista fosse Stephanie invece no. Il film si regge sulla storia del "rugginoso" Alì. Sinceramente non ho capito nè il legame tra di loro nè che legame volesse dare il regista a questa storia. La sceneggiatura era molto interessante, la storia poteva e doveva avere contenuti e sviluppi diversi. A parte un doppiaggio orrendo per Alì, nessuna delle due figure riesce a mutare un film che scorre sulla storia di due persone senza amicizie (strano per Stephanie che non è una emarginata) e che non fa capire perchè un fidanzato non si vede più, gli amici sfuggono, i colleghi anche e una che a volte (ma con poche frasi senza impegno) chiede amore o dolcezza si leghi poi a chi dolcezza non sa darla e non sa nemmeno che cosa sia.
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Sono rimasto deluso da questo film. Da Audiard mi aspettavo di più. Avevo letto appena l'inizio della trama e sinceramente ho assistito ad un altro film. Pensavo la protagonista fosse Stephanie invece no. Il film si regge sulla storia del "rugginoso" Alì. Sinceramente non ho capito nè il legame tra di loro nè che legame volesse dare il regista a questa storia. La sceneggiatura era molto interessante, la storia poteva e doveva avere contenuti e sviluppi diversi. A parte un doppiaggio orrendo per Alì, nessuna delle due figure riesce a mutare un film che scorre sulla storia di due persone senza amicizie (strano per Stephanie che non è una emarginata) e che non fa capire perchè un fidanzato non si vede più, gli amici sfuggono, i colleghi anche e una che a volte (ma con poche frasi senza impegno) chiede amore o dolcezza si leghi poi a chi dolcezza non sa darla e non sa nemmeno che cosa sia. Uniche frasi che dice Alì è come stai e sono opé. Si addormenta anche mentre nuota la prima volta sapendo che poteva anche non farcela. Persona descritta e volutamente disegnata "rugginosa" (anche se la definirei mentalmente inutile) e per questo va bene, ma non puoi dargli un lampo di pianto in fondo e poi riparlare di frattura della mano dolorosa per un finale quasi ridicolo. Vabbè forse non l'ho capito io il film, ma a me è sembrato un film sulla solitudine interna e mentale e anche per Stephanie una ricerca di un niente. Interpretazioni normali, scenografie mediocri. Film deludente.
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clavius
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giovedì 13 dicembre 2012
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miseria e destino
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Altà densità narrativa e una drammaturgia quasi perfetta caratterizza l'ultimo lavoro di Audiard. Sorretto da una colonna sonora strepitosa e dalla bravura cristallina dei due interpreti (la Cotillard davvero perfetta) il film ricostruisce esistenze mutilate e senza bussola. Un film materico, fatto di sangue e sudore, carne e metallo, acqua e ossa. Una visione che diviene a tratti vera e propria esperienza fisica. Audiard si conferma autore a 360° con un film calibratissimo, controllato nonostante la materia sia incandescente, dominato dalla prima all'ultima sequenza con grande maestria. Il risultato è una sinfonia dolente sulle occasioni mancate, sulle ferite quotidiane, sulle nostre deficienze, sulle aspirazioni deluse.
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Altà densità narrativa e una drammaturgia quasi perfetta caratterizza l'ultimo lavoro di Audiard. Sorretto da una colonna sonora strepitosa e dalla bravura cristallina dei due interpreti (la Cotillard davvero perfetta) il film ricostruisce esistenze mutilate e senza bussola. Un film materico, fatto di sangue e sudore, carne e metallo, acqua e ossa. Una visione che diviene a tratti vera e propria esperienza fisica. Audiard si conferma autore a 360° con un film calibratissimo, controllato nonostante la materia sia incandescente, dominato dalla prima all'ultima sequenza con grande maestria. Il risultato è una sinfonia dolente sulle occasioni mancate, sulle ferite quotidiane, sulle nostre deficienze, sulle aspirazioni deluse. Nella scena del ritorno al parco acquatico si condensa tutto il destino dell'uomo: non riusciamo a stare lontano da ciò che ci ha ferito ed abbiamo sempre l'illusione di poterlo governare. Una sequenza di grande impatto che vale tutto il biglietto.
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molenga
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lunedì 10 dicembre 2012
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un dolore inesprimibile
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Ali arriva in provenza con il figlioletto di 5 anni, non ha un lavoro ma un indirizzo, quello della sorella anna, cassiera di supermercato che vive con il marito e procura un lavoro come buttafuori ad Ali. E proprio facendo il buttafuori Incontra Stéfanie, bella ed ammirata, animale da rimorchio in discoteca. Stéfanie è anche un'addestratrice di orche, ha uno spettacolo presso l'acquario di Antibes: un giorno qualcosa va storto e uno dei giganteschi cetacei ferisce Stéfanie costringendo i dottori ad amputarle le gambe ; perde ogni volta di vivere ma ali, con un paio di gesti rudi, la rimette in carreggiata, intanto l'uomo, per raccattare più soldi possibile, si è dato alla lotta clandestina: vince e porta con sé stéfanie, che piano piano impara anche ad organizzare matches.
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Ali arriva in provenza con il figlioletto di 5 anni, non ha un lavoro ma un indirizzo, quello della sorella anna, cassiera di supermercato che vive con il marito e procura un lavoro come buttafuori ad Ali. E proprio facendo il buttafuori Incontra Stéfanie, bella ed ammirata, animale da rimorchio in discoteca. Stéfanie è anche un'addestratrice di orche, ha uno spettacolo presso l'acquario di Antibes: un giorno qualcosa va storto e uno dei giganteschi cetacei ferisce Stéfanie costringendo i dottori ad amputarle le gambe ; perde ogni volta di vivere ma ali, con un paio di gesti rudi, la rimette in carreggiata, intanto l'uomo, per raccattare più soldi possibile, si è dato alla lotta clandestina: vince e porta con sé stéfanie, che piano piano impara anche ad organizzare matches...quasi per caso i due si ritrovano a divenire "amici di letto"., con ali che, nel sesso casuale come nel pugilato, sfoga la sua rabbia e stéfanie che, dopo aver perso la bellezza che l'aveva sempre resa sicura, deve impadronirsi della sua nuova fisicità.
Questo è un film grandissimo, con un'interprete, la Cotillard, che regala l'ennesima interpretazione di altissimo livello. fotografia d'effetto e evoluzione dei personaggi calibrata bene dall'ottima sceneggiatura, musiche abbinate alla perfezione alle scene epifaniche più importanti del film....su tutte sottolineo la visione di stéfanie dal punto di vista di un ali abbattuto in combattimento e l'incontro della "nuova" stéfanie con l'orca.
Da non mancare.
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matte 77
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mercoledì 21 novembre 2012
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bello!
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Bel film...ma soprattutto brava Marion Cotillard!
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donni romani
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lunedì 12 novembre 2012
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l'amore lontano dai sentimentalismi
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Si può definire un film una struggente storia d'amore se la frase ti amo viene pronunciata solo una volta, a due minuti dalla fine, e per di più al telefono? Se i due protagonisti non si baciano quando fanno l'amore e se lui sbuffa ad ogni accenno di discorso sentimentale? Si può sì, se i protagonisti sono Ali e Stephanie, entrambi menomati dalla vita sia pure in modo totalmente diverso, che si incontrano e non si accorgono di quanto quell'incontro li stia profondamente cambiando a loro insaputa, e forse anche contro il loro volere.
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Si può definire un film una struggente storia d'amore se la frase ti amo viene pronunciata solo una volta, a due minuti dalla fine, e per di più al telefono? Se i due protagonisti non si baciano quando fanno l'amore e se lui sbuffa ad ogni accenno di discorso sentimentale? Si può sì, se i protagonisti sono Ali e Stephanie, entrambi menomati dalla vita sia pure in modo totalmente diverso, che si incontrano e non si accorgono di quanto quell'incontro li stia profondamente cambiando a loro insaputa, e forse anche contro il loro volere. Ali è appena arrivato in Francia dal Belgio con il figlio Sam di cinque anni che conosce appena - tanto che il figlio non lo chiama papà ma Ali - si installa a casa della sorella e fa qualche lavoretto qua e là come buttafuori. Stephanie è un'allenatrice di orche in un parco acquatico e lo incontra una sera in discoteca. Di lì a poco la vita di lei sarà sconvolta da un incidente in cui perderà entrambe le gambe, un incidente che le toglierà la voglia di vivere e ogni slancio emotivo. Gli incontri con Ali, un uomo disincantato, che fa sesso con qualunque ragazza gli capiti senza legarsi sentimentalmente a nessuna, è di quelli sbilenchi, senza un percorso lineare e senza troppe aspettative, lui se la carica sulle spalle per farle fare il bagno in mare, lei lo accompagna agli incontri di lotta clandestina cui lui partecipa, saltuariamente fanno l'amore, ma solo quando lui è opé, operativo, cioè libero, senza impegni, senza donne, senza altro da fare insomma. Naturalmente a Stephanie questa situazione, che inizialmente aveva accettato come un bonus extra da una vita ormai segnata e bruciata, comincia ad andare stretta, e tenta di coinvolgere Ali in una crescita emozionale, ma lui scarta, si sottrae, quasi spaventato da un se stesso diverso dall'uomo superficiale, facile da gestire e da accontentare, che è stato finora. Un incidente sul ghiaccio al piccolo Sam cambierà definitivamente le cose, quasi che i sentimenti di Ali fossero stati fino a quel momento congelati e nascosti, e che attraverso la sofferenza anche lui abbia imparato a vivere, e ad amare. La trama, tratta da una storia vera, avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un melò sdolcinato e patinato, ma Audiard tiene ben fermo il timone e lascia alla Cotillard e a Matthias Schoenaerts poco spazio per scene madri e per sentimentalismi lasciando che siano le ferite della vita a condurre i loro passi, sicuri e sfrontati quelli di Ali, incerti sulle protesi quelli di Stephanie, ma entrambi capaci di trovare la strada giusta per riappropriarsi della vita, dei sentimenti e del futuro, pacatamente, quasi che vi sia in entrambi una consapevolezza latente. Un film rigoroso, che indulge sui monconi delle gambe di Stephanie senza essere mai pietistico e che non ha paura di mostrare un uomo in tutta la sua informe rudezza, che regala silenzi più che parole e che racconta l'amore come se fosse una conquista. Perchè in fondo lo è.
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