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lu pichi
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martedì 16 agosto 2022
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le menzogna da dei fiori ma non dei frutti
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Lo trovo un film che rispecchia la realtà di questo mondo dice quello che gli influencer non vogliano che si dica, sicuramente a chi è popolare sui social network non piacerà perchè il film un pò li ricolizza ma secondo me invece è azzeccato. Mi fa pensare a tutte quelle persone che vivono facendosi foto in bikini o che usano un linguaggio volgare allo scopo di trovare o mantenere follower o quelli che si fotografavano con alle spalle la Nave Costa Concordia naufragata, o Gianluca Vacchi e i suoi balletti con i tacchi, questo film descrive una influencer nell'aspetto più crudo, quello che la vede cercare il successo a tutti i costi anche con una montagna di bugie.
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Lo trovo un film che rispecchia la realtà di questo mondo dice quello che gli influencer non vogliano che si dica, sicuramente a chi è popolare sui social network non piacerà perchè il film un pò li ricolizza ma secondo me invece è azzeccato. Mi fa pensare a tutte quelle persone che vivono facendosi foto in bikini o che usano un linguaggio volgare allo scopo di trovare o mantenere follower o quelli che si fotografavano con alle spalle la Nave Costa Concordia naufragata, o Gianluca Vacchi e i suoi balletti con i tacchi, questo film descrive una influencer nell'aspetto più crudo, quello che la vede cercare il successo a tutti i costi anche con una montagna di bugie. C'è una scena iniziale del film in cui lei scrive un articolo che la sua direttrice legge e in cui dice che si sarebbe voluta trovare a New York il giorno dell' attentato del 11 settembre ma che purtroppo era in barca con i genitori, questo è un ragionamento infantile, nessuno vorrebbe trovarsi vicino lale torrri gemelle l'11 settembre, la gente è morta lì, ma è proprio questo che fanno certi giovani influencer non si rendono nemmeno conto di cosa è giusto o sbagliato.Ora non voglio dire che sono tutti così ma questo film va a cogliere quella nicchia o quei difetti che hanno certi giovanni influencer, c'è gente che fa è dice di tutto per ottenere la visibilità, follower e denaro. Per il resto è un filmetto per ragazzi, mi piace l'idea, gli do 2 stelle, (prodotto corretto). Lei alla fine viene scoperta, capisce, si pente e c'è spazio pure per il discorseto morale dell'amica.. Lo consiglio ai curiosì.
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decatur555
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domenica 27 settembre 2026
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quando voler essere guardati impedisce di vedere gli altri
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All''inizio è facile giudicare Danni. Vive in base a come la vedono gli altri, confonde visibilità e affetto e sembra convinta che una vita che non può essere mostrata online valga un po'' meno. Not Okay avrebbe potuto fermarsi alla caricatura della generazione Instagram e costruire intorno una commedia crudele sugli influencer. Ma Quinn Shephard fa qualcosa di più scomodo: lascia che Danni resti profondamente nel torto mentre gradualmente smette di essere soltanto ridicola. Il film capisce bene un''idea già nota ma ancora attuale: i social non inventano il bisogno di approvazione, ma lo trasformano in un sistema permanente di punteggio. Ogni reazione, follower e commento offre una conferma immediata del fatto che esisti e che conti.
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All''inizio è facile giudicare Danni. Vive in base a come la vedono gli altri, confonde visibilità e affetto e sembra convinta che una vita che non può essere mostrata online valga un po'' meno. Not Okay avrebbe potuto fermarsi alla caricatura della generazione Instagram e costruire intorno una commedia crudele sugli influencer. Ma Quinn Shephard fa qualcosa di più scomodo: lascia che Danni resti profondamente nel torto mentre gradualmente smette di essere soltanto ridicola. Il film capisce bene un''idea già nota ma ancora attuale: i social non inventano il bisogno di approvazione, ma lo trasformano in un sistema permanente di punteggio. Ogni reazione, follower e commento offre una conferma immediata del fatto che esisti e che conti. Danni non cerca davvero la fama per ambizione professionale; vuole che qualcuno la guardi, la trovi interessante e le conceda un''identità che lei non sa costruirsi da sola.
Zoey Deutch fa moltissimo per far funzionare il personaggio. Deve interpretare qualcuno di irritante, egocentrico e capace di decisioni moralmente indifendibili senza trasformarla in una cattiva piatta. Il film gioca persino con quanto sia difficile provare simpatia per lei. Ma Deutch introduce gradualmente delle crepe: insicurezza, solitudine, bisogno affettivo e una triste disperazione di appartenere a qualcosa. Capirla non significa giustificarla, ed è una delle scelte migliori del film: non cade mai nella trappola di pensare che umanizzare qualcuno equivalga ad assolverlo. Il danno resta tale anche quando soffre anche chi lo ha provocato, e una scusa può essere sincera senza generare automaticamente perdono. Questa idea mi sembra molto più matura della consueta struttura di caduta e redenzione in cui basta ammettere l''errore per recuperare l''affetto di tutti.
Mia Isaac offre il contrappeso emotivo necessario. Di fronte a una protagonista che all''inizio trasforma quasi tutto in contenuto, la sua presenza ricorda che alcune esperienze non dovrebbero essere ridotte a strumenti per ottenere attenzione. Lo scontro tra dolore autentico e dolore utilizzato diventa più potente quando il film abbandona parte della commedia e prende sul serio le conseguenze emotive.
Mi piace anche come il film mostri internet come una macchina capace di costruire e distruggere identità con la stessa velocità: la stessa folla che ha bisogno di innalzare qualcuno può poi avere bisogno di punirlo, con poca riflessione o proporzione. Dylan O''Brien funziona molto bene come rappresentazione di quella cultura superficiale che Danni desidera conquistare: aspetto, linguaggio, posa, follower e una personalità assemblata da ciò che funziona davanti a uno schermo. È divertente, ma aiuta anche a capire perché lei desideri così tanto entrare in quel mondo.
Durante il film mi è venuta in mente la favola di chi gridava al lupo, perché ogni menzogna sostenuta troppo a lungo porta la paura che la verità arrivi solo dopo aver distrutto la credibilità. Ma Not Okay è più interessante quando si allontana dalla punizione meccanica di una favola: la conseguenza più dura può essere semplicemente capire ciò che hai fatto e scoprire che quella consapevolezza non permette di cancellarlo. È qui che il film mi ha sorpreso emotivamente. Ho finito per provare pena per lei, non perché meriti improvvisamente che tutto venga dimenticato, ma perché dietro l''impostura appare qualcuno straordinariamente solo. Un momento particolarmente semplice di affetto familiare funziona perché non dipende dall''identità che ha costruito né dai follower. Quinn Shephard rifiuta anche di forzare una riconciliazione sentimentale solo per rassicurarci: accetta che certe ferite appartengano a chi le ha subite, e questo rifiuto di regalare una conclusione piacevole è ciò che alla fine ha fatto salire il film ai miei occhi.
La satira sugli influencer, sulla cancellazione e sulla fame di notorietà forse non è particolarmente nuova, e la sceneggiatura a volte sottolinea troppo ciò che avevamo già capito. Ma quando smette di diagnosticare internet e si concentra sui personaggi, trova qualcosa di più prezioso: la differenza tra pentirsi perché la propria reputazione è crollata e cominciare davvero a capire il dolore che si è provocato. Not Okay comincia come una commedia su una ragazza insopportabile che vuole diventare famosa e finisce per trasformarsi in qualcosa di molto più triste sulla solitudine, l''autenticità, la colpa e la responsabilità. La sua scelta migliore è non chiederci mai se Danni sia buona o cattiva. Ci costringe ad accettare qualcosa di più scomodo: una persona può fare qualcosa di imperdonabile, pentirsene sinceramente, avere bisogno di affetto e non avere comunque il diritto di pretendere che gli altri ricostruiscano ciò che ha spezzato.
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