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clara stroppiana
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giovedì 21 agosto 2025
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in corsia con floria
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Un film ansiogeno che fa star male, quasi fisicamente. Per 90 minuti trasferisce sullo spettatore tutto lo stress dell'infermiera Floria (Leonie Benesh) ed è in questo modo che la regista svizzera Petra Volpe, qui al suo terzo lungometraggio, riesce a colpire dove vuole colpire. Denunciare come, un lavoro socialmente importante, sempre più necessario per una popolazione che invecchia, sia messo a rischio da politiche sanitarie che costringono i lavoratori a svolgerlo in condizioni al limite delle umane possibilità, per poi lasciarlo appena possibile. Floria, con il suo stipendio, certo inadeguato alla professionalità e alla mole di lavoro richiesti, si è potuta permettere un paio di scarpe da lavoro nuove, solo comprandole ai saldi.
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Un film ansiogeno che fa star male, quasi fisicamente. Per 90 minuti trasferisce sullo spettatore tutto lo stress dell'infermiera Floria (Leonie Benesh) ed è in questo modo che la regista svizzera Petra Volpe, qui al suo terzo lungometraggio, riesce a colpire dove vuole colpire. Denunciare come, un lavoro socialmente importante, sempre più necessario per una popolazione che invecchia, sia messo a rischio da politiche sanitarie che costringono i lavoratori a svolgerlo in condizioni al limite delle umane possibilità, per poi lasciarlo appena possibile. Floria, con il suo stipendio, certo inadeguato alla professionalità e alla mole di lavoro richiesti, si è potuta permettere un paio di scarpe da lavoro nuove, solo comprandole ai saldi. Lo sottolinea alla collega mentre si cambiano per entrare in "altri panni", il camice blu da lavoro, e lasciare chiusi nell'armadietto dello spogliatoio quelli della loro "altra vita". Quel privato di cui bisogna spogliarsi perché non può essere accolto nello spazio fisico e temporale di un lavoro votato ai problemi degli altri. Così, il divorzio in corso, la sofferenza per non poter trascorrere con il figlio il tempo che vorrebbe, la paura di perderlo, non possono che essere confinati in micro sequenze durante quell'ultimo turno sotto organico.
"Il problema non è la nostra professione. Sono le condizioni". Così Madeline Calvelage ha intitolato il saggio sul lavoro degli infermieri partendo dalla sua esperienza personale. E da quel libro, in gran parte autobiografico, la Volpe ha tratto spunto per il film, chiedendo poi all'autrice una consulenza alla sceneggiatura affinché la narrazione risultasse verosimile e rigorosa anche sul piano medico - scientifico.
E' proprio grazie a quell'attento lavoro preparatorio di studio e di esperienza diretta dentro gli ospedali, a fianco del personale infermieristico, che il racconto non perde mai in autenticità ed ha quasi il sapore del cinéma vérité.
Quante volte Floria deve rispondere, alle richieste che le arrivano dal suo cercapersone, "Non posso, in tutto il reparto siamo solo in due." E all'altro capo del filo non stanno meglio, se spesso è costretta a farsi letteralmente in quattro per colmare i vuoti. Senza un momento di tregua percorre su e giù i corridoi del reparto dell'ospedale cantonale dove lavora, seguita, rincorsa quasi, dalla macchina a spalla che le fa "correre dietro" anche lo spettatore.
La struttura è moderna, gli spazi brillano per pulizia nei colori freddi e "asettici" della scenografia di Beatrice Schultz. Tutto sembra pronto per assistere al meglio i pazienti della chirurgia del terzo piano. Alcuni sono malati oncologici consapevoli di essere condannati, altri in attesa di una diagnosi certa. Molti hanno bisogno di farmaci per attenuare il dolore. A tutti, nella loro condizione di fragilità, servono cure, ma anche ascolto, comprensione, aiuto psicologico, piccole attenzioni. I medici, sfiniti da ore di sala operatoria, rinviano l'incontro con i pazienti e i loro parenti al giorno dopo e forse al giorno dopo ancora, e si affrettano a lasciare l'ospedale.
Ad affrontare ordinarietà ed emergenze rimangono Floria, una sua collega e una giovane tirocinante da istruire, oltretutto al suo primo giorno di lavoro.
Leonie Benesh, sempre in scena, si conferma interprete di grande sensibilità in grado di sostenere ruoli difficili. Come nel precedente "La sala professori" riesce ad esprimere la vita interiore del personaggio, i suoi pensieri, le emozioni, lavorando per sottrazione sulla mimica del volto, gli sguardi e le posture del corpo. Misurata, come lo sono la sceneggiatura (della stessa Volpe) e la regia che racconta quell'ultimo turno schivando il rischio del patetico sempre in agguato in soggetti simili.
La frase finale anteposta ai titoli di coda, espone con dati numerici la dimensione drammatica del problema a livello mondiale e si va a saldare alla sequenza di apertura del film: una lunga "sfilata" di camici blu vuoti. Quelli del personale che manca. Una carenza che fa dei pochi in servizio degli involontari eroi. Titolo originale del film è infatti Heldin (Eroina). Con Brecht ci verrebbe da dire "Sventurata la terra che ha bisogno di eroi".
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cardclau
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giovedì 21 agosto 2025
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la malattia, la morte?
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Nel film L’ultimo turno di Petra Biondina Volpe si osserva come il personale infermieristico, prevalentemente esercitato da donne, è preso in un vortice dove non sarebbe possibile dimostrare una qualsivoglia debolezza o fragilità o carenza, mentre il vigore, la saldezza, la sicurezza sarebbero dati come scontati, quindi assoluti. E questo nella Svizzera che nell’immaginario collettivo rappresenterebbe non solo il massimo dell’organizzazione, ma anche dell’opulenza sociale (probabilmente solo appannaggio dei soliti quattro gatti su cui si concentra la ricchezza, disinteressati totalmente delle angosce dei loro simili, che comunque gli hanno conferito quell’opulenza di cui hanno dimenticato l’origine).
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Nel film L’ultimo turno di Petra Biondina Volpe si osserva come il personale infermieristico, prevalentemente esercitato da donne, è preso in un vortice dove non sarebbe possibile dimostrare una qualsivoglia debolezza o fragilità o carenza, mentre il vigore, la saldezza, la sicurezza sarebbero dati come scontati, quindi assoluti. E questo nella Svizzera che nell’immaginario collettivo rappresenterebbe non solo il massimo dell’organizzazione, ma anche dell’opulenza sociale (probabilmente solo appannaggio dei soliti quattro gatti su cui si concentra la ricchezza, disinteressati totalmente delle angosce dei loro simili, che comunque gli hanno conferito quell’opulenza di cui hanno dimenticato l’origine). Ma la regista non cade nella trappola della ricerca di un capro espiatorio. Infatti non c’è un solo protagonista nella vicenda, bensì quattro: il personale infermieristico deputato a prendersi cura dei pazienti; i pazienti stessi che dovrebbero elaborare il loro stato di infermità, con un grado di realtà adeguato, al di là di uno stato infantile; i familiari dei pazienti che oberati del senso di colpa di non aver voluto o potuto prendersi cura dei propri “cari“, identificano nella sanità il responsabile assoluto, su cui riversare la propria aggressività e l’eventuale rivincita, fosse solo pecuniaria; ma non dimentichiamo la malattia e la morte che abbiamo considerato non avere più il diritto di esistenza, ma con le quali dobbiamo sempre fare i conti. Risulta un film umanissimo, compendiato dello scambio specifico di battute fra il paziente e l’infermiera. Al lamento disperato del paziente di essere solo, risponde l’infermiera: « lei è con me; io ci sono ».
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carlo bartoccini
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martedì 2 settembre 2025
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un film che rende onore al lavoro silenzioso e instancabile delle infermiere...
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"L'ultimo turno" è un dramma ospedaliero avvincente e coinvolgente che segue la storia di Floria, un'infermiera oberata di lavoro e sottovalutata, interpretata da Leonie Benesch. La regia di Petra Volpe è intensa e dinamica, e la sceneggiatura affronta temi di vita e morte con realismo e sensibilità. La presenza della Benesch conferisce al film gran parte della sua tensione, mentre ci chiediamo a che punto la fragile efficienza del suo personaggio si spezzerà. La storia si svolge in un solo turno di notte, durante il quale Floria deve affrontare una serie di sfide e crisi con i pazienti, tra cui un uomo anziano che attende una diagnosi di cancro con dei figli irrequieti, e un paziente privato ricco e altezzoso.
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"L'ultimo turno" è un dramma ospedaliero avvincente e coinvolgente che segue la storia di Floria, un'infermiera oberata di lavoro e sottovalutata, interpretata da Leonie Benesch. La regia di Petra Volpe è intensa e dinamica, e la sceneggiatura affronta temi di vita e morte con realismo e sensibilità. La presenza della Benesch conferisce al film gran parte della sua tensione, mentre ci chiediamo a che punto la fragile efficienza del suo personaggio si spezzerà. La storia si svolge in un solo turno di notte, durante il quale Floria deve affrontare una serie di sfide e crisi con i pazienti, tra cui un uomo anziano che attende una diagnosi di cancro con dei figli irrequieti, e un paziente privato ricco e altezzoso. Il film è strutturato in modo da mantenere lo spettatore sempre sul filo del rasoio, grazie ad un montaggio perfetto. La performance della Benesch è straordinaria, e la sua presenza sullo schermo è in grado di trasmettere la stanchezza e la frustrazione di un'infermiera che lavora in un ambiente ad alto stress. La pellicola è anche una riflessione sulla monumentale sfida e il valore del lavoro di Floria e di migliaia di persone come lei.
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jonnylogan
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lunedì 29 settembre 2025
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eroina
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Floria è una capo infermiera che, arriva in ospedale con i mezzi pubblici. Si cambia chiacchierando con le colleghe riguardo il tempo di riposo trascorso fra una visita allo zoo, le faccende domestiche e la crescita dei figli, tutto questo prima di essere tutte risucchiate in un vortice senza sosta nel quale due sole infermiere, e una tirocinante, dovranno gestire ogni emergenza. Ogni richiesta di famigliari e degenti. Spostandosi senza sosta da un piano all’altro, per trasportare in sala operatoria i vari pazienti e somministrando loro anche i pasti diversificati a seconda della copertura dell’assicurazione medica.
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Floria è una capo infermiera che, arriva in ospedale con i mezzi pubblici. Si cambia chiacchierando con le colleghe riguardo il tempo di riposo trascorso fra una visita allo zoo, le faccende domestiche e la crescita dei figli, tutto questo prima di essere tutte risucchiate in un vortice senza sosta nel quale due sole infermiere, e una tirocinante, dovranno gestire ogni emergenza. Ogni richiesta di famigliari e degenti. Spostandosi senza sosta da un piano all’altro, per trasportare in sala operatoria i vari pazienti e somministrando loro anche i pasti diversificati a seconda della copertura dell’assicurazione medica. Sempre con il rischio incombente di commettere errori. Scordarsi qualche richiesta o medicinale, o, ancor peggio, allergie.
Arrivata al suo terzo lungometraggio, l’autrice Svizzera Petra Volpe, dopo Contro l’ordine Divino (Die göttliche Ordnung; 2017) commedia agrodolce dedicata al tema del suffragio universale femminile, dirige un altro film di denuncia che ancora una volta riesce a candidarsi per la corsa all’Oscar in qualità di film straniero. In tal caso siamo al centro di un classico Medical Drama senza però casi da risolvere, ma con il chiaro intento, evidenziato fin dal titolo: Heldin (trad.: eroina), di sensibilizzare il pubblico al difficile ruolo al quale sono costretti gli infermieri e tutto il corpo sanitario, ovvero coloro che solitamente, durante il periodo COVID, erano classificati, per l’appunto, come eroi. Eroi che una volta indossata la divisa devono riuscire sempre a far fronte alla claustrofobica centrifuga di eventi alla quale possono essere sottoposti e sempre senza perdere la pazienza o la concentrazione. Esattamente come accade a Floria, impersonata in maniera ansiosa e determinata dalla trentaquattrenne attrice tedesca Leonie Benesch, divenuta celebre per il ruolo di protagonista anche de La sala professori (Das Lehrerzimmer; 2023); altra pellicola accomunabile a questa per i numerosi temi di denuncia che sfilano davanti agli occhi di chi guarda.
La pellicola, girata quasi completamente in un lungo piano sequenza, segue tutte le peregrinazioni della protagonista che riesce a offrire uno sguardo in soggettiva sulla giornata folle di un’infermiera seria, preparata, ma non per questo infallibile. La Volpe dirige offrendo uno spaccato credibile di un turno di lavoro massacrante a causa sia della gravità dei casi, ma anche di coloro che popolano i corridoi degli ospedali, non importa se pazienti, dottori, o semplici famigliari in visita.
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