WALLONIE FESTIVAL, IL MEGLIO DEL CINEMA BELGA FRANCOFONO

6 film sottotitolati in italiano disponibili gratuitamente in streaming fino al 30 giugno. In collaborazione per l'Italia con MYmovies.it.

Marzia Gandolfi, venerdì 13 aprile 2018 - Festival
Fiona Gordon . Nel film di Dominique Abel, Fiona Gordon, Bruno Romy Iceberg.

C'è una generazione di registi e di attori che ha acquisito nel corso degli anni una notorietà inversamente proporzionale ai suoi mezzi e alla sua dimensione. Il cinema della Vallonia, minuscola regione del Belgio, trova da molti anni un alto gradimento lontano dai suoi confini. I belgi, come altri in Europa, cedono troppo spesso allo charme delle grandi produzioni americane a discapito di quelle nazionali. Una produzione di incredibile qualità e originalità, tono e audacia, premiata ai festival, acclamata dalla critica internazionale, sostenuta dai poteri pubblici che trova nei fratelli Dardenne, Jaco Van Dormael, Lucas Belvaux, Fiona Gordon e Dominique Abel, Bouli Lanners alcuni dei suoi più popolari ambasciatori nel mondo. In occasione della celebrazione dei cinquant'anni di finanziamento del cinema belga francofono, Wallonie Bruxelles Images e Wallonie-Bruxelles International hanno realizzato una partnership con la piattaforma (festivaliera) Festival Scope, riservata ai professionisti dell'industria cinematografica e adesso aperta anche al pubblico. Dedicato ai cinefili di tutto il mondo e agli appassionati della cultura belga, il Festival online del Cinema Belga Francofono ha debuttato il 22 marzo e proseguirà fino al 30 giugno su festivalscope.com. La selezione presenta quindici film tra corti e lungo metraggi, tra fiction e documentari.

Nel quadro di un'iniziativa che ribadisce l'incredibile esplosione del cinema belga francofono, MYmovies.it offre ai suoi utenti una selezione che pesca tra ieri e oggi, nei film culto (Toto le héros, Iceberg, Déjà s'envole la fleur maigre) o tra i giovani autori (Kapitalistis, May Day, The Invader), cogliendo l'espressione della creatività nazionale attraverso i generi.
Marzia Gandolfi

Dal fantastico al sociale, dal realismo alla sperimentazione, dall'investigazione alla commedia, il cinema belga ribadisce la sua preoccupazione per les petites gens, il suo carattere altro e la sua scelta di essere (sovente) apertamente provinciale, non urbano e affatto allineato ai piccoli tormenti della classe media parigina. Ed è esattamente questa natura alternativa a determinarne il successo. Con una pennellata di esotismo, una passata di immaginazione e la qualità del lavoro fornita, il cinema belga trasforma la sua singolarità in forza. Una forza che vi farà piangere, ridere, cantare, ballare. Perché alle volte il cinema è semplice, come i piccoli piaceri della vita. Buone visioni.

Da condividere e consumare come un gelato, Iceberg è un racconto (quasi) muto perché Fiona Gordon e Dominique Abel, assistiti dal regista Bruno Romy, sanno bene che esiste un'alternativa alla parola. Duo filiforme formatosi sulla scena di Bruxelles, questa coppia di marginali cinematografici realizza i suoi film con modestia, facendo della ristrettezza dei mezzi una carta vincente e rendendo perfettamente visibili gli ingranaggi della loro meccanica onirica e delirante. Manager di un fast food di provincia, Fiona resta bloccata nella camera frigo tutta la notte. Liberata l'indomani dai suoi impiegati, la donna scopre una dipendenza dai luoghi freddi, la vacuità della sua vita e il desiderio di andare a vivere nel Grande Nord.

Il passaggio all'azione dona al film una serie di gag che praticano la tecnica di Jacques Tati e l'oltranza di Kaurismäki. Fiona Gordon e Dominique Abel, attori e autori, formano dagli anni Ottanta un tandem indissociabile in equilibrio virtuoso tra scena e schermo.
Marzia Gandolfi

Iceberg, girato nel 2005, è uno dei loro film più belli, un sea movie a cui gli artisti impongono una flemma filosofica. La loro lentezza non è soltanto un prendersi gioco dell'impazienza del mondo ma è soprattutto l'espressione di un'angoscia di vivere che trasforma il film in una bomba a orologeria. Non appena ci si lascia andare, la risata si congela in uno spasimo di dolore. Non è in fondo questo il segno distintivo di ogni grande comico?

In foto una scena del film L'iceberg.

Film di attori, girato in un interno e in economia di mezzi, May Day si concentra su uomo malato che cerca un successore per fare il suo lavoro: consegnare giornali a domicilio. Riuniti nel salone di Thierry, i candidati condividono lo stesso sogno: trovare un impiego e trovarlo presto. Ma la proposta di Thierry di scegliere l'aspirante che 'chiederà' di meno, produce una discussione animata che degenera presto in caos.

Equilibrio, ritmo, performance attoriale, montaggio, tutto in May Day è calibrato per emergere progressivamente l'orrore del reale.
Marzia Gandolfi

Con sottigliezza e senza mai cadere nella caricatura, il cortometraggio di Fedrik De Beul e Olivier Magis è un boccone amaro non troppo lontano dalla verità. La verità dei tempi e di una miseria quotidiana che rende folli i personaggi del film, pronti a svendersi e a offendersi pur di raggiungere lo scopo. Ricompensato in diversi festival dal pubblico e dalla critica, May Day rimanda alla tragedia contemporanea di persone esaurite dal loro lavoro o disposte a tutto per averne uno.

In foto una scena del film May Day.

Davvero Babbo Natale è un capitalista che porta giocattoli ai bambini ricchi e maglioni a quelli poveri? Singolare racconto di Natale, Kapitalistis è diretto da Pablo Munoz Gomez e interessato alle differenze culturali e alle tensioni sociali. Un babbo senza renne, che consegna pizze a domicilio, prova a procurarsi il denaro sufficiente a regalare al figlioletto la cartella alla moda di cui sogna da tempo. La sua ricerca lo conduce a fare incontri sovente ostili ma niente sembra scoraggiarlo.

Interpretato superbamente da Georges Siatidis, Kapitalistis è una favola sociale che rivela con ferocia e col sorriso la crudeltà di un sistema economico stremante, che istiga gli uni contro gli altri.
Marzia Gandolfi

I soldi o la loro assenza producono uno scarto tra le persone che sfocia nella 'materializzazione' di sé (si veda la scena del buffet 'vivo'), nell'ingiustizia sociale, nella violenza simbolica verso le persone più modeste. La nazionalità del protagonista e il titolo greco del film ribadiscono infine una crisi che supera l'individuo e malgrado il congedo, un entusiasmante gesto anarchico, regola inflessibilmente le relazioni umane.

In foto una scena del film Kapitalistis.

Opera prima di Nicolas Provost, The Invader è un dramma brutale e senza concessioni, una storia d'amore che assume la forma di un thriller. Dispiegato come un sogno febbrile, svolge la cronaca di un uomo tormentato dai suoi desideri e in cerca di un posto nel mondo, di una porzione d'amore, di una razione di libertà. Affondando nel cuore di Bruxelles, dei suoi segreti e delle sue miserie, il regista ne fa un vero e proprio personaggio, il comprimario di un immigrato africano perso e perduto dietro a un desiderio che incarna in Agnès, una donna di affari ricchissima interpretata da Stefania Rocca.

Ma The Invader non è propriamente un film sull'immigrazione, è piuttosto una riflessione sensuale sulle differenze e sulla ricerca identitaria.
Marzia Gandolfi

Film d'amore e sul mal d'amore, The Invader oppone in maniera perturbante il corpo fragile e pallido di Stefania Rocca e quello imponente e 'moro' di Issaka Sawadogo (davvero impressionante), che infila un percorso fisico e simbolico marcato dalla divisione. Nel debutto di Nicolas Provost si ritrovano gli echi suggestivi dei suoi corti precedenti, come se il film fosse la realizzazione ultima di una sola e medesima storia, il punto di approdo di tutto quello che è stato.

In foto una scena del film The Invader.

Non abbiamo che una vita e questa affermazione ci definisce e ci spinge alla ricerca di un'esistenza perfetta. A ribadirlo è Jaco Van Dormael che ci parla sovente di Mr. Nobody, esplorando film dopo film le potenzialità di un destino. La molteplicità dei percorsi che potremmo seguire, la vertigine filosofica del vivere, i rimpianti di un'intera vita o la rinuncia a viverne una, si trovano già tutti nel suo primo film, Toto le héros. Thomas è persuaso che la sua vita non sia la sua. Durante un incendio è stato scambiato col suo vicino di culla, Alfred. Astioso e ossessionato si decide una volta anziano ad ucciderlo.

Sospeso tra passato e presente, il racconto è strutturato come un mosaico temporale che svolge senza sosta i ricordi dell'eroico Thomas. La sua memoria è un puzzle i cui pezzi si ricompongono per formare il tableau finale, uno sguardo sull'infanzia, sulla leggerezza di quell'età e sui suoi conflitti in faccia all'incomprensione degli adulti.
Marzia Gandolfi

Meraviglia e realismo si mescolano in una storia che rivela l'imperfezione della vita. Disegnato con lo stile barocco di Van Dormael. Toto le héros appartiene a quel genere di film per cui il cuore fa "boum" come in una canzone di Charles Trenet. Perché la vita è un'avventura, piena di curve e scarti inattesi, che vale sempre il viaggio, per quanto imperfetto.

In foto una scena del film Toto le héro.

Nel 1959, l'anno in cui fu girato Déjà s'envole la fleur maigre, il cinema belga si limitava ai documentari di Henri Storck e a qualche commedia leggera destinata alla consumazione locale. Paul Meyer fu il primo, e in anticipo di qualche anno su André Delvaux e Chantal Akerman, a farlo uscire dal suo torpore. Al debutto degli anni Sessanta, il governo belga lo incarica di realizzare un cortometraggio di propaganda sull'integrazione dei figli dei lavoratori immigrati in Borinage, una regione del Belgio che vive(va) sull'estrazione del carbone. Ma sul posto, il regista scopre la realtà delle baracche del Borinage e la chiusura prossima delle sue miniere. Il progetto di raccontare una regione indigente come il paese della cuccagna volge nella cronaca della vita di una comunità di minatori provenienti da tutta Europa.

Il film si apre sull'arrivo di una famiglia siciliana trasferitasi per raggiungere il capofamiglia. Come farà anni più tardi Ken Loach, Paul Meyer lascia che sia la 'vera gente' a recitare il proprio personaggio. Le scene si succedono 'in presa diretta' immerse in un bianco e nero che ha la bellezza senza trucco delle foto di famiglia degli anni Cinquanta.
Marzia Gandolfi

Di una freschezza corroborante ancora oggi, Déjà s'envole la fleur maigre è un film sociale vicino ai suoi personaggi senza scadere mai nell'operaismo, quell'atteggiamento velleitario di solidarietà ai problemi e alla lotta operaia raccontato così bene in una canzone di Giorgio Gaber ("Al bar Casablanca"). 'Scomunicato' dal governo belga, che non gradì la verità, il documentario di Paul Meyer ha la malinconia scorata del verso di Salvatore Quasimodo che ispira il titolo.

In foto una scena del film Déjà s'envole la fleur maigre.
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