Aprile

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Un film di Nanni Moretti. Con Silvio Orlando, Nanni Moretti, Silvia Nono, Pietro Moretti, Corrado Stajano.
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Commedia, Ratings: Kids+16, durata 78 min. - Italia 1998. MYMONETRO Aprile * * * - - valutazione media: 3,14 su 16 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Demagogico e privo d'un impianto davvero analitico Valutazione 2 stelle su cinque

di GreatSteven


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martedì 13 giugno 2017

 APRILE (IT, 1998) diretto da NANNI MORETTI. Interpretato da NANNI MORETTI, SILVIO ORLANDO, PIETRO MORETTI, SILVIA NONO, ANGELO BARBAGALLO, ANDREA MOLAIOLI, RENATO DE MARIA
Il peggiore film di Moretti. In cui interpreta sé stesso mentre, abbandonando temporaneamente un musical incentrato su dei pasticceri, accarezza l’idea ardita e pericolosa di realizzare un documentario sulla vittoria della destra berlusconiana alle elezioni politiche del 1994, alle quali assiste con impietoso sdegno e, per la prima volta, come adduce lui stesso, si fa una canna per smaltire la tensione. La sua passione sfegatata e sempre più irrefrenabile per la politica lo fa impazzire: si riempie e addirittura cosparge la sua casa di ritagli di giornale, vive senza controllo emotivo la gravidanza della moglie che viene coronata dalla nascita di Pietro (dopo un pomeriggio trascorso a scartare nomi su nomi), disattende le aspettative degli amici e colleghi che lo vorrebbero più sereno e concentrato, raccoglie a dismisura informazioni sui trascorsi politici di un’Italia senza memoria che, votando Forza Italia a discapito dell’Ulivo e delle forze di sinistra, dimentica il proprio passato dittatoriale, affossa la democrazia e permette ad un partito filo-fascista di riafferrare lo scettro del potere. Perché la sua opera meno convincente? Perché scade fin troppo presto e fin troppo facilmente nella demagogia: non basta sommergere di quotidiani un protagonista inesistente (perché l’attore-regista non fa nemmeno un pizzico di autoironia sulla sua persona umana e personalità artistica, preferendo destrutturarsi senza alcuna pietà né gentilezza) che perde il senno dietro alla caduta libera di uno Stato non preparato democraticamente a fronteggiare il dopo-Tangentopoli con tutte le conseguenze del caso: Democrazia Cristina e PCI completamente neutralizzati e distrutti; bipolarismo di camere e al contempo partitico; emersione di movimenti politici (vedi Lega Nord) costruiti su razzismo, nazionalismo, secessionismo e militarismo; perdita della memoria storica; valori costituzionali delusi, scartati o, peggio, manipolati a tutto spiano e senza il minimo risentimento. Il film centra il bersaglio con le scene corali: le marce in piazza dei comunisti con bandiere rosse sventolanti e megafoni assordanti, e la riunione della Padania a Venezia, anche qui con stendardi al vento e parole pesantemente pericolose (con un Umberto Bossi a ruota libera e già inascoltabile). I personaggi secondari vengono a malapena tracciati, senza un approfondimento psicologico che avrebbe ovviamente giovato. Nonostante la posizione politica di Moretti sia inconfutabile, altrettanto inconfondibile è lo stile manierato con cui gira questo film nel film, un documentario che vorrebbe raccontare tante verità, ma finisce solo per azzeccarne alcune e buttando via con eccessiva facilità l’opportunità di costruire un pezzo di storia italiana recente organico e obiettivo, sebbene con un chiaro schieramento politico. Di sinistra il regista, classe 1953, è sempre stato, e la sua formazione cinematografica anteriore e posteriore ad Aprile lo dimostra mediante tanti piccoli indizi disseminati qua e là con molto ordine; peccato che qui lo scarsissimo lavoro di lima, il mancato approfondimento dei caratteri di contorno e l’edificazione di una trama non-fiction che punta alla sensibilizzazione senza spiegarla, contribuiscano tutti insieme a far perdere preziosi punti al prodotto finale. Simpatica la presenza dell’inseparabile Orlando nel prologo e nell’epilogo: attore un po’ nevrotico ma bravo, riesce alla fine a farsi dare la parte del protagonista nel film musicale che Moretti accantona temporaneamente. A parte l’insieme generalmente deplorevole, l’autore riesce quantomeno ad essere ironico sui colleghi (Daniele Luchetti in particolare, catturato mentre gira una pubblicità in un ristorantino), e consegna al pubblico una storia personale (inventata, ma verosimile) di famiglia che ce la fa perlomeno a stupire per la delicatezza e l’originalità sentimentale. Troppi politici di allora nominati o mostrati addirittura attraverso la TV (Berlusconi, Prodi, Di Pietro, Dell’Utri fra gli altri, e pure qualche magistrato), quasi nessuno raccontato con un sapore gustoso. E anche una velata critica alle storture del sistema giudiziario avrebbe migliorato non di poco un filmetto minore che, in ultima analisi, si prende pure il vizio di ridicolizzare, senza volere ma quasi apposta, l’Italia appena uscita dalla terribile omeostasi partitica, avviata agli scontri a due nell’alternarsi dei governi e già pronta a rovinarsi ulteriormente con l’ingresso nella globalizzazione, benché questo terrificante fenomeno, che riassume in modo splendidamente spaventoso la modernità, avvantaggi di un piccolo pezzetto la credibilità della storia. Dopo Caro diario (1993), il buon Nanni avrà l’occasione di rifarsi, superata la parentesi filosofico-esistenziale con l’ottimo La stanza del figlio (2001), con Il caimano (2006), pellicola di stampo non politicizzato e realizzata con la lucidità di puntare il dito contro i colpevoli e la sapienza di andare fino in fondo in un discorso che agguanta un determinato senso: una "delazione"verso chi attenta alla Costituzione e alla Repubblica fondata sul lavoro. 

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