La macchia umana

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Un film di Robert Benton. Con Anthony Hopkins, Nicole Kidman, Ed Harris, Gary Sinise, Abbe Lane.
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Titolo originale The human stain. Drammatico, durata 103 min. - USA 2003. - 01 Distribution uscita venerdì 19 dicembre 2003. MYMONETRO La macchia umana * * 1/2 - - valutazione media: 2,95 su 35 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

La Macchia Indelebile. Valutazione 4 stelle su cinque

di ashtray_bliss


Feedback: 28706 | altri commenti e recensioni di ashtray_bliss
giovedì 28 maggio 2015

La macchia umana è un film denso, sia dal punto di vista dei contenuti, che dei sentimenti. E' un film complesso, dalle mille sfaccettature e che si presta a molteplici interpretazioni, ma al di sopra di ogni cosa, è un film-manifesto, una protesta fulminante che non può e non deve lasciare impassibile lo spettatore, senza stimolarlo, spronarlo a pensare, riflettere, arrabbiarsi e persino indignarsi. Perchè la pellicola firmata Benton, ispirata a un grandioso romanzo omonimo di Tim Roth, è un pugno nello stomaco diretto alla società perbenista ma ipocrita, una aspra critica all'establishment e al politically correct di facciata ma privo di contenuti, significati o valori a cui ancorarsi; una contestazione asciutta e concisa, ma non per questo muta o indifferente, che osa andare contro ai pregiudizi ed abbattere gli stereotipi sociali, razziali, educativi.
In altre parole, un prodotto tosto e audace che mette a nudo l'ipocrisia e l'insicurezza umana con tutti i suoi limiti e paradossali contraddizioni, che ognuno di noi singolarmente cela inevitabilmente, e riesce a mettere a segno tematiche spinose ma più che mai attuali, coinvolgendo pienamente lo spettatore e ponendolo di fronte a questioni importanti. Al cuore della questione c'è comunque il tema dell'identità e della riconcilliazione con se stessi, un leit-motif che permea tutta la pellicola e che ci ricorda l'inestimabile importanza e l'indelebile peso di chi siamo; la nostra identità social-culturale (ma anche etnica) ci guida e talvolta i nostri invani tentativi di mascherarla e cammuffarla ci si rivoltano contro, tornando prepotentemente a galla e costringendoci ad un doveroso confronto, una resa dei conti sia col nostro passato che col presente; ovvero con noi stessi in primis e con gli altri di conseguenza. La nostra identità non è un optional e nemmeno una pelle di cui possiamo spogliarci di proposito ma rappresenta un insieme di concetti che l'individuo si autoconferisce ma che vengono anche attribuiti dalla società nellla quale viviamo e interagiamo ma solitamente e ancor prima vengono coltivati nel ambiente famigliare.

Date queste premesse il film segue le gesta e la vita di Coleman Silk, un noto professore al Athena College del New England ormai prossimo alla pensione, il quale inaspettatamente si vede oggetto di false accuse di razzismo. Egli stesso infatti si riferisce a due studenti del suo corso -di Tragedia Greca- come "spooks" a causa del loro perenne assenteismo (NB: la parola "spooks" nella versione italiana è stata adattata come ''zulu''. In realtà il lemma ''spooks'' si riferisce a dei fantasmi, spettri o entità spirituali in generale ma è anche un termine peggiorativo per indicare le persone nere). Caso vuole infatti che gli studenti incriminati siano persone di colore e ciò innesta il meccanismo antirazzista che si ritorce contro il professore che da lì a breve perde il lavoro e la sua brillante carriera viene danneggiata da queste insulse ed ingiuste accuse.
La tragedia personale di Silk continua quando sua moglie muore a causa di un infarto non appena apprende la notizia del licenziamento del coniuge e delle motivazioni dietro quest'azione.
A quel punto Silk si ritrova ad interpretare una personalissima versione da antieroe come in una moderna tragedia greca, quelle che tanto amava insegnare al College e di cui cercava di trasmettere l'amore e la passione ai suoi studenti. Silk inizia difatti a mettersi progressivamente contro la società perbenista (ma ipocrita) della fine degli anni '90, iniziando una relazione turbolenta e complicata con una donna, Faunia, che socialmente e culturalmente si trova agli antipodi. Faunia infatti ha molti meno anni di Silk, non ha pressochè alcuna base culturale e si divide le giornate lavorando sia da cameriera che da donna delle pulizie (nello stesso College dove insegnava Silk) ma anche come mungitrice in una fattoria tenuta da una coppia di lesbiche. Rappresentando in toto la quintessenza di un soggetto ai margini della società, una persona fallita e fallimentare che dovrebbe servire solo come esempio da evitare. Eppure Faunia, dal basso della sua estradizione sociale, diventa proprio un faro di speranza e di felicità per Coleman. La loro relazione clandestina non solo viene condannata dalla società, chiusa di vedute e fortemente classista, ma viene anche ostacolata dal matrimonio della donna con un ex soldato che ha servito la patria in Vietnam e tornato in America mostra chiari segni di squilibrio psicologico, dovuto in parte anche al tragico passato che ha segnato entrambi i coniugi. In tutta questa situazione di insicurezza e precarietà l'unico onesto esempio di solidarietà ed amicizia viene rappresentato dal personaggio di Zuckerman, lo scrittore con il quale Silk stringerà sempre più un rapporto solidale e costruttivo. Zuckerman è l'elemento chiave sia nel libro che nel film, essendo lui la voce narrante della storia e anche colui che ci permette di avere una veduta più ampia della situazione e che ci permette di trarre degli spunti riflessivi significativi sugli argomenti narrati.

Parallelemente però al seguire le vicende presenti di Coleman Silk, e mentre assistiamo alle sue numerose macchie di cui decide deliberatamente di 'sporcarsi' osando contrastare i dettami di una società ottusa e moralista, abbattendo progressivamente muri e taboo, la sceneggiatura ci permette di osservare il suo passato, permettendoci di ottenere una veduta a 360 gradi di ampiezza e mettendoci di fronte alla questione bollente proposta dal film: La ricerca e il conflittuale rapporto con la propria identità e come quest'ultima talvolta possa rappresentare un fardello, un peso indelebile dal quale però è impossibile distaccarsi totalmente. Coleman Silk ha infatti un segreto che porta con se sin dalla giovane età; lui è un afro-americano (cosa che rende ancor più invalida l'accusa iniziale) seppur dalla pelle bianca, il quale per sormontare il dilagante razzismo che caraterizzava l'epoca in cui fu un giovane studente del college egli stesso negli anni '40, decide di nascondere al mondo intero la sua vera identità (personale e sociale) facendosi passare prima per un bianco e poi per un ebreo, in modo da poter usufruire degli ovvi privilegi legati al colore ed etnia predominanti in America e poter accedere più facilmente nei ruoli di potere e prestigio; permettendosi di pavimenntarsi la strada di una brillante carriera accademica. Man mano che procede lo svilluppo del racconto il film si focalizza anche sui complessi di inferiorità e in generale il difficile e turbolento rapporto che Coleman coltiva nei confronti della sua gente e in particolare della sua famiglia. Tale contrasto tra identità, accettazione e senso di apparteneza porteranno Cole alla dolorosa (e col tempo rimpianta) decisione di troncare tutti i rapporti con i membri famigliari, in particolare con la madre alla quale era legato ma faticava ad alimentare e solidificare il proprio rapporto.

La trama è generalmente ben costruita grazie ad una solida sceneggiatura (con un libro che funge da sceletro della narrazione) e una schietta, fredda e cupa fotografia; il ritmo che scandisce il susseguirsi di scene è lento ma mai noiso, ben calibrato in modo da alimentare costantemente l'interesse e stimolare la curiosità dello spettatore. I personaggi sono ben strutturati e psicologicamente sono ben delineati: complessi, contraddittori, tragici. Tutti hanno in comune un passato doloroso dal quale vorrebbero distaccarsi anche se lui torna dirompente nelle loro vite, scompigliandole ulteriormente.
Il finale, per la coppia Coleman e Faunia, segue i dettami più convenzionali e classici della tragedia, risultando catartico e redentivo, in grado di liberarli dai segreti e pesi interiori che li incatenavano ad una esistenza cupa e costringendoli a vivere in bilico tra il rimorso e il rimpianto muovendosi all'interno di una società in apparenza aperta e solidale, ma vittima di forti pressioni (e pregiudizi) social-razziali. In tale contesto i due protagonisti si ribellano al mondo proprio come gli eroi delle tragedie classiche, uscendone vincitori anche se in apparenza vinti. Cruciale il ruolo dello scrittore Zucherman (alter ego di Roth) il quale si assume il ruolo di narratore ed è colui che aiuta a dare un giudizio definitivo ai personaggi, riscrivendo e riedificando la storia personale di Coleman Silk facendolo 'uscire di scena' in maniera più che positiva e ristabilendo la simpatia degli spettatori nei confronti del personaggio.
Dal punto di vista recitativo gli attori sono in stato di grazia e vi incontriamo una strabiliante Kidman che veste in modo autentico e verosimile anche le vesti di una umile e ignorante donna delle pulizie dal passato turbolento. Favolosa la scena di Faunia che parla al corvo in gabbia, col quale si identifica, e dove riesce a esprimere se stessa senza paure di essere a sua volta giudicata. Hopkins sempreverde, convincente, sopra le righe quanto basta senza mai eccedere o risultare caricaturale dona al suo Cole spessore ed emotività.
Meno convincente o incisivo Ed Harris in un ruolo passivo e alquanto scialbo che non gli permette di esprimersi pienamente. Memorabile e simpatico invece il personaggio di Zuckerman, osservatore silenzioso che aiuta principalmente spettatori (e lettori) a formare un giudizio sui personaggi e la storia narrata.

Un film introspettivo e pungente che non descrive solo le ipocrisie della società Americana ma osa scavare nella rete di ipocrisia, menzogne e bugie che ognuno di noi, nel suo piccolo, si crea restandone anche imbrigliato.
Consigliatissimo. 4/5

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