Il sole anche di notte

   
   
   

Il '700 napoletano con gli occhi di Padre Sergio Valutazione 4 stelle su cinque

di andyflash77


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domenica 5 agosto 2012

Nel Settecento napoletano, all'ombra dei Borboni, Sergio Giuramondo è un giovane nobile di provincia deciso a raggiungere la perfezione ed il successo. È il più brillante tra gli allievi ufficiali dell'Accademia, e re Carlo III sembra volergli spianare la carriera, propiziando il suo matrimonio con una nobile che, poco prima del matrimonio, gli confessa di essere stata l'amante del sovrano. Sergio abbandona tutto: l'idea del matrimonio, la corte, l'esercito. Si fa frate, "per trovarsi più in alto di chi lo ha umiliato", poi eremita in un altopiano. La sua fama di santità aumenta finché però egli cede carnalmente con una ragazzina malata. Allora fugge e cerca la morte pensando di annegare in un laghetto, ma non vi riesce.
Nel "Padre Sergio" di Tolstoj - che prima dei Taviani ha dato origine a due altri film: nel 1928, in Italia, di e con Febo Mari, e nel 1917 in Russia, con il grande Mosjukin - vi è il dramma di un uomo che cerca nella santità la grandezza e finisce con il non trovare né l'una né l'altra. Una scelta, la sua, di annientamento di sé nell'incontro con l'Onnipotente, e che il suo dio invece risolve nel rigetto più completo.
I guizzi migliori il film li ha in scene e particolari che non hanno origine nel racconto di Tolstoj: nell'invenzione visiva della confessione di Nastassja Kinski, tutta giocata sulle luci e sulle ombre, sul non guardarsi in faccia, sul celarsi allo sguardo; nella sequenza della tentazione da parte della viaggiatrice Patricia Millardet, quando lo spasmodico sforzo di padre Sergio per dimenticare il desiderio è reso con una invenzione sonora, il crescere a dismisura del rumore della pioggia sul quale il monaco si concentra (una sorta di soggettiva sonora rara al cinema); o nell'episodio dei due sposi - la donna è la protagonista dell'"Albero degli zoccoli" - che chiedono a padre Sergio la grazia di morire insieme. Ci si domanda quanto Tolstoj non sia stato d'ingombro, alla voglia dei Taviani, di raccontare qualcosa d'altro.Il senso della solitudine si riempie di assilli, di dubbi, del senso umano di buttar via la propria vita, della paura ma anche del desiderio di morire, di quella morte alla quale la solitudine sa assai spesso assomigliare. È un cinema che non si vuole "a misura d'uomo", poiché nasce da un racconto sugli umanissimi difetti di una persona che fallisce nel proprio incontro/scontro con dio. Ecco perché questo cinema affonda nell'agiografia visiva, nella gestualità ieratica: perché sa andare dentro le maree e le risacche dell'anima di un uomo nel suo insanabile dissidio con la violenza del sacro, qui resa anche tramite la staticità dispotica dell'icona.
Con questo film i fratelli Paolo e Vittorio Taviani (San Miniato, Pisa 1931 e 1929) tornano a investigare le ragioni di una sconfitta, in questo caso la più elevata concepibile. In effetti "Il sole anche di notte" è un film sulla ricerca della perfezione e della purezza interiore, una ricerca innanzitutto spirituale che è condotta da padre Sergio a qualsiasi costo, rilanciando invano tutto se stesso ogni volta, prima laicamente alla corte del Re dei Borboni, idealizzato fin dall'infanzia, poi religiosamente attraverso la consacrazione e la vita eremitica in montagna. Ma sia il confronto con il re, sia la ricerca di dio si riveleranno deludenti e al di sotto delle sue aspettative, dei suoi ideali di purezza. Alla fine fallisce miseramente il suo obiettivo o forse paradossalmente lo realizza proprio mancandolo, approdando cioè a una sorta di nichilismo estremo sia veritativo che comportamentale, che è la condizione inconfondibile dei provati da dio, abbandonati a sé stessi nell'oscurità della "notte dello spirito", l'apice del cammino di ascesi spirituale secondo la letteratura mistica spagnola del millecinquecento (Teresa d'Avila e Giovanni della Croce).

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