Non voltarmi le spalle

   
   
   

non voltate le spalle ad Anna Valutazione 5 stelle su cinque

di astridmazzola


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sabato 23 febbraio 2008

In un mondo completamente nuovo, estraneo ai significati quotidiani delle parole e dei riti in cui sei cresciuto, ogni esperienza, ogni quadro, ogni musica sembrano volerti dare un messaggio, su ciò che sei o vorresti essere. Ti identifichi con un colore o un protagonista, entri in conflitto con un'idea o una persona, cerchi di capire quando devi essere arrabbiato e quando puoi lasciar perdere. È la sublime instabilità dell'adolescenza, viaggio lontano da casa, mèta non definita, ricerca. In un viaggio del genere essere sordi significa avere qualcosa in più. CONTINUA IN PENULTIMA


09/06/2006 (segue dalla prima pagina) Per Anna, che ha cambiato scuola per cinque volte prima di arrivare a Rovereto, il "qualcosa in più" rappresenta innanzitutto un terribile ostacolo, un'ulteriore complicazione di tutto ciò che deve capire per poter crescere. I messaggi del mondo che la circonda sono fatti a pezzi e privi di senso: ai momenti di comprensione si alternano quei lunghi "silenzi" in cui chi le sta parlando, senza rendersene conto, le volta le spalle, si copre la bocca o si mette in controluce, impedendole di leggere dalle sue labbra e dai suoi gesti parole senza voce: il suo modo di ascoltare. Gente la tocca, le viene troppo vicino, gesticola, la spaventa. Tutti pretendono da lei attenzione per un universo che le appare postmoderno, senza connessioni, e allo stesso tempo la allontanano dai significati e dai gesti di riconoscimento di cui avrebbe bisogno. L'unica sua difesa è proprio ciò che le impedisce di stare con gli altri: il silenzio. Opporre alla loro incomprensione il proprio linguaggio, la Lingua Italiana dei Segni, e chiudersi in un'orgogliosa accettazione del proprio status di vittima incompresa. Eppure i suoi compagni, i ragazzi della quinta C, vivono esattamente la stessa incertezza: esclusi dal suo mondo, incapaci di capire le sue esigenze, si trovano a dover convivere con rivoluzioni nell'ordine dei banchi, porte sbattute fragorosamente, sedie strisciate sul pavimento con violenza, fughe e reazioni aggressive. E reagiscono nel suo stesso modo: prima cercando goffamente il contatto con lei, quindi isolandola. Due mondi così simili da sembrare uno, spaccati dall'assenza di un linguaggio comune, che coesistono senza toccarsi, sordi entrambi. Eppure quel "qualcosa in più" che Anna possiede non è solo ostacolo: è la ricchezza conquistata nel dover vivere e arrangiarsi in modo diverso. Sensibile ad ogni gesto e mutamento di umore "come se avesse le vibrisse di un gatto", vive con intenso coinvolgimento le situazioni comuni. La minima disattenzione la ferisce, il più piccolo gesto di comprensione suscita il suo sorriso; al Mart, come trasportata dall'istinto di adolescente a specchiare la sua sofferenza in ogni cosa, vaga tra statue bianche, cieche e mute e cerca quadri che esprimano la solitudine in mezzo alla folla, mentre i suoi compagni inseguono in branco il misterioso gatto Nuvola, reduce a sua volta da un viaggio nell'ignoto di cui non sa dire nulla all'infuori di qualche flebile "Miao". È qui che iniziano ad incrociarsi il destino di Anna e del gatto, vulnerabili testimoni dell'incomunicabilità tra specie e persino tra simili, entrambi soltanto in cerca di un amore che non sanno come chiedere. Il passo per superare la spaccatura tra i due mondi sordi lo fanno i professori, la caparbia insegnante di sostegno, ma prima di tutto Anna e i suoi compagni, imparando finalmente a guardarsi e capirsi. Ed è infine proprio lei a rompere il silenzio spiegando a tutti, nel suo linguaggio diverso, il mistero di Nuvola - "Gatto dice miao, cibo vuole no! Casa, amore vuole sì!" - e a conquistare per entrambi i protagonisti la tanto desiderata appartenenza al mondo del significato, all'affetto dei propri simili. Instaurando un nuovo linguaggio, che abbraccia segno e parola, ed è perciò più ricco, Anna e i compagni si ritrovano in un mondo in cui sono a proprio agio, perché è stato costruito da loro. "Non voltarmi le spalle": dalla quotidianità di molti ragazzi affetti da sordità ad un lungometraggio ironico, coinvolgente, vivace e sensibile. Che, oltre a far emergere una tematica ancora poco trattata, è testimonianza di un modo nuovo di vivere la scuola: infatti l'idea iniziale del professor Roberto Bombardelli è stata trasformata in sceneggiatura dall'intera V C del corso per Tecnici dei Servizi Sociali dell'Istituto Don Milani Depero di Rovereto ed è quindi diventata un film, i cui attori - a parte Valeria Vaiano, nei panni dell'insegnante di sostegno di Anna - sono normalissimi studenti, insegnanti, genitori, con nulla da invidiare ad attori professionisti, ed il coraggioso gatto Max. Alla prima esperienza anche Stefania Pedrotti, la bravissima protagonista, realmente affetta da sordità. La regia è stata affidata a Fulvio Wetzl, tra i registi del teleromanzo "Un posto al sole". Il film è stato dotato di sottotitoli adatti ad un pubblico affetto da sordità. Il risultato, oltre ad essere davvero convincente, va oltre le parole, come dimostrano le mani intrecciate dei ragazzi della V C all'anteprima del film, mercoledì presso l'auditorium dell'Istituto, con Anna - Stefania nel mezzo. È un messaggio per il cuore, che non ha bisogno di udire: per danzare sotto ad una campana, nel suo suono fragoroso, e vederla come nessuno l'ha ancora vista, ci vuole un sordo. Se non credi provaci. ASTRID MAZZOLA

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