Detenuto in attesa di giudizio

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Un film di Nanni Loy. Con Gianni Bonagura, Alberto Sordi, Lino Banfi, Elga Andersen, Antonio Casagrande.
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Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 99 min. - Italia 1971. MYMONETRO Detenuto in attesa di giudizio * * * - - valutazione media: 3,44 su 25 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

L'innocenza di fronte alla testardaggine erronea. Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


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mercoledý 19 giugno 2019

DETENUTO IN ATTESA DI GIUDIZIO (IT, 1971) diretto da NANNI LOY. Interpretato da ALBERTO SORDI, ELGA ANDERSEN, LINO BANFI, MICHELE GAMMINO, GIUSEPPE ANATRELLI, GIANFRANCO BARRA, NAZZARENO NATALE, ANDREA AURELI, SILVIO SPACCESI, MARIO BREGA, MARIO PISU
Giuseppe Di Noi, geometra romano immigrato in Svezia per lavoro, torna in Italia per le vacanze dopo aver ultimato un importante progetto architettonico coi suoi soci scandinavi. Ma, appena varcata la frontiera franco-italiana, viene strappato alla moglie Ingrid e ai due figlioletti e trasferito in un carcere in attesa di ricevere la conferma di un’accusa d’omicidio colposo preterintenzionale del quale Giuseppe era totalmente all’oscuro. Sempre più confuso e spaventato, costretto a spostarsi da una prigione all’altra senza un senso apparente, il povero geometra conosce una realtà a lui ignota, fatta di delinquenti che finiscono dietro le sbarre per furti di poco conto, secondini e marescialli oltremodo maldisposti e brutali e direttori di carcere impietosamente insensibili alle esigenze dei detenuti. L’uomo passa attraverso una sfilza infinita di soprusi, violenze, condizioni inumane e lungaggini burocratiche, finché un avvocato non accoglie il suo caso e vi fa chiarezza: l’uomo che Giuseppe avrebbe ucciso altri non è che un automobilista tedesco passato per caso sul viadotto di una superstrada lucana (progettato da Giuseppe nel 1962 e mai visto da lui perché, all’epoca del completamento dei lavori, egli già si trovava in Svezia), mentre il fabbricato è fortuitamente crollato provocandone la morte. Dopo una breve permanenza in manicomio, Giuseppe si ricongiunge alla sua famiglia e ritorna a casa sua, ma a quel punto la sua salute mentale risulta già compromessa. Amarissimo apologo sulle imperdonabili disfunzioni istituzionali nostrane nell’era che precedette non a caso gli anni di piombo e la strategia della tensione. Libero però da ogni politicizzazione, il film di N. Loy denuncia vergognose storture di un sistema corrotto e invelenito che trascina poveri innocenti in trafile che, al termine di un periodo mostruoso di maltrattamenti, scatenano l’insorgere di patologie mentali, utilizzando l’efficace stratagemma della descrizione dell’ambiente carcerario senza tralasciarne gli aspetti più duri e feroci. Esemplare è in tal senso la sequenza della celebrazione eucaristica in prigione dove i detenuti non possono nemmeno partecipare parlando alla messa per ordine di un regolamento tanto stolido quanto accanito. L’anima che dona forza alla rappresentazione filmica è l’interpretazione di Sordi, una performance insolita per lui e fra le più spietate del suo repertorio, un raro caso nel quale l’attore, ormai già ad un apice importante della propria carriera, non recita nei panni di un italiano medio disonesto. Accanto a lui, E. Andersen è una presenza di impatto funzionale che colpisce nel segno. Nel resto del cast, spiccano Banfi come l’effeminato direttore del penitenziario di Sagunto (più preoccupato a far quadrare i conti nelle sue tasche che a svolgere le debite mansioni amministrative), il doppiatore M. Gammino nel ruolo del sacerdote che chiede senza successo più umanità per i detenuti e N. Natale, il ladruncolo napoletano che aspetta in maniera spasmodica un’udienza col giudice per uscir di prigione e che poi, non ottenendola, commette un penoso suicidio. Numerose stoccate anche alla magistratura, ai trasporti inconcludenti e alla medicina psichiatrica che umilia i pazienti anziché aiutarli. Con ogni probabilità raffigura la più alta perizia registica di Loy, o se non altro la sua prova dietro alla macchina da presa che meglio sintetizza le sue ambizioni di cineasta d’autore con le esigenze di introiettare un tipo di cinema rivolto alla società (e ai suoi membri costituenti) con un occhio che in fondo in fondo ammette gli errori di una fazione, ma non è comunque privo di bersagli contro cui puntare l’indice senza la minima magnanimità. Il tema da trattare era scottante, la materia narrativa altrettanto e lui, avvalendosi di un protagonista sotto le righe ma pure dotato di un fuoco interiore validissimo per un’interpretazione simile, ha dimostrato di saper orchestrare il tutto senza perdere un colpo. Uno schema che sopravanza i limiti del genere drammatico per abbracciare uno sguardo catalizzatore sul mondo immenso delle violazioni dei diritti umani. La scenografia integra e una colonna sonora suggestiva impreziosiscono l’opera.

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