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lunedì 17 febbraio 2020

Interviste a Pablo Trapero

48 anni, 4 Ottobre 1971 (Bilancia), San Justo (Argentina)
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Il pluripremiato regista Pablo Trapero racconta il suo film, storia di due sorelle che riscoprono dopo la morte del padre antiche rivalità e profonde intese. Fuori Concorso a Venezia 75 e dal 4 luglio al cinema.

Il segreto di una famiglia, «Perdonare è l'unico modo per andare avanti»

Il segreto di una famiglia, «Perdonare è l'unico modo per andare avanti» Non ha peli sulla lingua Pablo Trapero, il regista argentino che ha firmato film politici come Mondo Grua (vincitore della Settimana della Critica a Venezia nel 1999), Elefante blanco e Il clan, Leone d'Argento per la Miglior Regia alla Mostra del Cinema di Venezia del 2015. Anche il suo ultimo film, Il segreto di una famiglia, è stato presentato al Lido, Fuori Concorso, e vede protagoniste Berenice Bejo e Martina Gusman, moglie e musa del regista-sceneggiatore. Il segreto di una famiglia è la storia di due sorelle, Eugenia e Mia, che si ritrovano nella tenuta di famiglia dopo la morte del padre e riscoprono antiche rivalità e profonde intese. Sullo sfondo c'è un'Argentina passata attraverso tante traversie politiche e custode di molti segreti, alcuni dei quali riguardano anche la famiglia di Eugenia e Mia. Al centro della storia c'è dunque la famiglia.
È il primo nucleo sociale ed è quello fondamentale. Quando finisci gli studi o ti licenzi da un lavoro quell'esperienza si conclude, ma i genitori, i fratelli, restano sempre, e se non ci sono bisogna fare i conti con la loro assenza. Anche se non vi parlate più il legame resta, e questo, in termini drammaturgici, è un potenziale immenso. Ogni tragedia tratta dei legami, del nostro modo di relazionarci agli altri: senza non c'è azione drammatica, e se i legami sono di sangue tutto diventa più intenso.

Perché ha scelto sua moglie e Berenice Bejo per il ruolo delle due sorelle?
Innanzitutto perché si assomigliano fisicamente. Ognuna di loro ha una sorella nella vita reale, ma non c'è con loro somiglianza altrettanto evidente! Entrambe sono attrici generose: in questo film dovevano mettersi completamente a nudo, non solo fisicamente, e dovevano rischiare parecchio, come due acrobate senza rete. Anche Graciela Borges, che interpreta il difficile ruolo della madre delle due donne, è stata impavida: in Argentina Graciela è un'icona, mostrare un lato sgradevole al pubblico è stato un vero atto di coraggio.

Come ha fatto a raccontare così bene la loro psicologia femminile?
Quando scrivo ho sempre bisogno di capire a fondo i personaggi che racconto, indipendentemente dal fatto che siano uomini o donne, e li amo tutti, anche se nella vita probabilmente sarebbe più facile odiare qualcuno di loro. Nello scrivere la sceneggiatura inoltre mi ha aiutato moltissimo mia moglie, fin dalla prima stesura. Poi in corso d'opera tutti gli attori hanno contribuito, soprattutto ai dialoghi. Martina, Berenice e Graciela hanno contribuito a creare questo universo femminile che per me era un pianeta sconosciuto. E credo che tutti sul set abbiano imparato qualcosa.

C'è una scena molto sensuale in cui le due sorelle si masturbano insieme.
È un modo per contrastare un certo pregiudizio maschile. Tutti ci immaginiamo che gli uomini possano masturbarsi collettivamente - l'abbiamo visto anche al cinema, ad esempio in Amarcord - la masturbazione femminile invece è sempre raccontata come una pratica solitaria, confinata alla sfera più intima.

Qui però, a masturbarsi non sono solo due donne, ma due sorelle....
Sì, ma molto particolari! Quella scena rivela il loro bisogno di essere amate. Anche se entrambe sembrano molto disinibite, la loro sessualità è davvero libera solo in quella scena: per il resto è apparenza, condizionata dal loro passato e dai segreti di famiglia. Queste sorelle sono due sopravvissute che si aggrappano disperatamente l'una all'altra. Il loro legame non è necessariamente erotico, ma attraverso il sesso mettono in scena l'amore e il rispetto che provano l'una per l'altra. Per loro l'amore è cercare di dare all'altra ciò di cui ha bisogno, perché sanno di poter contare davvero solo l'una sull'altra.
La tenuta in cui le tre donne si ritrovano sembra il quarto personaggio della storia.
È così, infatti dà il titolo al film (che in originale si chiama La quietud, come il ranch argentino, ndr). Abbiamo fatto una bella fatica a trovarla, perché i proprietari di quel tipo di casa sono ricchissimi e per niente interessati al cinema. La quietud era una specie di museo, e nel girare abbiamo dovuto stare attenti a non rompere o rovinare nulla. Doveva essere una bellissima trappola, un luogo che a dispetto del nome tiene a bada l'inquietudine delle protagoniste. Era un modo di comunicare che in questa storia niente è come sembra, e che anche se i personaggi sono nati e cresciuti in quel posto non ne fanno veramente parte, anche perché sono proprietari terrieri ma non hanno mai lavorato la terra, e dunque non hanno con lei un legame autentico.

L'Argentina ha metabolizzato il suo passato e in particolare gli anni della dittatura militare di Videla?
Il problema, come si vede anche nel mio film, è che la dittatura non è stata solo militare ma anche civile, il che è peggio. Ancora oggi ci sono argentini che difendono il governo e le sue azioni di quel periodo: e sono persone che hanno ancora potere e influenza politica ed economica. Ma il mio film non parla solo della Storia argentina, parla della corruzione nella vita di tutti i giorni, dei compromessi che si fanno in ogni parte del mondo per ottenere o mantenere il potere e la ricchezza. Questo significa venire a patti con il proprio lato oscuro. Quando poi, come succede nel film, ci sono di mezzo i legami famigliari le cose si complicano ulteriormente.

C'è spazio per il perdono?
Perdonare è l'unico modo per andare avanti, vuol dire riflettere sugli eventi, giudicarli e poi passare oltre, accettando ciò che è successo senza per questo assolvere nessuno. In Argentina il film ha avuto un enorme successo, nonostante sia un film d'autore e non solo commerciale: forse è un segno che la gente è disposta a confrontarsi con il passato nazionale.


   



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