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martedì 12 novembre 2019

Interviste a Gabriele Salvatores

69 anni, 30 Luglio 1950 (Leone), Napoli (Italia)
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Il regista racconta il suo percorso artistico dalle origini fino all'ultimo film. Tutto il mio folle amore è al cinema.

Salvatores: «Tutto il mio folle amore per i personaggi ai margini»

Salvatores: «Tutto il mio folle amore per i personaggi ai margini» Trieste. Vincent ha 16 anni e un grave disturbo della personalità, con il quale sua madre Elena si confronta da sempre. Col tempo ad aiutare Elena nell'impresa è sopraggiunto suo marito Mario, che ha imparato a voler bene a Vincent come ad un figlio e l'ha adottato legalmente. Ma quando sulla scena irrompe Willi, il padre naturale del ragazzo che ha abbandonato lui ed Elena alla notizia della gravidanza, quel poco di equilibrio che si era instaurato con un figlio gestibile a stento si rompe, e Vincent trova la via di fuga che cercava: si infila nel furgone di Willi, cantante da matrimoni e da balere soprannominato "il Modugno della Dalmazia", ora diretto verso una tournée nei Balcani.Tutto il mio folle amore prende il titolo da un verso della canzone di Domenico Modugno "Cosa sono le nuvole".Paola CasellaTutta la carriera di Salvatores è segnata da un "folle amore" per la musica e per i suoi personaggi. Il regista ripercorre qui la sua carriera cinematografica dalle origini all'ultimo film, Tutto il mio folle amore (guarda la video recensione), al cinema.

Il regista racconta il secondo capitolo di una saga senza eguali nel cinema italiano. Dal 4 gennaio al cinema.

Salvatores: «con Il ragazzo invisibile 2 il mio cinema torna alla poesia»

Salvatores: «con Il ragazzo invisibile 2 il mio cinema torna alla poesia» Michele Silenzi è cresciuto: ora ha 16 anni e il temperamento tipico dell'adolescente scontroso, anche perché, oltre alla crisi di crescita comune a tutti i teenager, ha gravi problemi da affrontare. Il primo è un lutto, di cui è impossibile parlare senza fare spoiler. Il secondo è il dono dell'invisibilità, abbinato a quella forza incontrollata che gli ha permesso, al termine de Il ragazzo invisibile, di distruggere un sottomarino. Il terzo è un passato scomodo del quale fanno parte una madre biologica russa e una gemella cresciuta in Marocco della quale non sospettava l'esistenza. Ora Michele dovrà capire se essere uno "speciale" sia davvero un dono o una dannazione, scoprire chi vuole essere davvero, e fare i conti con il suo lato oscuro - "si chiama diventare adulti", in un universo in cui "l'evoluzione della specie non è mai indolore". "A 16 o 17 anni si cambia: è un'età difficile, un'età piena di problemi, paura, malinconie. Seguendo la crescita di questo ragazzo, è ovvio che il film diventasse un film più scuro, più dark, ma anche più pieno di azione". Gabriele Salvatores, regista In attesa dell'uscita al cinema del 4 gennaio, Gabriele Salvatores ci ha raccontato la genesi de Il ragazzo invisibile - Seconda generazione, il lavoro con il giovane cast, le novità rispetto al primo fortunato capitolo e il futuro di una saga che continua a non avere eguali sul panorama cinematografico italiano.

A Giffoni per incontrare i giovani cinefili, il regista ha parlato del suo nuovo film, Il ragazzo invisibile - Seconda generazione, prossimamente al cinema.

Gabriele Salvatores: «Non bisogna mai smettere di sperimentare»

Gabriele Salvatores: «Non bisogna mai smettere di sperimentare» Gabriele Salvatores ha partecipato al Festival di Giffoni per incontrare i giovani cinefili e parlare de Il ragazzo invisibile - Seconda generazione, con cui torna nell'arena del cinema per bambini e adolescenti.

Perché in Italia si fa poco cinema per giovanissimi?
Non lo so, mi sembra incomprensibile, anche perché è un cinema che saremmo perfettamente in grado di realizzare. In passato noi italiani abbiamo reinventato altri generi che sono poi stati imitati in tutto il mondo: basti pensare al western di Sergio Leone.

Lei perché ha deciso di rivolgersi ai ragazzi?
Perché, oltre a rappresentare il futuro, sono un pubblico veramente interessante, molto più aperto alla scoperta del nuovo di quello adulto. E perché non c'è niente di più bello, da genitore, che andare al cinema insieme ai propri figli per entrare con loro in un mondo magico.

Gli effetti speciali del primo Ragazzo invisibile sono stati giudicati da alcuni troppo naif: è successo anche a Matteo Garrone con Il racconto dei racconti.
Non è un problema tecnico ma una scelta poetica: noi facciamo un uso diverso degli effetti speciali, non devono essere spettacolari ma invisibili come certi tagli di montaggio che sembra non ci siano, e invece sono solo realizzati in modo molto sottile.

Intervista a Gabriele Salvatores, regista del film.

Il ragazzo invisibile, supereroe tra Omero e X-Men

Il ragazzo invisibile, supereroe tra Omero e X-Men Non è la prima volta che Gabriele Salvatores si prende il rischio e dispiega sullo schermo un impianto visivo originale, altro e inconsueto per il cinema italiano. Nondimeno Il ragazzo invisibile, storia di un adolescente insicuro che acquista dentro una notte buia e tempestosa il superpotere dell'invisibilità, ribadisce con netta evidenza il tema ricorrente in tutto il cinema di Salvatores. Dagli esordi ai film più recenti, l'autore milanese ha sempre raccontato lo spiazzamento di personaggi costretti ad agire in un contesto diverso da quello abituale e obbligati, in una condizione di emergenza, a fare i conti con la necessità di crescere e di diventare grandi. Nel cinema di ieri lasciandosi alle spalle quel complesso di Peter Pan che da sempre li affligge e che li porta a comportarsi, a trenta come a quarant'anni, come se ne avessero diciotto, nel cinema del presente crescendo anzitempo e mostrandosi più maturi e responsabili dei loro infantili e grotteschi genitori. Il ragazzo invisibile appartiene al secondo movimento e come Io non ho paura o Come dio comanda racconta una bildung, una formazione umana, una crescita interiore verso forme di personalità sempre più complesse ed armoniche. Il ragazzo invisibile ha il sapore di una favola e lo sguardo ad altezza di fanciullo. Sguardo che impone un punto di vista forte sulla vicenda e su un'età ingrata che non riesce più a partecipare ai giochi immaginari. Perché diventare grandi significa passare dal solipsismo fantasticante delle visioni infantili alla cruda oggettività della visione degli adulti. Così, dopo una tempesta 'ormonale' che scatena il desiderio e insieme la paura di essere invisibile, Michele assumerà la coscienza del mondo e di sé. Un sé che impara a vedere immergendosi nel buio delle favole. Gabriele Salvatores ci introduce al suo nuovo film e a un nuovo (super)eroe che guarda al futuro ma affonda le radici nel mito.

Salvatores dirige la commedia firmata da Alessandro Genovesi.

Happy Family: dal teatro al cinema con un po' di sperimentazione

mercoledì 17 marzo 2010 - Marianna Cappi da NEWS

Happy Family: dal teatro al cinema con un po' di sperimentazione Otto personaggi in cerca d’autore e un autore in cerca di una storia. Nel film di Gabriele Salvatores Happy Family i personaggi fanno il film, esattamente come, fuor di finzione, gli attori fanno il (suo) cinema. È una commedia alla Woody Allen, ambientata interamente a Milano, uscita dalla penna di Alessandro Genovesi, finalista al premio Solinas 2008 per sceneggiature, inscenata con successo al Teatro dell’Elfo e rivisitata in chiave cinefila e visivamente appassionante dal più eclettico dei nostri registi, uno che non ha mai avuto paura di sperimentare.

Il film è visivamente molto curato, gioca con i colori, con il bianco e nero e con le citazioni iconografiche, come l’inquadratura che cita la copertina di Abbey Road. Come motiva questa scelta?
Salvatores: La citazione di Abbey Road è casuale ma di certo è così, ci sono immagini che rimangono nella nostra memoria, nella memoria della nostra generazione. Il film è fatto tutto in questo modo, con alcune scene che contengono dominanti di uno stesso colore, perché volevo che niente fosse realistico e che le immagini fossero molto ricercate. C’è stato un lavoro grande e importante da parte della scenografia e dei costumi. Per la sequenza in bianco e nero, mentre Caterina (Bilello) suona un "Notturno" di Chopin, mi sono lasciato ispirare dai tasti bianchi e neri del pianoforte e mi è venuto in mento che potevo riprendere i notturni di Milano: sono luoghi e volti veri della Milano di notte. In tutto il resto del film, la città è sempre inquadrata un po’ dal basso, a tagliare fuori la strada, che non è controllabile.

Petriccione (DoP): In questo film ci ha mosso una volontà di invenzione e ricerca che dovrebbe essere perseguita più spesso, perché troppe volte il cinema italiano insegue invece la televisione e si perde, finisce per assomigliarle.

Nel nuovo film di Salvatores Filippo Timi interpreta un padre che insegna al figlio a odiare.

Come dio comanda: Italian History X

Come dio comanda: Italian History X Nel nord est italiano si muovono sui binari neri della povertà e della violenza (psicologica) le vite di Rino e Cristiano, devoti alla svastica e affranti nell'anima. Nati dalla mente di Niccolò Ammaniti - che ha dato loro vita nel libro "Come dio comanda" - padre e figlio sono diventati "reali" nella trasposizione cinematografica di Gabriele Salvatores che a cinque anni da Io non ho paura torna a collaborare con l'autore Premio Strega. A vestire i panni logori del cattivissimo padre letterario è Filippo Timi, apprezzato scrittore e tra le più straordinarie figure del nuovo cinema italiano. "Per un attore" ha dichiarato Timi nell'incontro che si è tenuto questa mattina con il regista, l'autore del libro e il cast di Come dio comanda, "è sempre una sfida molto interessante interpretare un personaggio borderline. Per avvicinarmi a Rino ho focalizzato su un pensiero: nessun essere vivente è innocente. Ho immaginato mio nonno, che rappresenta la visione più pura, prendere a calci mia nonna e partendo da questa visione ho cercato di estremizzare il sentimento di odio".

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Tutto il mio folle amore

Un viaggio in moto on the road per 3 mesi
Data uscita: 24/10/2019
Regia di Gabriele Salvatores. Genere Drammatico, produzione Italia, 2019.

Vincent ha 16 anni e un grave disturbo della personalità. Will è suo padre, ma lo ha abbandonato prima della nascita. La vita li porterà a condividere un viaggio in cui avranno modo di scoprirsi a vicenda.

Life As a B-movie: Piero Vivarelli

La vita da rockstar di un protagonista ritrovato della stagione più libera e sfrenata del cinema italiano
Regia di Fabrizio Laurenti, Niccolò Vivarelli. Genere Documentario, produzione Italia, 2019.

Il racconto della psichedelica carriera di Piero Vivarelli.

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