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sabato 4 luglio 2020

Interviste a Roberto Minervini

Data nascita: 1970, Fermo (Italia)
   

Roberto Minervini racconta come riesca a girare i suoi documentari.

Nelle realtà che filmo ci sono dentro fino al collo

Nelle realtà che filmo ci sono dentro fino al collo Succedono molte cose nel bosco della Lousiana, c'è un uomo nudo che dorme nell'erba per effetto di metanfetamina e poi torna a casa placidamente al tramonto, come dei guerriglieri in mimetica che provano manovre, fanno tiro a bersaglio e argomentano con discorsi altisonanti l'esigenza di difendersi. Sono due realtà parallele che Minervini riprende in modi che sembrano appartenere al cinema di finzione, i personaggi paiono messi in posa, le scene preparate e gli ambienti illuminati a dovere ma, come tipico del suo stile, non è mai così.
"Solo perchè fai un documentario non vuol dire che tu debba essere sciatto" racconta Minervini in un incontro con la stampa a poco dalla prima proiezione del suo film. "A proposito, ci sono stati fischi in sala?" No, nessun fischio, anzi ci sono stati applausi. "Ah bene, quando faccio i film penso sempre che non mi interessa minimamente dei fischi, faccio tanto il forte. Poi arrivo qua e ho timore".

In che senso non vuoi essere sciatto?
"Io non lavoro con videocamere e attrezzature leggere, ma con macchinari pesanti, faccio scelte estetiche, manipolo la profondità di campo. Il documentarista che più amo, Allan King, passava mesi e mesi con i suoi protagonisti e poi non usava per nulla uno stile sciatto".

Ogni volta davanti ad un tuo film c'è l'impressione che qualcosa sia costruito, anche per Louisiana alcune scene si fa fatica a credere che siano frutto di osservazione documentaristica...
"Invece è tutto così. Il mio intervento è tutto in postproduzione, è lì che elimino le inquadrature in cui qualcuno guarda in macchina".

Ma come ottieni di filmare scene che altri non riescono a filmare? Come ottieni di essere presente durante un atto sessuale o mentre una donna incinta compra e si fa iniettare una dose di droga?
"Ci vuole molto tempo ma spesso anche per gli esempi che fai sono loro a chiedermi di riprenderli. Sanno di essere parte di un documentario e vogliono essere visti in quella veste, magari c'è anche dell'esibizionismo, ma di certo vogliono apparire come esseri sessuali, attivi e vivi. Quando mi hanno invitato a riprenderli di notte è stato uno dei momenti più belli. Ovviamente non va dimenticata nemmeno la componente disinibitrice della droga.
Per loro l'occasione unica di essere ripresi e avere qualcosa che li inorgoglisca è forte. Sono persone magari con una condanna pendente, un marito latitante, con storie incredibili e in un quadro del genere avere la possibilità di emergere ed essere ritratti, avere in buona sostanza il beneficio del dubbio, li umanizza. Per questo per loro è fantastico".

Li avete invitati qui a Cannes?
"Si tutti. Mark e Lisa non possono perchè sono pregiudicati ma hanno mandato un messaggio dicendo: "Anche se Mark è in fuga, adesso è anche ingrassato e sta meglio, il film ci ha cambiato per sempre, ci ha fatto sentire vivi e utili e ti ringrazieremo per sempre"".

Fin qui la comunità di tossicodipendenti, l'altra metà del film invece riguarda dei guerrafondai...
"Sì sono dei soldati che vivono con la speranza di difendere le famiglie dalla legge marziale imposta dall'ONU, una cosa assurda. Hanno un fanciullezza universale, perchè quando perdi tutto ritrovi per l'appunto una certa fanciullezza. Il fanciullo non gestisce la paura, la paura fa sì che esistano solo vita o morte, il fanciullo sopravvive con l'amore e vive nella paura e così loro. Ogni cosa è questione di vita e morte, dunque innamorarsi, rimanere insieme, sposarsi e proteggere la famiglia per questi soldati di quartiere è questione di vita o morte.
Ma intendiamoci, esiste per tutti la paura, tutti ci sentiamo con le spalle al muro, per me è la paura di non riuscire a tirarmene più fuori, la paura di coinvolgermi troppo a fondo e le conseguenze di presentare un lavoro del genere o crescere i figli in quest'ambiente. Eppure io senza di loro non avrei voce e loro non l'avrebbero senza di me. Ci mettiamo gli uni nelle mani degli altri".

Ci vivi così tanto con queste persone, le segui per così tanto tempo che poi quando tutto finisce rimani in contatto?
"Sì ci sentiamo sempre. Io da questo materiale non ne esco più, è una scelta di vita, in queste realtà ci sono dentro fino al collo, porto i miei figli con me, vivo ogni giorno tra drogati e fondamentalisti. Non è facile".

A questo punto Roberto Minervini ha un attimo di commozione, si ferma, chiede scusa e poi ricomincia con più decisione.
"Io ho voluto ritrovare nel cinema il lavoro del fotoreporter di guerra. Queste persone si sentono abbandonate dalla politica e qualcuno li deve riprendere per quello che sono, qualcuno li deve raccontare. Un prezzo per tutto ciò esiste chiaramente. Io sono molto stanco, non ce la faccio più davvero. Sto pensando di prendermi un anno sabbatico o girare un film di finzione".

   



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