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sabato 20 aprile 2019

Interviste a Luca Lucini

51 anni, 26 Novembre 1967 (Sagittario), Milano (Italia)
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Presentato a Roma La donna della mia vita, con Gassman e Argentero.

Le donne cambiano il mondo alzando un ditino

Le donne cambiano il mondo alzando un ditino Uscirà il 26 novembre, su 250 schermi italiani, la nuova commedia di Luca Lucini, tratta da un soggetto di Cristina Comencini, sceneggiata dalla figlia della regista, Giulia Calenda, con Teresa Ciabatti e prodotta da Cattleya con la Universal Pictures International. La donna della vita, che dà il titolo al film, è contesa tra due uomini, in questo caso due fratelli, Leonardo (Luca Argentero) e Giorgio (Alessandro Gassman), ma in fondo è anch'essa sdoppiabile in due figure, la giovane Sara (Valentina Lodovini) e la mamma Alba (Stefania Sandrelli), entrambe burattinaie dei destini maschili, in modo più o meno attivo. All'indomani della partecipazione alla trasmissione Anno Zero delle rappresentanze dello spettacolo che protestano contro i tagli dei fondi destinati alla cultura e il mancato rinnovo dei provvedimenti fiscali che sostengono il cinema, il produttore del film, Marco Chimenz apre la conferenza stampa con una dichiarazione di parte.

Chimenz: Nonostante gli attori qui presenti né noi come Cattleya non risentiamo tanto quanto altre categorie della crisi, vorrei qui assicurare il nostro sostegno incondizionato alla manifestazione e allo sciopero generale previsti per il 22 novembre. Il fatto che tax credit e tax shelter non siano già stati rinnovati, anche se contiamo che ciò avverrà, ha già provocato un grande sconquasso a tutti i livelli: film rimandati, troupes senza lavoro, giovani ai quali non è data la possibilità di esordire. La situazione è grave, è bene che si capisca che non si tratta della protesta di una categoria di parassiti ma di centinaia di persone che non vengono messe nelle condizioni di lavorare.

Il discorso si sposta poi sul film in questione, ma non senza qualche curiosità di natura più personale, riguardo agli attori.

E voi, l'avete trovata la donna della vostra vita?
Argentero: Io si, l'ho trovata, me la sono presa, sposata, più di così che devo fare? Per me la fede è un simbolo tutt'altro che vuoto di significato, oltretutto sono cattolico e ho trovato una donna che la pensa come me anche su questo, abbiamo fatto un bel percorso insieme, ma non vuol dire che è tutto rosa e fiori, mantenere un rapporto è un impegno quotidiano e io mi faccio un "mazzo" così.
Gassman: Io anche. Vengo sopportato da 16 anni dalla stessa donna. Ma nella mia famiglia diciamo che crediamo molto in molti matrimoni...

Raccontateci i vostri personaggi. Cosa vi ha attratto di loro?
Argentero: Il mio personaggio, Leonardo, attraversa una trasformazione radicale: parte come un nerd e finisce come un latin lover. Per un attore è sempre bello quando capita la possibilità di fare personaggi così.
Lodovini: La cosa più bella per me è stata il copione, perché era simile a un testo, fatto tutto di relazioni. Il comune denominatore è che tutti dicono bugie ma le dicono in primis a se stessi, per cui anche lo spettatore ci crede, almeno fino ad un certo punto.
Gassman: Non so perché mi fanno fare sempre il "figlio de 'na mignotta" ma in questo caso il mio Giorgio alla fine si ritrova migliore di come era partito. Avere la Sandrelli come madre, dopo che è stata tante volte moglie e madre di mio padre nei grandi film del passato, è stata un'emozione e allo stesso tempo un'esperienza molto naturale.
Sandrelli: Io su un set o mi sento in famiglia o niente e qui mi sono sentita così, perché questi attori mi hanno fatto sentire a casa. Per quel che riguarda il lavoro accanto ad Alessandro, io credo che i figli spesso abbiano anche qualcosa in più dei padri e Alessandro può farcela, perché non mi ha fatto rimpiangere Vittorio.
Colangeli: Lucini ha la mano leggera, è discreto ma lungimirante, il che non è da tutti. Il mio personaggio mi attirava per la sfida di parlare in milanese e poi perché è un personaggio complesso, ha un bel rumore di fondo e, anche se non cambia completamente, ad un certo punto ingrana una marcia in più in famiglia.

Com'è stato assortito il cast?
Lucini: Quando ho letto il copione ho capito subito che era un film che aveva bisogno di un super cast. Ho immaginato questo film come un brano di jazz, dove ognuno ha il suo assolo ma è l'insieme che fa la forza del brano. Ogni attore ha dato tanto al rapporto con gli altri e ha aggiunto delle chicche al suo personaggio, che fanno di La donna della mia vita un film fondamentalmente di attori.
Tozzi (Cattleya): Ricordo il giorno in cui Cristina, dopo aver incontrato Argentero e Gassman, ha detto: devo assolutamente scrivere qualcosa con quei due, e la Sandrelli sarà la loro mamma.
Calenda: Scrivere, come abbiamo fatto noi, con due facce come le loro già in mente è il sogno di ogni sceneggiatore.

Nel film gli uomini tradiscono ma sono le donne che tessono le vere trame...
Sandrelli: La storia la scrivono gli uomini ma alle donne basta alzare un ditino e cambiano il mondo. Bisognerebbe che lo facessero più spesso.

Ancora una volta al centro della scena c'è una famiglia upper class...
Lucini: Volevo raccontare una classe che da milanese io riconosco bene, vale a dire la borghesia industriale, che è una classe sociale con delle dinamiche interne, di sofferenza, di genialità, di devastazione psicologica, che, se trattate col filtro della commedia, possono essere molto interessanti.

Come ti senti, Valentina, dopo aver contribuito ai maggiori incassi mai registrati da un film italiano al botteghino con Benvenuti al sud?
Lodovini: Mi sento una rockstar. Davvero. Credo nel valore delle scelte, per cui leggo copioni, aspetto di vedere cosa arriverà, quali personaggi, quali registi. Ma intanto mi sento una rockstar.

Prima si è parlato della crisi. Vittorio Gassman la vedeva arrivare all'orizzonte già 40 anni fa e così Steno, il padre dei Vanzina. Com'è possibile?
Gassman: La generazione di mio padre aveva subodorato la crisi, perché aveva vissuto il momento di massima importanza della macchina culturale del nostro paese, la stessa che adesso è considerata quanto un peso morto. Io vivo la crisi doppiamente da attore e da direttore di un teatro stabile, perché anche il teatro è in ginocchio, per i tagli al Fondo Unico dello Spettacolo, e soprattutto le maestranze.

Gli attori classici, per le commedie, indossavano una maschera. Quanto una maschera cambia una persona?
Colangeli: Per un periodo di tempo, il tempo del film o della rappresentazione teatrale, si dà maggior spazio a quell'aspetto di sé che incontra di più il personaggio. Funziona così.
Sandrelli: Per questo film io mi sono nascosta dietro una parrucca color melanzana e ci sono stata molto comoda. Ci si attacca anche alle piccole cose.
Gassman: Allora ringrazio anch'io Gabriella Pescucci, che mi ha permesso di indossare il capo d'abbigliamento che odio di più: il cardigan.
Lodovini: Io mi affido molto all'istinto. La mia fortuna è che non stavo solo facendo una commedia ma una buona commedia, circolava un'empatia che è stata di grande aiuto per tutti.
Sandrelli: è vero, "empatia" è la parola giusta.
Gassman: io che sono il più teatrante fra gli attori qui, posso dire che il clima era tale che giocavamo spesso dimenticando la macchina cinema.

Più volte avete ammesso l'impianto teatrale della sceneggiatura. Avete fatto una preparazione in linea, con prove o altro?
Lucini: Abbiamo girato quasi un mese nella casa di Alba (Sandrelli), quasi in sequenza, per cui sì, questo ci ha dato la possibilità di lavorare sul set quasi in modo teatrale.

Lucini, ti sei messo al servizio del copione e degli attori ma la tua presenza in questo film è meno incisiva e meno autoriale rispetto, per esempio, a Solo un padre. Non credi di esserti defilato troppo?
Lucini: Sono film diversi, che comunque mi rappresentano entrambi. Qui volevo essere il meno invadente possibile, in questo caso l'autorialità sarebbe stata gratuita, la macchina da presa non si doveva sentire per nulla, era l'insieme degli strumenti che andava lasciato suonare nella maniera più neutra possibile.



Il regista di Tre metri sopra il cielo torna con una commedia sul dio Calcio.

Amore, bugie e calcetto, commedia sentimentale sul campo di calcio

Amore, bugie e calcetto, commedia sentimentale sul campo di calcio Dopo vagonate di celluloide consumate in nome dell'amore giovanile - da quello "moccioso" a quello prima e dopo gli esami passando per le 'ricercatezze' stilistiche dei Muccino Bros. – è giunto il momento dell'amore un tantino più adulto, quello dai trenta in su e dai cinquanta abbondanti in giù, quello in crisi per via del sesso (quando troppo e quando niente), del lavoro, dei figli che cambiano tutto e non sempre in meglio, dei conti da far quadrare e di quelle interminabili, odiatissime (dal gentil sesso, ovvio), sudatissime ma allo stesso tempo irrinunciabili partite di calcetto del giovedì sera, unico giorno in cui il dio Calcio, quello vero, riposa in pace. Troppo complicato e spinoso sarebbe stato fare un film sullo sport più amato dagli italiani e allora ecco una divertente commedia sentimentale sul suo surrogato di più largo consumo, una sorta di manuale d'amore per uomini (e soprattutto per donne) sull'orlo di una crisi di nervi che usa la brillante metafora del calcetto e la conseguente divisione in ruoli per raccontare tanti modi diversi di vivere la vita di coppia, il sesso, l'amicizia e la vita lavorativa in tempi complicati e sentimentalmente scombinati come quelli odierni. Il calcetto come pretesto per riunire gli uomini di oggi, di diverse generazioni ma dal comune spirito goliardico, un rituale maschile che in questo Amore, bugie e calcetto, diretto dal Luca Lucini di Tre metri sopra il cielo e scritto dal regista insieme al bravo Fabio Bonifacci (Notturno Bus, Lezioni di cioccolato), riesce paradossalmente a raccontare meglio le donne, spesso vere e proprie vittime di fidanzati e mariti 'pallonari', che i diretti interessati.

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