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giovedì 13 agosto 2020

Interviste a Gustave Kervern

57 anni, 27 Dicembre 1962 (Capricorno)
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Incontro con Gustave Kervern, regista di Mammuth.

In sella con Gérard Depardieu

In sella con Gérard Depardieu Gustave Kervern si definisce un tipo forse un po' pazzo, certamente sopra le righe, ed il suo aspetto del resto sembra non contraddirlo. Capelli scompigliati, barba lunga e look da turista in vacanza, il regista francese incontra la stampa a margine della proiezione di presentazione (la prima in Italia) del suo ultimo lavoro cinematografico, Mammuth, con Gérard Depardieu e Yolande Moreau. L'occasione è offerta dalla seconda edizione del France Odeon di Firenze, Festival del Cinema Francese che – riprendendo la lunga tradizione di France Cinéma – intende diventare una sorta di trampolino di lancio per le pellicole d'oltralpe ancora inedite nel nostro paese. Il film, nelle sale dal prossimo 29 ottobre, è il quarto che Kervern scrive e dirige insieme al collega Benôit Delépine. Un sodalizio forte il loro, che non si ferma al solo cinema ma si estende anche alla televisione, dove i due cineasti sono autori di un programma satirico e politicamente scorretto.

Le differenze tra grande e piccolo schermo
Tra grande e piccolo schermo, però, le differenze sono evidenti. È lo stesso Kervern a sottolinearlo: "Al cinema cerchiamo di fare qualcosa di diverso rispetto alla televisione, qualcosa che si concentri maggiormente sulla società. Siamo innamorati dei film di una certa epoca – quelli che trattavano con la dovuta serietà i temi sociali – almeno quanto lo siamo dell'umorismo noir del nord, un umorismo fatto di pochi dialoghi. Crediamo che il cinema di oggi, compreso quello francese, parli troppo. Il nostro modo di lavorare va nella direzione opposta. È quasi un ritorno al cinema muto". Mammuth, effettivamente, si sofferma con silenziosa ironia su svariati e controversi argomenti sociali: al grande tema della previdenza – per il quale i cittadini francesi sono in piazza da settimane – si aggiungono quelli di un paese, la Francia, sempre più multiculturale (emblematica la scena dei vignaioli impegnati a pregare al tramonto), la denuncia della condizione degli anziani nelle case di riposo e degli impiegati nei supermercati, fino ad arrivare al tema – più tradizionale – dello scorrere degli anni e della nostalgia verso una gioventù ormai lontana.

Un film d'avanguardia
È un film, quello di Kervern e Delépine, girato in appena quattro settimane e costruito attraverso pochi e bofonchiati dialoghi, con una macchina da presa sempre in movimento e su una pellicola volutamente sgranata. Sarebbe dunque troppo scorretto definire Mammuth come il prodotto di un cinema d'avanguardia? Non del tutto – è la risposta del regista – "Noi effettivamente non apparteniamo alla famiglia del cinema francese. Preferiamo lavorare con attori non professionisti e – quando se ne presenta l'occasione – coinvolgere nel progetto anche alcuni nostri amici. Siamo un po' della vecchia scuola, e lo dimostra il fatto che i pranzi sul set durino almeno due ore. Riguardo la qualità della pellicola, invece, la nostra intenzione era quella di creare qualcosa che assomigliasse ad un film in bianco e nero – come il nostro primo film – ma che avesse anche il colore. Abbiamo così lavorato con due diversi tipi di pellicola: alla super8 abbiamo aggiunto la super16, che ci ha permesso di dare al tutto un tocco anni '70. La 16mm era infatti la pellicola utilizzata in quegli anni per le produzioni televisive".

La straordinaria prova degli intepreti
Non si può però parlare di Mammuth senza fare riferimento alla straordinaria prova dei suoi interpreti, primo fra tutti un Depardieu perfettamente a suo agio nel ruolo che i due "giovani" registi sembrano avergli cucito addosso: "Gérard si è immedesimato molto nel personaggio di Serge Pilardosse e per noi è stato un dono dal cielo" ha confidato ai giornalisti Kervern "È stato calmo, concentrato e non ha bevuto per tutte e quattro le settimane di ripresa del film. Siamo stati molto fortunati. Ha accettato l'incarico pur sapendo che sarebbe stato pagato solo con gli eventuali incassi [il film in Francia ha segnato circa 900.000 ingressi, ndr] e ci ha permesso di ritrarlo, ogni qual volta era necessario, nella sua immensa e strabordante mole. Forse lo ha fatto perché si è fidato della nostra determinazione". O forse – come lo stesso Kervern rivela in un secondo momento – perché la figura di Serge gli ricordava molto quella di suo padre, un "comunista che non sapeva leggere né scrivere e che trascorreva le notti a creare stivali di metallo": "Depardieu si è molto ispirato alla figura del padre: ci ha indotto a cambiare le parti della sceneggiatura che prevedevano alcuni suoi sfoghi rabbiosi perché ripeteva che suo padre era un non-violento".

I vizi e le stranezze di Gérard Depardieu
Una tranquillità certamente insolita, quella manifestata dall'attore francese sul set, dovuta probabilmente al periodo felice che stava attraversando. Completamente differente, infatti, è lo scenario che si è presentato ai due registi nel corso dei tre incontri che hanno preceduto l'accordo definitivo: "La prima volta che abbiamo incontrato Gérard – racconta Kervern – è stato al suo ristorante. Lui non aveva visto i nostri film, ci ha detto di buttare giù una sceneggiatura e di portargliela. Così è stato: abbiamo scritto tutto in pochissimo tempo e siamo tornati da lui. Prima di mettersi a leggere ha preteso che degustassimo qualcuno dei suoi vini. Ci siamo trovati a bere vino alle 9 del mattino e ci siamo trovati quasi subito ubriachi. È stato a quel punto che lui ha letto la trama, ha detto di sì ed è andato via. Il terzo incontro è avvenuto a casa sua. Vive da cinque anni in un monolocale di 10mq le cui pareti sono tappezzate di quadri di valore. Lo abbiamo trovato così ubriaco che abbiamo pensato perfino di rubarne uno per poter finanziare il film. È lì che ci ha dato l'ok definitivo. In fondo è una persona che pur avendo tanti difetti è in grado di sorprendere molto. Adesso ci chiama spesso per chiederci quando si farà un nuovo film insieme. Credo dipenda dal fatto che gli abbiamo permesso di tornare nel "mondo reale": grandi attori come lui sono abituati alle grandi produzioni in cui si lavora sempre con le stesse persone".

La scoperta di Miss Ming
In questa "piccola" produzione, invece, Depardieu si è trovato a lavorare con un gruppo di appena 15 tecnici ("sempre gli stessi da anni, la nostra è una squadra vincente") e con un cast di attori semi-sconosciuti ma capaci di interpretazioni davvero sorprendenti. È il caso di Miss Ming, la figlia del cugino di Serge, già vista nei precedenti due film di Kervern e Delépine: "Ci ha colpiti perché declamava le sue poesie sulla spiaggia. Le abbiamo affidato una piccola parte in Louise Michel ma credevamo opportuno ritagliare per lei un ruolo più importante. Ha un leggero handicap mentale, ma questo sembra non aver preoccupato Depardieu che è abituato a lavorare con personaggi strani. Almeno finché lei non ha rischiato di accoltellarlo: lui stava cercando di strappare le ali alle mosche che catturava e lei gli ha piantato un coltello a pochi millimetri dalla mano: 'Non si fa del male agli animali', è stata la sua spiegazione".

Infine, una promessa
Gustave Kervern si congeda così, raccontando aneddoti con il suo solito umorismo noir, lo stesso che lo ha reso così conosciuto e apprezzato in patria. Prima di andare via c'è il tempo per una promessa: quella di tornare a Firenze – magari con tutta la famiglia – per la prossima edizione di France Odeon, un'edizione il cui programma potrebbe prevedere la proiezione di tutti e quattro i film diretti con Delépine.

Esce la commedia nera e indipendente di Delépine e Kerveren, che ha anticipato la crisi economica e denunciato i paradisi fiscali.

Louise e Michel: risorse (dis)umane

Louise e Michel: risorse (dis)umane Louise è un ex galeotto che veste abiti femminili per garantirsi il posto in una fabbrica di sole donne, Michel è una ex bambina, 'modificata' da una dose eccessiva di ormoni, che colleziona pistole e spara alle stelle. In seguito alla chiusura della fabbrica in cui Louise è impiegata, Michel verrà assoldato per freddare il suo ingrato padrone. Questo è il plot di una commedia nera, amara e grottesca, che ha debuttato al Sundance, è passata a Roma e ha riscosso ovunque un'accoglienza straordinaria. Dopo il cinema "al lavoro" di Laurent Cantet e Ken Loach, è la volta di due registi (ancora francesi) di affrontare le problematiche del mondo del lavoro attraverso il linguaggio dell'arte, che non è confondibile (al massimo complementare) con quello del sociologo o del politologo. Dallo schermo non emergono tesi precostituite ma storie, intrecci, riflessioni che si fanno immagini ed emozioni, risate e lacrime. Gustave Kervern, a Roma per promuovere il suo film, ci racconta che è ancora possibile per un regista autodeterminarsi nelle scelte e affiancare i lavoratori nella difesa della qualità della vita, che è possibile, ancora, denunciare la dittatura del capitale che mercifica la vita degli esseri umani. È soltanto attraverso la ricostruzione del bene comune come concetto non negoziabile e il rifiuto dell'economia come unica regola per il progresso che sarà possibile ostacolare il tramonto del mito del posto fisso, la flessibilità, il lavoro interinale, gli incidenti sul lavoro e le morti bianche. Pessimisti col sorriso (aspro), Gustave Kervern e Benoit Delépine mettono in scena la strategia del capitale contro le garanzie assicurate un tempo dallo statuto dei lavoratori, concepiscono un bambino e sognano un corretto rapporto fra uomo ed economia.

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ID - Imprevisti Digitali

Un cloud pericoloso
Regia di Benoît Delépine, Gustave Kervern. Genere Drammatico, produzione Francia, 2020.

Il racconto dei media da chi ne è stato vittima.

Les Parfums

Il mondo dei profumi
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Anne vende il suo talento e le sue fragranze ad aziende di tutti i tipi. Un giorno incontra sulla sua strada Guillaume.

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