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giovedì 21 gennaio 2021

Interviste a Margot Robbie

Nome: Margot Elise Robbie
30 anni, 2 Luglio 1990 (Cancro), Gold Coast (Australia)
   

Quentin Tarantino, Margot Robbie e Leonardo DiCaprio a Roma per la presentazione del film C'era una volta... a Hollywood.

Tarantino a Roma: "col passaggio da pellicola a digitale si è persa quella scintilla capace di incantare"

sabato 3 agosto 2019 - Paola Casella da NEWS

Tarantino a Roma: Quella di questa mattina è stata una scena davvero hollywoodiana: davanti al cinema Adriano di Roma una folla di ragazze di ogni età, tutte a ripetere un nome: Leo! Del resto la conferenza stampa di C'era una volta... a Hollywood, il nono lavoro di Quentin Tarantino, vede Leonardo DiCaprio nei panni di un attore della Mecca del cinema, e il film è una lettera d’amore all’età d’oro della Settima arte, che secondo Tarantino è finita nel 1969.
DiCaprio e Margot Robbie non erano nemmeno nati nel ’69, ma Tarantino aveva 6 anni, ed è riuscito a ricostruire perfettamente la Hollywood dei suoi ricordi. 
 

Non appena ho letto il copione di Once Upon a Time mi sono sentita trasportata in quell’epoca.
Margot Robbie
dice Robbie, che nel film ha il ruolo di Sharon Tate. “Ci ha fatto ascoltare la musica che usciva dalle radio in quell’anno, le cose che si vedevano dal finestrino dell’auto, e ha creato un universo così dettagliato e specifico ricostruendolo intorno a noi, senza l’aiuto del digitale o del computer. Non capita quasi più di trovarsi su un set del genere: di solito si recita contro uno schermo verde cui qualcuno aggiungerà lo sfondo in post produzione”.

Quanto è cambiata Hollywood dal 1969 ai giorni nostri? “Hollywood cambia sempre, anche oggi è diversa anche dagli anni Novanta in cui ho iniziato ad affermarmi come regista”, commenta Tarantino. “Ma effettivamente una delle differenze principali riguarda l’impegno con cui un regista creava il suo mondo sul set, senza aggiungere nulla in post produzione. Quel che più mi spiace è che sta scomparendo una dimensione artigianale del lavoro che non tornerà più, ed è una perdita terribile. Un tempo dovevi fare le cose così bene in pellicola che anche alla terza duplicazione, con tutta la depauperazione che ne conseguiva, sul grande schermo il film appariva ancora scintillante e capace di incantare. Era ancora oro, ed era difficile ottenere quell’effetto: con il digitale è tutto maledettamente più facile, ma non ti dà lo stesso risultato, o la stessa soddisfazione”.

C'era una volta... a Hollywood è stato abilissimo nel creare una sceneggiatura a prova di bomba e due personaggi meravigliosi: l’attore che interpreto e il suo doppio, cioè il suo stuntman interpretato da Brad Pitt”, afferma DiCaprio. “Due uomini ai margini di Hollywood in un momento in cui stavano cambiando per sempre la cultura e la storia degli Stati Uniti. E ha fatto questo raccontando solo un paio di giorni nella loro vita. Il mio personaggio si sente i punching ball di una nuova generazione di attori che lo stanno lasciando indietro, ed è nei dettagli – il suo sbagliare le battute, i suoi scleri nel trailer – a permettere allo spettatore di identificarsi con il suo dramma, di capire che quell’uomo potrebbe essere bipolare e affronta un’ansia esistenziale dovuta al fatto che l’industria cinematografica e il suo mondo gli stanno cambiando intorno”.

Chissà se DiCaprio ha mai provato quelle sensazioni? “Io mi sento un miracolato: sono cresciuto guardando centinaia di film e non avrei mai pensato di raggiungere il livello che ho raggiunto. Per questo il mio sforzo costante è quello di migliorare e di imparare dai più grandi - Tarantino, Scorsese o Spielberg - che mi spingono oltre, e che riescono a far sì che una storia o una performance colleghino il pubblico al mondo che mettono in scena. Mi hanno sempre detto di scegliere i miei eroi nel cinema e di creare la mia identità stando sulle spalle dei giganti, come si suol dire. Ma non mi sentirò mai all’altezza dei miei modelli cinematografici. E se poi dovessi vivere il mio mestiere come una grande responsabilità mi metterei paura da solo”. Conosceva il cinema del 1969? “Dopo aver letto il copione di Once Upon a Time sono andato su Google a leggermi tutto sull’argomento! E mi sono messo anche a leggere tutto quello che è successo in America in quell’anno: è stato veramente un momento di svolta nella storia americana, oltre che nel cinema, e ha lastricato la strada pe tanti registi in un’epoca in cui i registi contavano davvero, e avevano davvero il potere di realizzare film magnifici”.

Come ricorda Tarantino il cinema del 1969? “Molti film citati in C'era una volta... a Hollywood li ho visti proprio nel 1969, o al massimo nel 1970, dato che allora un film restava in sala anche un anno. Quello in cui appaiono Dean Martin e Jerry Lewis e in cui ha un piccolo ruolo Sharon Tate l’avevo visto con i miei genitori, e mi ricordo di essere rimasto incantato di fronte a quell’attrice che interpretava un’agente segreta particolarmente imbranata: caspita, una ragazza carina che faceva capitomboli e cascava nel fango! E ricordo di essere andato, alla fine della proiezione, a vedere sulla locandina – quella originale che uso nel film! – chi fosse quella biondina. Sharon Tate era bravissima nella light comedy” Sa come si intitola quel film in italiano, chiede un giornalista? Alla risposta Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm Tarantino scoppia nella sua risata più fragorosa. “Del resto il film cui fa omaggio Bastardi senza gloria si intitolava Quel maledetto treno blindato: ma che cazzo significa?”

C'era una volta... a Hollywood è anche un omaggio al cinema di genere italiano. “Io sono un fan del cinema di genere e ho sempre amato il modo in cui i registi italiani hanno saputo rinnovarlo, sia che affrontassero il western che il giallo, il poliziesco o la commedia sexy: prendevano un prototipo americano, come Il braccio violento della legge o la serie sull’ispettore Callaghan, e lo reinventavano a modo loro, dandogli nuova vita. I Leone, i Corbucci, i Sollima hanno cominciato come critici cinematografici, come i registi francesi della Nouvelle Vague, e solo dopo sono passati alla sceneggiatura e poi alla regia della seconda unità. Il loro entusiasmo per il cinema di genere era delizioso, non c’è altro termine per descriverlo. Ed è ciò che rende i registi italiani diversi da chiunque altro: il loro approccio è operatico, per un cinema larger than life, con in più un tocco surreale. Il primo libro che ho letto su Leone e compagni si intitolava “Spaghetti western: la violenza in chiave operatica” E io ho cercato di fare altrettanto con il mio cinema.

Come spiega il successo in America di C'era una volta... a Hollywood? “Probabilmente è un mix dell’argomento giusto, dei giusti attori e del fatto che ha un look divertente. La casa di produzione l’ha venduto bene, e le recensioni, in gran parte positiva hanno dato una bella mano” Ma secondo lei il cinema può davvero riscrivere la storia? “Più che cambiarla, può influenzarla. Io ci ho provato con la mia trilogia: prima Bastardi senza gloria, poi Django, e infine Once Upon a Time in Hollywood”.


   


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