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martedì 27 luglio 2021

Articoli e news Ernest Hemingway

Data nascita: 21 Luglio 1899 (Cancro), Oak Park (Illinois - USA)
Data morte: 2 Luglio 1961 (62 anni), Ketchum (Idaho - USA)
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Moriva cinquant'anni fa il grande scrittore americano.

Hemingway, perfetto per il cinema

domenica 3 luglio 2011 - Pino Farinotti da FOCUS

Hemingway, perfetto per il cinema Il 2 luglio del 1961 a Ketchum, nell'Idaho, moriva Ernest Hemingway, suicida. Aveva 63 anni. Depresso, quasi disperato, stanco e ormai senza vitalità, si sparò un colpo con un fucile da caccia. Per qualche tempo, non molto per la verità, si cercò di accreditare un incidente, ma Ernest era troppo esperto di armi, il grilletto non gli sarebbe mai sfuggito. Si era rifugiato in quella tranquilla contea di Blaine, con l'ultima moglie, per non essere disturbato. Quel finale era persino logico, Ernest, privo di forza, esausto nell'ispirazione, escluso dalle magnifiche azioni che erano la sua passione e identità: ma perché avrebbe dovuto vivere ancora?
Ernest aveva sempre avuto paura della fine, di quella fine. Suo padre, un medico sensibile, forse debole, dominato da una moglie non sensibile né debole, aveva posto fine alla propria vita allo stesso modo.
Se in una sintesi di icona, di memoria e di estetica, devi dare contorno a un'istantanea dello scrittore ideale, per lo meno dell'era moderna, a prendere forma sono il volto e il corpo, larghi, di Hemingway, con quella barba brizzolata, e gli occhi stretti e narranti. Tutti noi, che lo abbiamo letto e abbiamo per lo meno tentato, auspicato, un vita che non fosse così normale e statica, tutti noi siamo un po' Hemingway.
E lui non ha lesinato. Da quando aveva 18 anni era come se sapesse che sarebbe stato un modello da indicazioni. Andava a caccia nei boschi del Michigan, era amico degli indiani che ancora vivevano da quelle parti. Poco più che adolescente venne in Italia, in guerra. Fu ferito, ricoverato a Milano. E da lì cominciò a raccontare. Ernest evoca davvero molto, i posti della terra: le corride di Madrid, le fieste di Pamplona, la pesca di Cuba, Parigi e la cultura, la Costa Azzurra e l'alcol. Ha fatto tre guerre. Quanti, quanti racconti.

Pino Farinotti incontra il regista di Ladri di cadaveri - Burke & Hare.

Landis in Milano

venerdì 25 febbraio 2011 - Pino Farinotti da FOCUS

Landis in Milano John Landis è, quasi esattamente, la mia generazione. Gli dobbiamo molto, è stato un inventore quando non era facile leggere il tempo e i generi. È nato a Chicago, la città di Wrigth, di Hemingway e di Disney legislatori di arti, e patria acquisita, se non culla, del blues e del jazz. Anche se la famiglia Landis arriva a Los Angeles che John è bambino, quella cultura dell'Illinois continuerà a prevalere. La combinazione midwest e west, può diventare una magnifica chimica, per chi intende fare cinema. Ai canonici rituali di chi farà successo a Hollywood non sfugge neppure John. Le biografie registrano: portalettere alla Fox. Contatti con gente abbastanza importante, poi molto importante. Incontro casuale decisivo, e il caso è generoso perché di Hitchcock trattasi. E poi frequentazione dei set per imparare i trucchi. Quindi la possibilità di metterli in pratica, quei trucchi. Qualche esperimento corto, uno lungo e poi l'incontro del destino, con John Belushi. I due si scoprono omologhi l'uno dell'altro dalle parti opposte della macchina. La chimica è esplosiva, come esplosivo sarà, letteralmente, I blues Brothers. Senza sottovalutare l'altro "blues" Dan Aykroyd, che è anche co-autore, insieme al regista, della sceneggiatura. E da lì l'umorismo scapperà da tutte le parti, sempre aggressivo ma capace di arrestarsi al momento opportuno, sempre urlato ma pronto a rientrare nei decibel per poi riesplodere. Sembra un termine scontato, reiterato, ma "demenziale" significa molto nella comicità e uno dei massimi profeti è Landis. Manovrando Belushi come in un videogioco, coi Blues Brothers diventa un inventore. L'invenzione si chiama "crash-movie" (quanti seguaci) con inserti di musica travolgente e registro recitativo col linguaggio del corpo, il cosiddetto slapstick.
La leggenda è servita.

Faccia
Landis, ha proprio la faccia dei suoi film. Il sorriso irridente ma educato di chi si è visto riconoscere il grande talento. Con in mano il dizionario Farinotti, ringrazia MYmovies per il sostegno, mi domanda se ho trattato bene i suoi film. "Benissimo" gli rispondo. Quando gli dicono che Farinotti è anche un riconosciuto "novelist" allora mi chiede se ho mai letto i suoi libri. "No, perché non ne hai mai scritti". Allora ride, come quando gli dico la didascalia che apre il suo Ladri di cadaveri: "Questa storia è ispirata a fatti reali, tranne quelli che non lo sono", continua a ridere. Infatti John è uno dei pochi autori che possono permettersi questa licenza, questo ammiccamento al pubblico. Si è conquistato la fiducia da molto tempo. Sicura e perenne. Quando guarda la copertina del dizionario, Avatar, non sembra del tutto contento. "Tante idee di altri, Orwell, Tarzan, Balla coi lupi, rappresentate con fantasia e grande tecnica. E poi il 3D aiuta, molto". La memoria popolare del cinema, che è esigente, attribuisce al grande regista di Chicago almeno tre titoli, Animal House, The Blues Brothers e Una poltrona per due. Le due icone nerovestite, con occhialini e cappelli, sempre neri, non sono un'istantanea del cinema, sono una grafica del Novecento. Qualcosa che trascende il cinema per diventare arte generale. Ed è davvero di pochissimi registi. È di un Fellini con la sua Anita nella fontana, o di un Bergman con la morte che gioca a scacchi. Estetica che fa parte di noi, cultura che ci accompagna, acquisita. Quando dico a Landis la faccenda dell'arte generale, sempre sorridendo certo, mi dice "mi sembri mia madre." Ma sui Blues Brothers dà una lettura profonda, perfetta (per forza). "Devo ringraziare mia moglie, è lei che mi ha suggerito quegli accorgimenti estetici. I cappelli, gli occhiali, i profili: devono essere semplici e visibili, riconoscibili all'istante, anche da lontano, anche nel buio. Come si riconosceva il bastone di Charlot, o Laurel e Hardy, uno magro e uno grasso. I "Blues" sono stati fortunati." C'è una domanda banale ma indispensabile ed è "quale dei tuoi film preferisci e quale, uno solo, in assoluto". "Domanda banale" mi dice "ma visto che sei uno specialista ti do mezza risposta. Dei miei il preferito è l'ultimo, dunque Burke & Hare. Ci ho messo dentro tutto ciò che ho imparato prima. In assoluto ti dico che non è uno ma centocinquanta. Nessuno ha un solo film del cuore." "Io ce l'ho" dico " è Shane (titolo italiano Il cavaliere della valle solitaria)". Allora annuisce John. "Film bellissimo, 'come back Shane, come back Shane!'. E mi spiega cose che già sapevo, ma dette da lui, non le sapevo: il regista Stevens, un genio, usò per la prima volta tre macchine in contemporanea, piazzate nei posti giusti naturalmente, e poi montava a sequenze di uno o due secondi, è stato un precursore." Sul suo Burke&Hare il regista va controcorrente. I due assassini scozzesi, storia vera, che uccidevano per fornire cadaveri alle università non è un geniale thriller-horror grottesco e comico secondo l'attitudine dell'autore, ma una triste storia d'amore. Uno degli assassini uccide per amore di un'attrice. Vuole finanziarla, che abbia successo. E prima di essere impiccato, come ultimo desiderio chiede una notte con l'amata. Muore felice. Lo dice John Landis, lui lo sa.

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