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mercoledì 21 agosto 2019

Articoli e news Danny Boyle

Nome: Daniel Boyle
62 anni, 20 Ottobre 1956 (Bilancia), Manchester (Gran Bretagna)
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Il regista del cult Trainspotting, è al cinema con Steve Jobs, basato sullo script d'acciaio di Aaron Sorkin, fresco di Golden Globe.

Danny Boyle, l'autore che vuole sempre sorprendere

Danny Boyle, l'autore che vuole sempre sorprendere È una verità storiografica. Se si vuole ragionare su una ipotetica estetica degli anni 90 (del secolo scorso), due film sono preponderanti: Pulp Fiction di Quentin Tarantino (1994) e Trainspotting di Danny Boyle (1996). Un regista statunitense e un inglese di origine irlandese che gira in slang scozzese: mondi divisi dalla stessa lingua. E uniti da una energia visiva controcorrente, più originale e alla distanza "filosofica" quella di Tarantino, più mainstream e d'effetto quella di Boyle, con una idea di montaggio sincopato subito metabolizzata dalla pubblicità (ricordate lo spot della Superga intitolato "The Challenge" diretto da Tarsem nel 1997, con la stessa musica dei Prodigy?). Ma al di là delle riserve, Trainspotting è lì, è storia, una pietra miliare imprescindibile. Oggi il cineasta di Manchester, classe 1956, anche alla luce del biopic Steve Jobs con Michael Fassbender, nelle sale dal 21 gennaio, appare normalizzato. Un autore certamente personale, sempre alla ricerca di modalità espressive che facciano in qualche modo sensazione, ma capace soprattutto di sorprendere per la superficie, la buccia, con poca sostanza se alle prese con progetti particolarmente ambiziosi. Il suo acclamato The Millionaire (2008) si aggiudica 8 Oscar, tra i quali miglior film e miglior regia, uno dei punti più bassi dell'Academy degli ultimi anni. Storia di un ragazzino povero che trionfa all'edizione indiana di Chi vuol essere milionario?, sembra il bigino di un cinema esotico a uso e consumo del pubblico occidentale più pigro, l'equivalente di un viaggio organizzato attraverso gli stereotipi di Bollywood. Il successo coglie forse impreparato lo stesso Danny Boyle, che aveva decisamente sbagliato un altro film in precedenza (The Beach con Leonardo DiCaprio e Virginie Ledoyen, 2000), e per motivi non troppo diversi. Tenta di rimettersi in gioco con un lavoro invece molto interessante, 127 ore, con James Franco (2010: per inciso, una delle migliori performance dell'attore). Appassionato di trekking e biking, un giovane finisce in un crepaccio di roccia dove resta incastrato. Dopo 5 giorni di deliri (anche) formato selfie, si amputa il braccio con un coltellino e si salva la pelle. Tutto vero. Il film è adrenalinico e ansiogeno: un action sugli sport estremi giocato sul paradosso di un protagonista completamente immobile. L'impressione è che con 127 ore Boyle volesse tornare dopo l'Oscar al "film indipendente" low budget stile Piccoli omicidi tra amici, suo esordio del 1994. O meglio ancora al modello 28 giorni dopo, fantahorror con Cillian Murphy del 2003, il suo capolavoro, confermando che proprio questo è il formato produttivo a lui più congeniale. Al di là della diversità della vicenda (in 28 giorni dopo un ragazzo si sveglia dal coma e si ritrova in una Londra spettrale e deserta, devastata da un orrendo contagio) entrambi i film giocano sulla triplice intesa tra spazio/ambiente, un unico personaggio (e doveva essere lo stesso Murphy a interpretare anche 127 ore) e uno sguardo cinematografico inquieto e disperato. Due modi simili di rileggere il "survival". In Steve Jobs, Boyle si mette invece al servizio della sceneggiatura d'acciaio di Aaron Sorkin, fresco di Golden Globe, con una regia più neutra, un po' da biopic, priva delle stupefacenti intuizioni di David Fincher ai tempi di The Social Network (2010, su Mark Zuckerberg, sempre da un copione di Sorkin) dimostrando così i suoi limiti con produzioni di questo tipo.

Una sfida lunga 127 ore per Danny Boyle.

Fra culto della vita e culturismo dell'immagine

lunedì 21 febbraio 2011 - Edoardo Becattini da APPROFONDIMENTI

Fra culto della vita e culturismo dell'immagine Choose Life. Dall’elenco dei valori borghesi rifiutati dall’eroinomane Mark Renton di Trainspotting ai ricordi che sostengono la lotta per la sopravvivenza di Aron Ralston, intrappolato nel fondo di un canyon per 127 ore, i giovani protagonisti dei film di Danny Boyle condividono tutti il medesimo comandamento: scegli la vita. Che ad essere in pericolo sia la loro stessa esistenza (The Beach), quella della donna amata (The Millionaire), o le sorti di una nazione e del mondo intero (28 giorni dopo, Sunshine), i suoi personaggi scorrono assieme lungo un filo rosso che fa dell’isolamento estremo la strada per la scoperta dell’umanesimo e della sua forza. Un calvario fisico, morale o nozionistico che anticipa la rivelazione di un sentimento di solidarietà e di amore universale. Certo, non si tratta di un percorso particolarmente originale se messo a confronto coi vecchi romanzi di formazione del cinema classico. Ma quello che Boyle condivide coi suoi protagonisti è proprio questo gusto per la sfida, questo agonismo di chi non si accontenta di cambiare continuamente genere e stile visivo, ma che scrive e dirige per tramutare ogni racconto edificante in un’esperienza visivamente aggressiva e radicalmente pop. Chi ama e chi odia i suoi film lo fa per le medesime ragioni: per il progetto di un cinema programmaticamente “giovanile” nei contenuti e nella forma, mutuato dalle varie espressioni estetiche più in voga del momento, dal videoclip alla presa diretta, dalla tv ai videogiochi, dall’underground a Bollywood. Comunque la si pensi, la sua attenzione per la contemporaneità viaggia veloce come il suo occhio, così come la metodica devozione con cui le sue immagini cercano di carezzare tanto l’inferno che il paradiso (vedi la spiaggia thailandese di The Beach) o di propagarsi per contagio come il virus di 28 giorni dopo hanno una loro forza. Culto della vita e “culturismo” delle potenzialità del cinema, quindi; perché è sempre dall'imposizione di confini e barriere che si trovano nuovi sentieri e nuove frontiere per l’immagine.

L'effetto MacGyver
Sintetizzare in modo avvincente e convincente i cinque giorni di tormento del giovane scalatore che nel 2003 rimase incastrato fra le strette cavità di un canyon con solo gli utensili del suo zaino a garantirgli sopravvivenza, è certamente una sfida per la messa in scena, anche se non delle più ardue. Ben più radicale è, in questo senso, la scenografia della bara in cui Rodrigo Cortés ha ambientato tutto il suo Buried. E, d’altro canto, ben diverso è stato il destino di un altro giovane autarchico in cerca di una fusione con la natura selvaggia come il Christopher McCandless raccontato da Sean Penn in Into the Wild. Nell'epoca in cui le fiction dispiegano 24 ore in tempo reale e i film esibiscono mutilazioni senza tagli o autocensure, la storia vera di Aron Ralston non può bastare da sola a costituire lo shock visivo e la sua attitudine alla spinta frenetica richiede uno sforzo ulteriore. Un passaggio che Boyle decide di interpretare come un'invenzione di MacGyver. Come il popolare agente della serie tv degli anni Ottanta era capace di costruire qualunque cosa con il semplice aiuto di un coltellino svizzero, così il regista britannico pare imporsi l'invenzione del film a partire da quel piccolo quanto ampio e poliedrico strumento che è una videocamera digitale e attraverso di esso costruire immagini di vario cromatismo e definizione. Se per Danny Boyle il cinema è uno sport estremo, il digitale è la sua ghiandola di adrenalina, ciò che gli consente di tenere alto il ritmo e di tradurre in serie (attraverso più sequenze) e in parallelo (con l'ausilio dello split screen), i vari piani di realtà della sua avventura. Solo un linguaggio elastico, duttile e soprattutto estremamente “contemporaneo” in termini di resa estetica come quello numerico può destreggiarsi fra buio e luce, deserto e pioggia, sogni e ricordi, e al tempo stesso contribuire efficacemente a mantenere elevato il battito cardiaco ed evitare la disidratazione narrativa. Anche se sarà impossibile ripetere l'exploit di The Millionaire, vero e proprio manifesto della post-globalizzazione del nuovo millennio, a guardare la lista degli invitati alla notte degli Oscar, la nuova sfida pare vinta anche stavolta. Come i suoi personaggi, Boyle pare aver scelto la vita: una formula di successo fatta di sperimentazione e manierismo, ottimismo e crudeltà, “tirando avanti, lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai”.

Una sfida lunga 127 ore per Danny Boyle.

Fra culto della vita e culturismo dell'immagine

lunedì 21 febbraio 2011 - Edoardo Becattini da APPROFONDIMENTI

Fra culto della vita e culturismo dell'immagine Choose Life. Dall’elenco dei valori borghesi rifiutati dall’eroinomane Mark Renton di Trainspotting ai ricordi che sostengono la lotta per la sopravvivenza di Aron Ralston, intrappolato nel fondo di un canyon per 127 ore, i giovani protagonisti dei film di Danny Boyle condividono tutti il medesimo comandamento: scegli la vita. Che ad essere in pericolo sia la loro stessa esistenza (The Beach), quella della donna amata (The Millionaire), o le sorti di una nazione e del mondo intero (28 giorni dopo, Sunshine), i suoi personaggi scorrono assieme lungo un filo rosso che fa dell’isolamento estremo la strada per la scoperta dell’umanesimo e della sua forza. Un calvario fisico, morale o nozionistico che anticipa la rivelazione di un sentimento di solidarietà e di amore universale. Certo, non si tratta di un percorso particolarmente originale se messo a confronto coi vecchi romanzi di formazione del cinema classico. Ma quello che Boyle condivide coi suoi protagonisti è proprio questo gusto per la sfida, questo agonismo di chi non si accontenta di cambiare continuamente genere e stile visivo, ma che scrive e dirige per tramutare ogni racconto edificante in un’esperienza visivamente aggressiva e radicalmente pop. Chi ama e chi odia i suoi film lo fa per le medesime ragioni: per il progetto di un cinema programmaticamente “giovanile” nei contenuti e nella forma, mutuato dalle varie espressioni estetiche più in voga del momento, dal videoclip alla presa diretta, dalla tv ai videogiochi, dall’underground a Bollywood. Comunque la si pensi, la sua attenzione per la contemporaneità viaggia veloce come il suo occhio, così come la metodica devozione con cui le sue immagini cercano di carezzare tanto l’inferno che il paradiso (vedi la spiaggia thailandese di The Beach) o di propagarsi per contagio come il virus di 28 giorni dopo hanno una loro forza. Culto della vita e “culturismo” delle potenzialità del cinema, quindi; perché è sempre dall'imposizione di confini e barriere che si trovano nuovi sentieri e nuove frontiere per l’immagine.

L'effetto MacGyver
Sintetizzare in modo avvincente e convincente i cinque giorni di tormento del giovane scalatore che nel 2003 rimase incastrato fra le strette cavità di un canyon con solo gli utensili del suo zaino a garantirgli sopravvivenza, è certamente una sfida per la messa in scena, anche se non delle più ardue. Ben più radicale è, in questo senso, la scenografia della bara in cui Rodrigo Cortés ha ambientato tutto il suo Buried. E, d’altro canto, ben diverso è stato il destino di un altro giovane autarchico in cerca di una fusione con la natura selvaggia come il Christopher McCandless raccontato da Sean Penn in Into the Wild. Nell'epoca in cui le fiction dispiegano 24 ore in tempo reale e i film esibiscono mutilazioni senza tagli o autocensure, la storia vera di Aron Ralston non può bastare da sola a costituire lo shock visivo e la sua attitudine alla spinta frenetica richiede uno sforzo ulteriore. Un passaggio che Boyle decide di interpretare come un'invenzione di MacGyver. Come il popolare agente della serie tv degli anni Ottanta era capace di costruire qualunque cosa con il semplice aiuto di un coltellino svizzero, così il regista britannico pare imporsi l'invenzione del film a partire da quel piccolo quanto ampio e poliedrico strumento che è una videocamera digitale e attraverso di esso costruire immagini di vario cromatismo e definizione. Se per Danny Boyle il cinema è uno sport estremo, il digitale è la sua ghiandola di adrenalina, ciò che gli consente di tenere alto il ritmo e di tradurre in serie (attraverso più sequenze) e in parallelo (con l'ausilio dello split screen), i vari piani di realtà della sua avventura. Solo un linguaggio elastico, duttile e soprattutto estremamente “contemporaneo” in termini di resa estetica come quello numerico può destreggiarsi fra buio e luce, deserto e pioggia, sogni e ricordi, e al tempo stesso contribuire efficacemente a mantenere elevato il battito cardiaco ed evitare la disidratazione narrativa. Anche se sarà impossibile ripetere l'exploit di The Millionaire, vero e proprio manifesto della post-globalizzazione del nuovo millennio, a guardare la lista degli invitati alla notte degli Oscar, la nuova sfida pare vinta anche stavolta. Come i suoi personaggi, Boyle pare aver scelto la vita: una formula di successo fatta di sperimentazione e manierismo, ottimismo e crudeltà, “tirando avanti, lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai”.

Categoria Miglior Regista.

Aspettando gli Oscar: una gallery per i registi

mercoledì 18 febbraio 2009 - a cura della redazione da GALLERY

Aspettando gli Oscar: una gallery per i registi Quella degli Oscar è una notte speciale anche per loro, i registi. A differenza degli attori che in genere fanno a gara per essere presenti alla vita mondana dei luoghi più glamour, molti registi preferiscono non allontanarsi troppo dalla propria macchina da presa. Ma l'ambita statuetta è una buona eccezione anche per loro.
In lizza per il premio di Miglior Regista troviamo David Fincher (per Il curioso caso di Benjamin Button), Ron Howard (per Frost/Nixon – Il duello), Gus Van Sant (per Milk), Stephen Daldry (per The Reader) e Danny Boyle (per The Millionaire).

Suspense e tensione nel film di Boyle.

In Trance, i primi sette minuti del film

martedì 27 agosto 2013 - Annalice Furfari da VIDEO

In Trance, i primi sette minuti del film Un misterioso e adrenalinico viaggio criminale ai confini del subconscio, tra memoria, giochi della mente e desiderio. Si intitola In Trance ed è il nuovo film del regista premio Oscar Danny Boyle, un intricato noir che vola sul filo tra verità e finzione. In esclusiva su MYmovies.it i primi sette minuti del film, che anticipano l'anteprima odierna nelle sale del circuito The Space. Al centro del lungometraggio il furto del dipinto "Streghe in aria", eseguito da Francisco Goya nel 1798. Non a caso, una delle tele più surrealiste del celebre artista spagnolo, un'opera che, proprio come il film di Boyle, attira l'osservatore in un mondo visionario e folle. Come traspare dalla visione dei primi sette minuti, in cui la macchina da presa segue con rapidi movimenti gli attimi concitati del furto, In Trance trasporta gli spettatori in un'atmosfera carica di suspense e tensione, dove i ruoli si capovolgono continuamente ed è quasi impossibile distinguere tra realtà e immaginazione. Continua »

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Yesterday

Una commedia musicale sulle note dei Beatles
Data uscita: 26/09/2019
Regia di Danny Boyle. Genere Commedia, produzione Gran Bretagna, 2019.

Un giorno un uomo si sveglia e capisce di essere l'unico sulla faccia della Terra a conoscere le canzoni dei Beatles.

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