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martedì 22 giugno 2021

Articoli e news Michel Franco

Data nascita: 1979
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Il film di Michel Franco colpisce forte allo stomaco dello spettatore e pone molteplici interrogativi. Uno su tutti: ma da che parte sta veramente l'autore? Leone d'Argento a Venezia 77 e ora disponibile in streaming.

Violento, disturbante, spiazzante. Nuevo Orden è il racconto di un'apocalisse pura e disumanizzata

giovedì 22 aprile 2021 - Giovanni Bogani da FOCUS

Violento, disturbante, spiazzante. Nuevo Orden è il racconto di un'apocalisse pura e disumanizzata First reaction: shock. Because… perché il film di Michel Franco vuole colpire come un pugno allo stomaco, su questo non ci sono molti dubbi. E ci riesce, pure. Perché è violento, ma soprattutto è disturbante, spiazzante.

Parte in un modo e si sviluppa in un altro, sembra un ritratto di borghesia in nero, poi apre scenari di guerriglia, di rivoluzione: ma una rivoluzione quasi astratta, con i suoi rivoluzionari che sembrano zombie, un esercito di zombie senza più niente di umano. È l’umanità che sparisce, che è assente in quasi tutti i personaggi. È questa mancanza lo shock più forte.  

Nuevo orden, ora disponibile in streaming, è il sesto film da regista di Michel Franco. Lo scorso 12 settembre, alla Mostra del Cinema di Venezia – sembra passata una vita, eravamo in sala e sembrava di tornare alla normalità – vinceva il Gran Premio della Giuria.

Una consacrazione, sì. Ma già da qualche anno Michel Franco si era ritagliato un posto fra i formidabili protagonisti del cinema messicano degli ultimi anni, fra Alfonso Cuaròn, Alejandro Inarritu, Guillermo Arriaga, Guillermo del Toro.

Più giovane di loro di una quindicina d’anni, Franco ha a casa già un bel po’ di premi: quello di Un certain regard a Cannes per Despuès de Lucìa nel 2012, il premio per la sceneggiatura sempre a Cannes, nel 2015, per Chronic. Ma è un bel po’ suo anche il Leone d’oro del 2015 per Desde allà (Ti guardo) di Lorenzo Vigas, primo film sudamericano a vincere a Venezia, e che Michel Franco aveva prodotto.
Ma lasciamo stare i premi, torniamo al film.

C’è un matrimonio di ricchi. Lei è bionda – è Naian Gonzáles Norvind, attrice di origine norvegese – lui è disinvolto e bello – è Dario Yazbek Bernal, il fratellastro di Gael Garcia Bernal. Ci sono decine di invitati, gli abiti delle donne color pastello, le tartine, i flutes di champagne, il lusso, la musica, i giovani che si imboscano, altri in una stanza a provare il peyote. Sono tutti “whitexican”, messicani bianchi e facoltosi. Sono scuri di pelle solo i servitori, come la governante silenziosa e fidata, che ricorda la custode dei film di Brad Pitt e Cate Blanchett in Babel di Inarritu, Adriana Barraza. O la dimessa, umile, preziosa Yalitza Aparicio di Roma.

La camera scivola fra loro, fluida, come in una danza fra gli invitati, come fosse un film di Altman. La luce è chiara, quanto di più lontano dal dramma si possa immaginare. Le perturbazioni dalla normalità che Michel Franco dissemina sono quasi impercettibili. Acqua che esce verde dai rubinetti del bagno. Un’auto sporca di vernice dello stesso colore. Qualcuno vuole guastare la festa, ma sempre di festa si tratta.

Poi un’altra frattura, nota dissonante nel minuetto mozartiano che sembra essere l’inizio. Un vecchio dipendente della ricca famiglia va a chiedere aiuto per pagare l’operazione al cuore della moglie: e lì, dove il denaro circola a fiumi, non trova empatia, trova elemosine che non gli bastano neanche per cominciare.

La molla è carica, e può solo esplodere: la rivoluzione non può attendere. E arriva. C’è una strana continuità fra questo film e la sequenza dell’irruzione dei rivoltosi nel negozio di arredamento in Roma di Cuaròn, come se Nuevo orden ne rappresentasse un sequel. Irrompono nella villa, e il film vira improvvisamente, entra in un’altra dimensione.

È il racconto dell’apocalisse, un’apocalisse pura, astratta, disumanizzata. Non ci sono discorsi, motivazioni, radici politiche. C’è solo violenza, come in un film di fantascienza, dove però tutto è filmato, raccontato, mostrato realisticamente, crudamente. Con echi, semmai, di molto cinema.
Franco dice di essersi ispirato alla Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo: a noi sembra di vedere, negli stanzoni in cui i ricchi vengono fatti prigionieri, desaparecidos umiliati, torturati, denudati, l’eco di altri desaparecidos, di altri racconti cinematografici, come “Garage Olimpo” di Marco Bechis, dove però l’orrore era reale, storico, apparteneva al passato; qui è un orrore ipotetico, distopico – per usare una parola tanto abusata, anche a proposito di questo film. E sembra persino di vedere, in quei corpi nudi, echi del “Salò” di Pier Paolo Pasolini. “Il mio film è una radiografia della società messicana”, aveva detto Franco in qualche intervista. Ma c’è più cinema, a nostro avviso, che analisi sociale.

First reaction, shock. Ma dopo, viene da chiedersi: da che parte sta Michel Franco? Da che parte sta Nuevo orden? L’ordine vecchio, quello del privilegio, della disparità sociale, quello delle giacche, delle cravatte, dei cocktail e dei duecentomila pesos negati al vecchio guardiano della villa, fa orrore. 

Ma fa ancora più orrore una rivoluzione fatta di violenza cieca, di carnefici senza nome, di saccheggiatori: una rivoluzione i cui soldati sono anonimi, violentissimi, feroci, senza sfumature. Una rivoluzione a cui non viene attribuito un nome, un’ideologia, una storia. Chi sono?

Hanno il passamontagna e le mimetiche come i soldati dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale,  quello del subcomandante Marcos. Ma è una assonanza solo visuale, non c’è una sola parola in tutto il film che ci faccia capire chi sono. Evidentemente, a Franco non interessa. Non ci sono discorsi, parole, rivendicazioni, aspirazioni, progetti, scopi. C’è solo un mostrare una violenza cieca, da automi.

Franco sembra dirci: attenzione, se la classe popolare arriverà al potere con la forza, si comporterà come una massa di assassini feroci. Ugualmente, Franco non sembra avere nessuna fiducia nell’ordine che un potere militare potrebbe instaurare, ancora più feroce e cieco di quello “rivoluzionario”.

E allora? Allora forse hanno ragione quelli che individuano in Michel Franco un regista “borghese”, che alla fine sta dalla parte dei suoi “whitexican”. Ma forse c’è ancora un altro punto di vista possibile, e in pochi ne hanno parlato.

I due soli personaggi che, in questa follia collettiva, mostrano una qualche empatia, un qualche altruismo, un approccio etico alla vita, sono la sposa – Marian – e Christian, il giovane autista. Sono gli unici che compiono un gesto per qualcun altro. E forse non è un caso che si chiamino Marian e Cristian, nomi ispirati ai due più importanti personaggi della narrazione cristiana.

E non è un caso, probabilmente, che gli unici momenti in cui l’orrore sembra prendersi una pausa, gli unici momenti in cui, in mezzo al furore, in mezzo all’annullamento di qualsiasi senso, nel completo deserto morale, c’è qualche cosa che assomiglia alla pietà, ad un senso di vicinanza degli uomini gli uni agli altri. Ed è la cerimonia funebre, in una chiesa affollata. E la cerimonia di sepoltura, officiata su una collina sulla quale altri gruppetti di parenti celebrano cerimonie analoghe. Chissà, forse quando tutto viene a mancare è proprio la religione, che Franco ci mostra, in filigrana, come l’unico appiglio possibile. 


Oscilla tra nichilismo e superficialità e raccoglie il testimone da fenomeni cinematografici come Parasite e Joker. Leone d'Argento a Venezia 77, il film di Michel Franco è ora pronto al confronto con il grande pubblico in tutta la sua insostenibile violenza, senza scampo e senza copertura. Disponibile in digitale. GUARDALO SU IWONDERFULL »

Il fascino incendiario di Nuevo Orden, specchio indecifrabile delle correnti della contemporaneità

venerdì 16 aprile 2021 - Tommaso Tocci da FOCUS

Il fascino incendiario di Nuevo Orden, specchio indecifrabile delle correnti della contemporaneità Lo shock prende le tinte del verde acceso nella parabola nichilista sulla rivolta di classe che Michel Franco mette in scena in Nuevo orden. Un verde che brucia le sfumature più neutre del décor alto-borghese che arredano la villa dei Novelo, a Città del Messico, e da lì traccia il collasso dell’ordine sociale di un paese intero nel segno di una violenza particolarmente brutale.

L’opera di Franco, che è stata presentata all’ultima Mostra del cinema di Venezia e ha portato a casa il Gran Premio della Giuria, è una visione intensa e spiacevole - questo dev’essere ben chiaro agli spettatori. Lo è di proposito, distillando una delle dinamiche più complesse della storia del capitalismo (la disuguaglianza economica e il suo impatto sulla stratificazione della società, i rapporti tra i potenti e il potere, e le soglie di tensione oltre le quali i lavoratori insorgono) in una rivolta “del popolo” contro i ricchi che ricorda i linguaggi del cinema horror e apocalittico.
 

Il film è stato da subito molto controverso, sia nell’ambiente festivaliero che agli inizi del suo percorso distributivo. Del resto l’audacia con cui trasforma il tema in un’arma contundente è innegabile, e tanto più apprezzabile nella parte iniziale della storia, che può occuparsi di sconvolgere e impressionare senza dover ancora inseguire le profonde ramificazioni politiche della rivolta.
La realizzazione che qualcosa di terribile stia per accadere si mescola a un senso di nausea per l’opulenza un po’ ignorante delle vite dei protagonisti, impegnati a festeggiare il matrimonio della rampolla di famiglia.

Quelle evocate da Franco sono emozioni primordiali, istintive; per questo Nuevo orden appassiona e suscita polemiche in egual misura. Da gran furbacchione qual è, il regista di Las hijas de abril sa come toccare nervi scoperti a destra e a manca, tra chi lo accusa di aver dipinto una facile caricatura dell’”un percento” - ricchi e meschini, egoisti senza coscienza, incapaci di aiutare non solo il prossimo ma anche loro stessi - e chi si scaglia contro la sua problematica rappresentazione della massa in rivolta, spogliata di qualsiasi umanità e ridotta a un’orda di fantocci nelle mani di un potere oscuro.

Sta qui il fascino di Nuevo orden, specchio indecifrabile delle correnti della contemporaneità, cartina tornasole che si presta a letture opposte. Oscillando tra nichilismo e superficialità, assume valore per il modo in cui raccoglie il testimone da altri fenomeni cinematografici recenti. Come Parasite di Bong Joon-ho, o come Joker di Todd Phillips, film premiati ai festival più importanti e poi agli Oscar, e soprattutto opere travolte da una popolarità viscerale, difficile da immaginare al loro debutto sul grande schermo. Forse perché colgono la tensione e l’elettricità del nostro tempo, che ha riscoperto la facilità con cui può nascere un’insurrezione e ne ha moltiplicato i pretesti. Certamente perché hanno al centro quella lotta di classe che mai così assiduamente era stata in prima pagina a livello globale.
Tra qualche decennio, forse, guarderemo indietro a questi esempi di cinema “incendiario” partiti dal mainstream, che aprivano le porte agli anni venti e alle nuove sfide a livello sociale. Intanto Nuevo orden si appresta a confrontarsi con il grande pubblico in tutta la sua insostenibile violenza, senza scampo e senza copertura.

Anche se nel mezzo della pandemia, ci sono state già alcune avvisaglie di una ricezione molto complicata in patria, con Michel Franco che si è subito cacciato nei guai per come ha risposto alle prime polemiche. Non va dimenticato che in Nuevo orden, più che negli altri film, la questione socio-economica è legata a quella razziale: la rivolta è specificamente dei non-bianchi, mentre Franco stesso, come le “vittime”, è un messicano bianco. Un’accusa, quella di essere un “whitexican” colpevole di aver fatto un film razzista e classista, a cui Franco ha risposto lamentandosi di un presunto razzismo al contrario. Di nuovo si ripropone l’idea di un oggetto culturale ambiguo, realizzato da un autore che cita le grandi proteste collettive dei nostri tempi (da Black Lives Matter alle manifestazioni contro la disuguaglianza sociale in Cile, fino ai gilet gialli francesi) per rivendicare l’attualità e l’urgenza del film, mentre da più parti viene accusato di pregiudizio da “elite bianca” che è proprio quello messo nel mirino da alcune delle proteste. Se è vero che i film con meno sfumature sono i più pericolosi, forse sono anche i più importanti da guardare e giudicare criticamente, per esorcizzare la distopia e rimettere al proprio posto quegli estremi che, a una prima occhiata, sembrano sovrapporsi.

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La Civil

I cartelli della droga messicani
Regia di Teodora Ana Mihai. Genere Drammatico, produzione Belgio, Romania, Messico, 2021.

Il film è ispirata dalle storie terrificanti delle vittime del cartello della droga e delle loro famiglie,

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