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martedì 14 luglio 2020

Articoli e news Jafar Panahi

60 anni, 11 Luglio 1960 (Cancro), Mianeh (Iran)

Il cinema, per il regista, è il mondo stesso, e parlare di cinema garantisce tutta la libertà poetica necessaria per misurare, osservare e compatire il proprio paese. Al cinema.

Tre volti e il coraggio di girare: quale cinema mette in gioco Panahi?

sabato 1 dicembre 2018 - Roy Menarini da FOCUS

Tre volti e il coraggio di girare: quale cinema mette in gioco Panahi? Di registi perseguitati, purtroppo, ce ne sono stati tanti nella storia del cinema. Vittime di censura, di regimi, di governi intolleranti, di iconoclastie. Ad alcuni hanno sparato (Fernando Solanas), altri sono stati privati dei diritti civili (Bernardo Bertolucci), ma il carcere è stato ed è destinazione purtroppo frequente per chi ama la libertà di espressione, in troppe parti del mondo - accade di questi tempi all'ucraino Oleg Sentsov, detenuto in una prigione russa. In passato, il regista turco Yilmaz Güney è riuscito persino nella straordinaria impresa di dirigere un film dal carcere, a distanza, spiegando all'aiuto regista che cosa fare e come farlo. Le cose non sono andate molto meglio a Jafar Panahi, che si schierò con il cosiddetto Movimento Verde di contestazione alla pressione censoria e teocratica iraniana, finendo col pagare personalmente l'esposizione e il contenuto libertario dei suoi film. Nel 2010 è stato arrestato, insieme a famigliari e amici, e di volta in volta messo ai domiciliari o in cella durante il lungo percorso di processi ed appelli che sta affrontando. Approfittando delle poche escursioni permesse (visite mediche e pellegrinaggi religiosi) ha saputo aggirare il divieto di scrivere e dirigere film, che gli è stato comminato insieme alla condanna di reclusione per sei anni. E alcuni dei lavori girati in questi otto anni sono stati avventurosamente esportati dall'Iran, come nel caso di This Is Not a Film, che nel 2011 fu fatto circolare fuori dai confini patri grazie a un vero e proprio contrabbando di hard disk.

Dopo Taxi Teheran, tocca a Tre volti confermare il coraggio di Panahi, insieme alla sua strenua resistenza a ogni divieto di espressione. Alla comunità internazionale di distributori e professionisti legati all'arte e all'industria è invece attribuito il doveroso compito di far circolare i suoi film.


Con Tre volti, l'autore iraniano trasforma l'interdizione imposta dal governo in un potente urlo contro l'oppressione. Premiato a Cannes e dal 29 novembre al cinema.

Jafar Panahi, il regista che non c'è

lunedì 26 novembre 2018 - Erfan Rashid da FOCUS

Jafar Panahi, il regista che non c'è Che cosa rimane ad un regista quando un decreto governativo lo priva del suo diritto di fare film per vent'anni e lo costringe a rimanere a casa confiscandogli il passaporto? La prima risposta che viene in mente: "Niente! non gli rimane niente! E ciò potrebbe essere l'inizio della fine per quel regista!". Tuttavia, qualcosa gli rimane: la determinazione e la testardaggine di trasformare quella restrizione di libertà e l'emarginazione, in una resistenza per la libertà continuando a realizzare film. E non importa se quel film verrà visto da altri o no, rimane comunque un film. Jafar Panahi, ha trasformato la sua reclusione e l'esclusione decisa dal governo iraniano, in un potente urlo contro l'oppressione. Un atto di coraggio, che venne subito sostenuto dalla comunità cinematografica internazionale. Jafar Panahi è oggi il regista assente con la più marcata presenza nei più grandi festival come Cannes, Venezia, Berlino e tanti altri, e aumentano sempre di più le rivendicazioni nei confronti del regime dei Mullah per liberare il regista. La campagna di solidarietà con lui non è stata vana. Ha ottenuto un alleggerimento della pena, e Panahi ha dichiarato: "Vorrei che vi mettiate nei panni di un regista che non sa fare altro che realizzare film, e non desidera fare altro. Quanti anni devo sprecare in attesa che passino gli anni di interdizione? Non posso restare fermo e perdere i miei migliori anni. la mia non è stata una liberazione, ma l'uscita da una prigione piccola e l'introduzione in una più grande".

Con Tre volti, il regista sviluppa il percorso di tre donne appartenenti a tre generazioni diverse e rappresentanti di tre epoche diverse della storia nazionale. Dal 29 novembre al cinema.

Jafar Panahi, autore ostinato nel limbo dell’interdizione

Jafar Panahi, autore ostinato nel limbo dell’interdizione Invitato a Cannes, a Venezia o a Berlino, consacrato al Beaubourg e chiamato a Parigi, Jafar Panahi non può andare. Privato del suo passaporto, non può accompagnare le sue opere fuori dai confini dell'Iran. L'autore della nouvelle vague iraniana più conosciuto all'estero è prigioniero del limbo dove lo ha relegato il regime iraniano dal suo arresto e il suo processo nel 2010. Condannato a vent'anni di interdizione dalla professione e a sei di prigione, pena che non ha scontato e ha scongiurato con un versamento di 200.000 dollari di cauzione, Jafar Panahi continua malgrado tutto a girare film. Ostinato e irriducibile, per lui niente è cambiato a parte la 'taglia' della camera che impiega e dissimula in una scatola di cerini o sul cruscotto di una vettura. Messo all'angolo, l'autore converte in esauribile energia la sanzione, girando film in clandestinità e a dispetto di qualsivoglia censura. Dopo Taxi Teheran, con cui vince l'Orso d'Oro a Berlino, Tre volti si presenta come una nuova variazione destinata a mettere in scena la sua clausura. Rovescio della medaglia del suo compatriota Asghar Farhadi, esiliato dal suo paese, Jafar Panahi, costretto alla terra natale, gira a domicilio e in una 4x4 che procede su una strada sterrata dove gli incroci sembrano impossibili. Tre volti batte un terreno conosciuto, quello dell'omaggio ad Abbas Kiarostami. I road movie esistenziali più ispirati dell'autore, morto due anni fa, (E la vita continua, Il sapore della ciliegia) abitano in filigrana il film di contrabbando di Jafar Panahi. Se Il cerchio e Offside denunciano la condizione della vita delle donne iraniane, Il palloncino bianco e Oro rosso la disuguaglianza sociale, This is not a film l'assenza totale di libertà di espressione, Tre volti registra la paralisi della classe contadina, prigioniera della sua osservanza cieca alle tradizioni ancestrali.

Il digitale consente a Panahi di bypassare le imposizioni di una censura ottusa e di offrire uno spaccato dell'Iran di oggi. Premiato a Cannes e dal 29 novembre al cinema.

Tre volti: cinema iraniano doc, un'occasione da non mancare

martedì 30 ottobre 2018 - Giancarlo Zappoli da FOCUS

Tre volti: cinema iraniano doc, un'occasione da non mancare Per chi ama veramente il cinema vedere l'ultimo film di Jafar Panahi Tre volti premiato al Festival di Cannes per la sceneggiatura è un'occasione da non perdere. Il motivo è al contempo semplice e complesso: la progressiva sparizione del cinema iraniano dai nostri schermi. A cavallo tra la seconda metà degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta imparammo a conoscere un cinema che era al contempo simile e diverso dal nostro. Simile perché ci ricordava gli stilemi del neorealismo e diverso perché portava sullo schermo una realtà di cui, dopo la rivoluzione khomeinista, sapevamo poco e quel poco era filtrato da preconcetti ideologici che portavano a schierarsi pro o contro. In una società impostata su una rigida censura in quei film gli autori facevano filtrare il loro pensiero attraverso i ruoli dei bambini ai quali, anche sullo schermo, era concesso dire e fare cose che agli adulti erano proibite. C'era poi il ritmo narrativo e di montaggio che a molti poteva apparire 'lento'. È rimasta nella memoria di chi era presente in Piazza Grande al Festival del Film di Locarno una serata davvero speciale dell'agosto 1994. L'allora direttore artistico Marco Müller propose alle 7000 persone che affollavano l'immensa sala all'aperto due film in successione. Il programma prevedeva in apertura Sotto gli ulivi di Abbas Kiarostami e a seguire Speed di Jan De Bont. Due modi di fare cinema totalmente differenti ma, al contempo, degni di nota. Chi apprezzava la 'lentezza' del cinema iraniano venne invitato ad apprezzare la 'velocità' di un film in cui si impediva narrativamente una sosta e viceversa.

Un regista che dà fastidio perché fa semplicemente il suo lavoro.

La politica degli autori: Jafar Panahi

mercoledì 26 agosto 2015 - Mauro Gervasini da APPROFONDIMENTI

La politica degli autori: Jafar Panahi Ci si illude qualche volta che scrivere di cinema, prima di tutto una passione, preservi dai conflitti, allontani dalla vita reale, con le sue drammaticità. Un'illusione, appunto. Come tutte le forme di espressione di un singolo o di un gruppo, anche il cinema sa essere politico, quindi strumento di interpretazione della realtà. A volte infastidisce solo perché riesce a raccontarla. Jafar Panahi, classe 1960, è un regista che dà fastidio perché fa semplicemente il suo lavoro. In un paese, l'Iran, che ha una cinematografia nobile e magnifica, ma i cui slanci verso la modernità sociale sono ancora a singhiozzo. Nel marzo 2010 Panahi viene arrestato per avere partecipato a proteste pacifiche contro il governo di Teheran, allora guidato da Ahmadinejad. Condannato a sei anni di carcere, commutati in arresti domiciliari, riceve la più pesante delle sanzioni: non potrà più scrivere, dirigere, produrre film. Per vent'anni. Essere costretti a non lavorare e a non potersi esprimere nei modi che ci sono propri: una pena inconcepibile e insopportabile per chiunque. Per Panahi lo strazio è doppio e travolge in pieno la comunità cinefila internazionale che non manca negli anni di far sentire la sua protesta. Continua »

Il cineasta iraniano in concorso alla 63a Berlinale con Closed Curtain.

Jafar Panahi, un cinema non incatenabile

martedì 12 febbraio 2013 - Mauro Gervasini da APPROFONDIMENTI

Jafar Panahi, un cinema non incatenabile Jafar Panahi, classe 1960, è un cineasta iraniano famoso per la... galera. Bruttissimo da dire e da scrivere, ma a ben pensarci una delle peggiori conseguenze alle quali va incontro chi viene perseguitato per motivi di opinione, o per i contenuti della propria opera artistica, è che proprio questi contenuti passino in secondo piano. Che cioè la persecuzione vinca divorando il lavoro, la creatività, persino la carriera del perseguitato. Così oggi non c'è festival in Europa che non dedichi un pensiero, la lettura di una lettera, una simbolica presenza/assenza in giuria al regista recluso a Teheran ma intanto ci si dimentica dei film, quelli del passato, seppur premiati ovunque, e quelli del futuro, intesi come progetti messi a repentaglio da una condanna infame per essersi opposto al regime di Ahmadinejad. Sei anni ai domiciliari, e ovviamente ritiro del passaporto. Continua »




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