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martedì 21 settembre 2021

Articoli e news Arthur Miller

Data nascita: 17 Ottobre 1915 (Bilancia), New York City (New York - USA)
Data morte: 10 Febbraio 2005 (89 anni), Roxbury (Connecticut - USA)

Eclettico e teatrale, perfettamente a suo agio al cinema come su un palco, Malkovich torna in sala ‘regnando’ sovrano sulla Valley of the Gods di Lech Majewski. Da giovedì 3 giugno al cinema.

John Malkovich: sofisticato e solenne, è lo stile Malko

John Malkovich: sofisticato e solenne, è lo stile Malko Killer psicopatico per Wolfgang Petersen (Nel centro del mirino) o studioso di letteratura per Manoel de Oliveira (I misteri del convento), le scelte di John Malkovich sono sempre sorprendenti. L’attore americano, che ha la stoffa dei grandi secondi ruoli dell’età d’oro hollywoodiana, presta senza complessi il suo talento ai blockbuster come ai film d’autore. Mellifluo e seducente, fa meraviglie coi cattivi dei film d’azione americani e coi personaggi cerebrali del cinema europeo. Per Lech Majewski (Valley of the Gods, da giovedì 3 giugno al cinema) è l’uomo più ricco del mondo dentro un film metafisico con sfumature politiche, che sposa il suo stile e galleggia sulla terra ancestrale dei Navajo e la crisi coniugale di uno scrittore (Josh Hartnett). Sofisticato, sornione, qualche volta un po’ cinico, Malkovich incarna alla perfezione una forma di aristocrazia anglosassone a cui aggiunge una moderazione tutta britannica. Eppure l’attore è americano. Dell’America profonda.
 

Nato in una piccola città di minatori e agricoltori dell’Illinois, sa prendere le distanze da tutto quello che brilla. Malkovich è prima di tutto un attore di teatro che coltiva una relazione stravagante con se stesso, resistendo alla sua condizione di star, all’altro da sé, il sé pubblico.
Come il suo Wes Tauros (Valley of the Gods), collezionista fuori norma che conduce una doppia vita, l’attore rimane riservato e non impartisce nessuna lezione di cinema. Siamo lontani dal tono professionale e leggero dell’Actors Studio, con Malkovich ad operare è soprattutto la seduzione del suo personaggio. Eclettico e sfuggente, è un corpo fatto di osservanza alla tradizione e di trasgressione alla medesima, di elementi nobili e di ingredienti ‘volgari’. Gli basta un primo piano per provocare un brivido di disagio in chi lo osserva, interrogando il mistero dietro la naturale nonchalance.

Attore, regista, produttore (cinematografico e teatrale), cantante lirico e creatore di moda, fa tutto ed è stato tutto. Suona la tuba, gioca a football, si specializza in scienze dell’ambiente ma poi lascia l’università e si trasferisce a Highland Park, nell’aerea suburbana di Chicago, dove nei sotterranei di una chiesa fonda con Gary Sinise lo Steppenwolf Theater. Cinquanta spettacoli più tardi trasloca a New York e recita sul palcoscenico di Broadway, nel dramma di Sam Shepard (“True West”), in quello di Arthur Miller (“Morte di un commesso viaggiatore”) e nelle loro trasposizioni cinematografiche (Urla del silenzio e Morte di un commesso viaggiatore). Gestisce il cinema, come il teatro, mantenendo al centro dell’attenzione il suo eloquio lento e composto.

Affascinato dal cinema, adegua la performance teatrale alla rappresentazione cinematografica e scopre molto presto di avere una consumata abilità per le entrate in scena, che obbligano immediatamente lo spettatore a guardare lì, soltanto lì e non altrove.
Scalando le crinoline inamidate di Madame de Tourvel o concertando per narcisismo il matrimonio con la signora del ritratto, la sua bellezza imperfetta si impone immediatamente all’attenzione. John Malkovich ha un evidente strabismo e le gambe a parentesi enfatizzate da una muscolatura molto sviluppata, risultato forse dall’avanzare virile sulle linee delle yard nella squadra di football della scuola, eppure ha innamorato una generazione. Complice il seduttore felino di Choderlos de Laclos (Le relazioni pericolose). Il ruolo di Valmont, come ogni altro ruolo ‘in costume’, gli sta pennello e passerà alla posterità per quel suo allure famelico che traduce la fredda ossessione del predatore. Un giorno dovremmo chiederci perché lo immaginiamo così bene in un décor del XVIII secolo e con lo sguardo obliquo sulla campagna francese e pre-rivoluzionaria. Lech Majewski cavalca quell’attitudine e gli costruisce intorno una scenografia di marmi e ‘di epoche antiche’, per custodirlo, conservarlo. L’autore polacco si spinge fino alla mummificazione. Ma anche imbalsamato come un vecchio dio, Malkovich riserva belle sorprese.

La più bella resta senz’altro la stravagante favola sull’identità, sulla tribolazione di essere attore, e di Essere John Malkovich, di Spike Jonze. Un burattinaio in ambasce (John Cusack) scopre un giorno una porta che si apre su un tunnel, ci scivola dentro e si ritrova nella testa di John Malkovich, letteralmente. L’attore perde nel film la sua qualità di individuo per farsi forma vuota offerta alle manipolazioni degli altri, soprattutto alla volontà di un burattinaio che troverà così il successo. Gioco permanente e vertiginoso tra realtà e finzione, celebrità e anonimato, Essere John Malkovich funziona così bene grazie all’audacia del suo protagonista, che interpreta se stesso, mitizzandosi e insieme demolendo la vanità dello star system.

Teatrale come i suoi ‘cattivi’, tutti stupefacenti, complessi e intriganti, è altrettanto perfetto nelle sontuose coreografie di
Paolo Sorrentino. Nell’impasse che apre The New Pope, Angelo Voiello, l’impagabile segretario di Stato di Silvio Orlando, punta tutto su John Brannox, cardinale aristocratico britannico erudito e melanconico che trova in John Malkovich l’interprete esemplare. Quasi ritagliato nel marmo bianco della scenografia, disserta di amore e poesia, aprendo la serie al reale. Del suo Papa l’attore fa un figlio ripudiato per non essere stato all’altezza di un fratello perduto, del suo pontificato un luogo lunare di caldi e freddi, in cui bere Cherry Coke e ricevere i suoi idoli (Marilyn Manson e Sharon Stone).

Elegante e solenne,
Malkovich abita l’iperbole mistica di Sorrentino, producendo ambiguità e doppiezza, vertigine e mistero. Proprio come nei ritratti di Sandro Miller, che nel 2011 omaggia i fotografi più celebri ricreando le loro immagini più celebri. Sessantuno ritratti che sollecitano la memoria collettiva e sono interpretati dall’amico e musa, John Malkovich. Mick Jagger, Dalí, Picasso, Lady Warhol, Albert Einstein…, Malkovich cattura lo spirito degli originali con delle creazioni che agiscono come le madeleine di Proust. Un’altra sfida vinta per un attore che ci mette sempre la faccia.  


   

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Volker Schlöndorff, maestro di cinema. Bergamo Film Meeting lo omaggia con una ricca retrospettiva

lunedì 19 aprile 2021 - Pino Farinotti da MYMOVIESLIVE

Volker Schlöndorff, maestro di cinema. Bergamo Film Meeting lo omaggia con una ricca retrospettiva MYmovies propone in streaming, dal 24 aprile al 2 maggio, nel quadro del Bergamo Film Meeting, una retrospettiva dedicata a Volker Schlöndorff. Iniziativa benemerita e doverosa. Perché l’artista tedesco, classe 1939, è uno dei maestri assoluti di cinema. Fa parte dello straordinario momento  che nei decenni 70/80  ha ri-dettato le regole del cinema. Un movimento che si ispirava alla scuola tedesca che molte regole le inventò. Trattasi dell’espressionismo, figlio dell’Istituto di arti e mestieri del Bauhaus (1919-1933) che, durante la Repubblica di Weimar, riscrisse i termini dell’arte evolvendola verso l’applicazione pratica e rifondando molte discipline: l’architettura, l’arte figurativa, la grafica, il design. E il cinema.

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Dopo il 1933 con l’arrivo del nazismo il cinema venne murato dal regime e dalla guerra, ma la vitalità di quella cultura rimase in apnea, si mimetizzò in un letargo vigile e poi, dopo la debita preparazione sbucò come un torrente carsico. Erano gli anni Settanta, appunto.

I nomi, oltre a Schlöndorff, vanno fatti: Wim Wenders, Werner Fassbinder, Alexander Kluge, Werner Herzog.

L’attitudine artistica di Schlöndorff nasce dunque da quella radice, ma la sua bussola giovanile punta altrove, guarda ai francesi. Si iscrive a Parigi all’Idhec, Institut des hautes études cinématographiques. È una scuola di eccellenza, ma la scuola non basta, è decisivo l’incontro con Tavernier, che introduce il futuro regista negli ambienti della Nouvelle Vague. Da quel momento Schlöndorff, firmerà una serie di titoli che fanno parte della spina dorsale del cinema. Il Bergamo Film Meeting ne propone ventidue, quasi tutti. Ma lo spazio mi costringe a una selezione.

Ritengo che meriti un focus il registro libro-film. Perché Schlöndorff ha mostrato una vocazione vera a esprimere la sua poetica affrontando alcune delle letterature prevalenti.

Nel ’65, a 26 anni, si applica a un progetto ambizioso, non facile: fare un film da uno dei più importanti romanzi della prima parte del novecento, I turbamenti del giovane Törless, di Robert Musil, il grande scrittore austriaco. La vicenda dello studente figlio di rigorosa famiglia borghese, che scopre che la realtà non è quella “sepolta” che credeva di conoscere, ma è cattiva e ambigua, così come può esserlo l’animo umano, è un tema perfetto in cui muoversi e magari “sporcarsi”.
L’attitudine letteraria di  Schlöndorff riemerge nel 1979 quando firma il suo capolavoro e uno dei titoli assoluti di quel Nuovo cinema tedesco e di tutto il cinema: Il tamburo di latta. Lo scrittore è Günter Grass, altro maestro di letteratura, che ha pubblicato il romanzo nel 1959. Si racconta di Oskar che, rinchiuso in manicomio, ricorda la propria vita. Arrivato all’adolescenza decide di non crescere più. Si oppone al nazismo, poi lo accetta, intorno ai trent’anni decide di riprendere a crescere e diventa un compositore, agendo dentro e fuori dal manicomio. Una somma di simboli che ancora una volta partono dalla zona scura del nazismo. Il tamburo di latta è uno dei titoli più riconosciuti e… titolati. A Grass è valso niente meno che il premio Nobel, a Schlöndorff la Palma d’oro e l’Oscar. I più grandi riconoscimenti del mondo, semplicemente.

Dopo la letteratura tedesca, il regista affronta quella francese, altro progetto ambizioso. Il titolo è Un amore di Swann un romanzo nel romanzo, che si inserisce come un flash back nella prima delle sette parti di Alla ricerca del tempo perduto, il monumentale testo di Marcel Proust. Uno dei vertici della letteratura del mondo. Racconta l’amore travolgente, doloroso, di Charles Swann  per la misteriosa, bellissima Odette de Grécy. Un amore che si accende e si spegne, com’è destino di tutti gli amori. Secondo la “ricerca” del dolente Proust. Schlöndorff ne fa un film nel 1984 con Jeremy Irons e Ornella Muti e affronta lo stile dello scrittore, che vive di introspezione  e descrizione, con scarsi momenti di azione, privilegiando la voice over e la gestione degli attori, riuscendo comunque a dare sostanza  al racconto.

L’anno dopo, 1985, il regista è attivo in America. E, ancora una volta la sua vocazione letteraria lo volge verso un altro maestro, il commediografo Arthur Miller. Il titolo è Morte di un commesso viaggiatore. Storia triste, poi disperata di un uomo medio illuso dalla speranza del sogno americano, che per lasciare un minimo di sicurezza alla famiglia, si uccide per l’assicurazione. La cultura tedesca, sempre derivata dalla magnifica corrente di Weimar e dell’espressionismo, si integrava con quella americana. Schlöndorff continuava a percorrere la via dei suoi grandi predecessori di lingua tedesca, come Lang, Wilder e Lubitsch.

   
   
   


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