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domenica 13 giugno 2021

Articoli e news Paolo Virzì

57 anni, 4 Marzo 1964 (Pesci), Livorno (Italia)

Intervista al nuovo Direttore artistico della rassegna piemontese.

Paolo Virzì, il mio Festival di Torino

Paolo Virzì, il mio Festival di Torino Non c'è due senza tre, verrebbe da dire. Dopo le direzioni artistiche di Nanni Moretti e di Gianni Amelio, alla scadenza del mandato di quest'ultimo, per la direzione artistica del Festival di Torino, si è puntato su un altro realizzatore di prestigio, Paolo Virzì. Prima di questa scelta, si era fatto il nome di Gabriele Salvatores, che poi ha rinunciato, ufficialmente per i troppi impegni professionali che lo attendono nel 2013. D'altronde, anche Virzì quest'anno sarà impegnato in un film, Il capitale umano, tratto dal romanzo di Stephen Amidon, ma questa duplice veste non sembra spaventarlo. A MYmovies, spiega come sarà il suo Festival, pieno di cinema americano degli anni Settanta, popolari film europei, omaggi alla produzione nostrana recente e anche ai prodotti del piccolo schermo.


   

Presentato a Roma il nuovo film di Paolo Virzì tra gli applausi della stampa.

La prima cosa bella: amori di mamma

La prima cosa bella: amori di mamma Tutto ha inizio nel 1971, quando Anna viene incoronata a sorpresa "la mamma più bella" dell'estate nello stabilimento balneare più popolare di Livorno. Nel corso del tempo e dell'ultimo film di Paolo Virzì, La prima cosa bella , farà in tempo a diventare anche la mamma più impegnativa, almeno per i figli Bruno (Mastandrea) e Valeria (Pandolfi). Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli si dividono il ruolo di Anna Nigiotti Michelucci, il personaggio che il regista e gli sceneggiatori, Francesco Bruni e Francesco Piccolo, hanno rubato alla vita di provincia per portarlo sullo schermo. Ma il cinema, questo bel ruolo femminile lo aveva già nelle corde, nell'Adriana di Io la conoscevo bene (1965), che rimane da sempre dentro la Sandrelli, e nella mamma frivolamente disperata che la Ramazzotti aveva già interpretato nel penultimo lavoro di Virzì. Musiche del fratello Carlo, costumi insuperabili del premio Oscar Gabriella Pescucci.

La prima cosa bella è evidentemente un film meno interessato al sociale del precedente e più intimo e commovente. Si tratta di un racconto autobiografico?
Virzì: Dentro il film c'è un desiderio di far pace con la vita, ma ce ne siamo accorti strada facendo, quasi guardando il film finito. Volevamo raccontare qualcosa a cui volere molto bene. Ma non si può parlare di autobiografia; io non sono Bruno, anche se ho cercato di imbruttire Mastandrea e di accentuarne la pelata, e Stefania (Sandrelli) e Micaela (Ramazzotti) non sono la mia mamma. È un romanzo che incrocia la vita, ci si mescola.

Una commedia corale (amara) per raccontare l'Italia di oggi.

Tutta la vita davanti: l'odissea del precariato

Tutta la vita davanti: l'odissea del precariato È Valerio Mastandrea a suggerire come il lavoro sia non solo necessario al sostentamento di una persona ma anche a definirla come individuo. "Senza lavoro" ha dichiarato l'attore nella conferenza stampa che si è tenuta questa mattina a Roma, "non possiamo investire su noi stessi e sul nostro futuro e di conseguenza non possiamo essere completi come individui". È un tema attuale, quello del precariato, che riguarda la maggior parte dei ragazzi di oggi, che siano laureati o meno. Paolo Virzì, che non si è mai tirato indietro di fronte all'argomento, posa il suo sguardo su una realtà comune a molti per raccontare l'Italia di oggi, quella dei call center, dei reality e dei neolaureati che si trovano costretti a espatriare per ottenere delle garanzie sul proprio futuro. "Abbiamo volutamente tracciato un parallelo con i reality show perché in qualche modo indicano l'orientamento del nostro paese" ha rivelato Francesco Bruni (co-sceneggiatore di Tutta la vita davanti insieme allo stesso Virzì). "Non vogliamo dire che non esiste più la solidarietà, perché c'è anche nei reality, ma di fronte alla nomination o all'eliminazione la logica del gioco è mors tua vita mea, una regola che ormai vige anche nella vita reale".

Il nuovo film di Paolo Virzì racconta l'Italia del precariato.

Tutta la vita davanti, con un sorriso

Tutta la vita davanti, con un sorriso La ventiquattrenne Marta (Isabella Ragonese) si è laureata in filosofia, con tanto di lode e abbraccio accademico, ma fatica a trovare lavoro. Dopo le prime risposte negative si trova costretta ad accettare un posto come telefonista presso il call-center della Multiple, l'azienda diretta da Claudio (Massimo Ghini) che vende robottini da cucina a domicilio. Claudia scopre presto che per essere buoni venditori bisogna curare il sorriso e agire d'astuzia. La responsabile delle telefoniste, Daniela (Sabrina Ferilli) si accorge subito delle potenzialità della ragazza e la incita a migliorare. Gli slogan dell'azienda (Coccolare il cliente, Coraggio e autostima, L'orgoglio di essere persone speciali) sembrano dimenticare che quei posti di lavoro non offrono speranza per il futuro, ma sono precari. A interessarsi alla situazione è Giorgio (Valerio Mastandrea), un sindacalista della Nidil-Cgil che spera di ottenere qualche informazione sul modus operandi della Multiple. Scritto da Francesco Bruni e Paolo Virzì, Tutta la vita davanti è una commedia all'italiana che posa lo sguardo ora sulle vite private dei dipendenti, ora sulla situazione (precaria) dell'Italia di oggi. Siamo stati sul set e ci siamo fatti dare qualche anticipazione sul film che uscirà nel febbraio 2008.

Tratto da un'opera teatrale, il film di Zeller tiene lo spettatore incollato allo schermo, incuriosito ma anche spiazzato, con un Hopkins che giganteggia mostrandosi smarrito, disarmato, confuso, e l’attimo dopo minaccioso, velenoso ancora come Hannibal Lecter. Ora al cinema.

The Father è un’odissea nello spazio della mente di Anthony Hopkins. Teatro? No, grande cinema

mercoledì 26 maggio 2021 - Giovanni Bogani da FOCUS

The Father è un’odissea nello spazio della mente di Anthony Hopkins. Teatro? No, grande cinema Arriva da noi con la luccicanza dell’Oscar vinto da Anthony Hopkins – un Oscar per il Miglior Attore che, quest’anno, era anche l’ultimo evento, dunque il più importante, della cerimonia. E mentre noi comuni mortali, in Italia, tiravamo mattina per sapere chi avrebbe vinto, lui se ne stava a casa sua, in Galles, a dormire.

Con sublime distacco dalle cose di questo mondo, il mattino dopo Hopkins avrebbe acceso il telefonino e filmato un breve messaggio di ringraziamento, mentre dietro di lui c’era un paesaggio di prati e cielo che veniva voglia di attraversarlo in bicicletta.

Arriva da noi – esclusivamente nelle sale: dal 20 in originale, dal 27 in versione italiana – The Father, con il prestigio dell’Oscar alla Miglior Sceneggiatura non Originale, e con quel pizzico di sospetto che si accompagna sempre ai film tratti da un’opera teatrale. Ma saranno noiosi? Saranno un diluvio di parole, due persone che si guardano negli occhi, e noi annoiati a guardare lo schermino dello smartphone.

I film tratti da opere teatrali, chi ama il cinema li vede sempre con sospetto. Perché vuole che il cinema sia cinema, e non teatro filmato, come ancora troppo cinema e troppa tv. Chi ama il cinema è affamato di immagini, vuole girellare nelle inquadrature come un cane in un bosco.

Beh, una notizia: questo è cinema. Ed è grande cinema. Perché quello che vedi ti fa stare incollato allo schermo, e perché quello che vedi ti sorprende sempre. È grande cinema anche se non ci sono effetti speciali, anche se non ci sono esterni se non per trenta secondi nei titoli di testa. Ma è grande cinema, è un po’ Shining e un po’ Luis Bunuel. È la storia di una disgregazione umana. È un puzzle si ricompone nella mente dello spettatore, mentre il personaggio segue il percorso inverso, si sfalda, si sgretola, si scompone come il computer Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio.

È un’odissea nello spazio della mente del protagonista, The Father. Uno spazio nel quale non ci sono riferimenti certi. Anthony Hopkins si aggira fra le stanze della sua casa come Jack Nicholson nei corridoi dell’Overlook Hotel. No, non ci sono corridoi interminabili, qui: bastano un po’ di stanze, e ogni porta può spalancare un abisso.
Inutile dire quanto sia bravo Anthony Hopkins, lo scriveranno tutti. Sul suo volto lascia affiorare intelligenza, smarrimento, euforia, disperazione, sex appeal. La scena in cui incontra la giovane caregiver, bionda, ventenne, già preparata alle stranezze del vecchio, e in cui tuttavia riesce a sorprenderla mille volte, in cui riesce a essere divertente, leggero, spiritoso, sensuale, imbarazzante, patetico, e improvvisamente sgarbato, adirato, passando da uno stato d’animo all’altro con una velocità stupefacente, è da manuale. Hopkins riesce a essere smarrito, disarmato, confuso, e l’attimo dopo minaccioso, velenoso ancora come Hannibal Lecter. E poi crolla ancora

Ma non è quanto sia bravo Hopkins il punto. O quanto sia brava Olivia Colman, nel ruolo della figlia – e lo è, enormemente: un misto di dolore, premura, rassegnazione, impotenza, delicatezza. Il punto è come il film riesca a rendere ogni momento inquietante, difficile da decifrare per lo spettatore. È come se fosse una continua soggettiva della mente di Hopkins.
I piani della realtà vengono rovesciati di continuo, come in un film di Luis Bunuel: Hopkins trova sconosciuti seduti in casa sua, vede entrare dalla porta una figlia che non ha l’aspetto della figlia con cui ha parlato un attimo prima.

Ma non ci sono soltanto le soggettive – chiamiamole così – di Hopkins: ci sono anche quelle di Olivia Colman, a complicare le cose. E niente ci fa capire che cosa è vero e che cosa non lo è. Come se il film fosse un Rashomon dove devi scoprire, in ogni momento, se quello che vedi è vero o no.

E tutto, raccontato con una fotografia nitida, senza ambiguità, senza ombre profonde, luminosa e gentile come in un film di Ken Loach. I colori pastello di una casa di bambole, o forse di una casa di riposo. Una luce che non ha ore, come se fosse sempre un eterno mattino, o un’eterna sera: Hopkins cerca continuamente l’orologio, ma c’è sempre luce, come in Insomnia di Christopher Nolan, e in entrambi i casi il protagonista perde le coordinate, i punti di riferimento, il lume della ragione.

Sono tanti i film sull’Alzheimer, o in generale sulla ineluttabilità di un processo degenerativo, che abbiamo visto negli ultimi anni, e molti erano belli: Still Alice con Julianne Moore, Ella & John di Paolo Virzì, Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni, con un meraviglioso Giuliano Montaldo. O Le pagine della nostra vita, con una pazzesca Gena Rowlands. E viene da pensare anche allo sguardo verso l’ineluttabile proposto da Amour di Haneke. The Father, in questa compagnia, si conquista un posto suo, importantissimo, per come riesce a rappresentare l’esplodere, lo sfaldarsi, come in un quadro cubista, dei piani di realtà.

All’inizio si accennava ai film tratti da opere teatrali. Si potrebbe pensare che non ci sia regia, che la macchina da presa sia invisibile. Beh, non lo è del tutto. Ci sono lenti movimenti in avvicinamento ai personaggi, non motivati da niente, solo un avvicinamento dell’attenzione, un sottolineare l’istante. E altre carrellate a seguire Hopkins che va nei corridoi di quella casa che prima appare come la sua, poi come quella della figlia, poi…

E a proposito di teatro, accenniamo di sfuggita al fatto che qualcuno, su questo testo, aveva visto giusto. Quel matto di Alessandro Haber, che The Father lo ha portato a teatro in tempi non sospetti, grazie all’intuito da produttrice di Federica Vincenti. Per due stagioni, il ruolo di Hopkins, il suo smarrimento, il suo dibattersi contro un mondo che si sgretola, Haber lo ha ciabattato sui palcoscenici di mezza Italia. Schegge di un maledetto talento che dissipa, da anni, nei modi più fantasiosi e dannati.

Non è, The Father, soltanto un film astratto. Basterebbe pensare alla pregnanza, al senso di protezione, di accoglienza che danno, nel film, le frasi vuole una tazza di tè? e hai fame?. L’unico modo per comunicare, quando tutto il resto fluttua nell’incomprensibile, l’unico modo per amare è chiedere vuoi ancora un po’ di pollo?.

Mi sento come se stessi perdendo le foglie, dice Hopkins, nel momento in cui prende coscienza di essersi dissolto. È il momento più straziante, quello della resa, dopo avere combattuto con mille stratagemmi per non arrendersi alla realtà, per inventarsi realtà parallele, per rendere vivo chi vivo non è più, mille stratagemmi per aggiustare la realtà, per fare ricomparire una figlia, per trasformare il presente sgradevole nella propria vita di sempre. Alla fine si arrende. Non so se sono pronto a…, dice. Quello che viene invitato a fare è una passeggiata nel parco. Ma forse è anche qualche cosa d’altro. È di fronte alla porta dello spavento supremo, come cantava Franco Battiato. Di fronte allo spavento supremo, torneremo bambini, e anche a ottant’anni desidereremo che venga a prenderci la mamma.

   

Nessuno prima di Paolo Virzì aveva realizzato un'opera retrospettiva sul cinema italiano senile e in crisi di fine anni Ottanta. Presentato alla Festa del Cinema di Roma e ora in sala.

Notti magiche, una satira del mondo cinematografico italiano

domenica 11 novembre 2018 - Roy Menarini da FOCUS

Notti magiche, una satira del mondo cinematografico italiano Tra tutte le perplessità e le critiche ricevute da Notti magiche sulle colonne dei critici più importanti, quelle di bozzettismo o caricatura sono le più incomprensibili. Il nuovo film di Paolo Virzì è evidentemente una satira del mondo cinematografico italiano, colto in un momento di trapasso (è il caso di dirlo, visto che il film comincia con la scoperta di un cadavere: il morto è un produttore). Per forza che è raccontato attraverso deformazioni e esagerazioni. Del resto, nessuno aveva ancora fatto un'opera retrospettiva sul cinema italiano senile e in crisi di fine anni Ottanta. Si sono fatti film sull'epoca d'oro e sullo scarto rispetto al vuoto contemporaneo (da Latin Lover di Cristina Comencini a Una storia senza nome di Roberto Andò). O si erano fatti film sulla difficoltà tragicomica di fare film dopo i maestri e dentro un'industria narcisista e complessata (da Sogni d'oro di Nanni Moretti a Il caricatore di Eugenio Cappuccio, Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata). Il cinema che si prepara a inizio anni Novanta, secondo Virzì, è il prodotto di una gerontocrazia. Vecchi e anziani dappertutto, riconoscibili anche se sotto nomi di finzione. Autori e produttori di terza età che fanno tutt'uno con l'élite intellettuale romana, e che costruiscono e disfano film o serie televisive parlandosi addosso nelle trattorie di gradimento, tra un piatto di tonnarelli e un accesso di tosse. Camminano a fatica, si fanno portare i pesi dalle ragazze più giovani, prendono a libro paga (si fa per dire) giovani sceneggiatori che pendono dalle loro labbra, hanno tutti - chi più chi meno - delle prede sotto i trent'anni di cui sono gelosi e che tengono avvinte a sé per pura gelosia, senza permettere alcun ricambio generazionale.

Il regista compie un doppio movimento raccontando due anziani al termine della loro vita: uno di riscoperta e uno di esplorazione. In Concorso a Venezia e ora al cinema.

Ella & John, Virzì approda negli USA. Ma con quali intenzioni?

domenica 21 gennaio 2018 - Roy Menarini da FOCUS

Ella & John, Virzì approda negli USA. Ma con quali intenzioni? Il film di Paolo Virzì è solo l'ultimo di una lunga serie di progetti internazionali realizzati da registi italiani. Pochi sono abituati a pensarlo così, ma il cinema italiano è sempre stato cosmopolita, spesso attratto dall'estero e altrettanto di frequente interessato a un confronto di culture. Se Fellini è il regista che meglio ha espresso questa sospensione tra provincia e mondo, e non solo con La dolce vita, tanti altri cineasti si sono sentiti in dovere di provare la sfida della "trasferta" cinematografica. In particolare, a sollecitare l'impresa, è il confronto con la cultura americana, che per traslazione significa anche misurarsi con Hollywood: pensiamo a Bernardo Bertolucci, forse l'autore che meglio si è fuso con il sistema del grande spettacolo da Oscar, o Dario Argento, o Franco Zeffirelli (di cui forse abbiamo dimenticato la fama ottenuta oltreoceano) e di recente Giuseppe Tornatore e Paolo Sorrentino (per tacere del più internazionale di tutti, Luca Guadagnino). Paolo Virzì è un autore particolare, poiché i suoi film - sebbene molto caratterizzati dalla sua firma, e riconosciuti dal pubblico come opere a lui collegate - sono anche racconti di genere, commedie per un pubblico medio-grande. Virzì non è un regista che possiede l'ambizione visionaria e singolare di Garrone o Sorrentino, pur non rinunciando all'onore del "brand". Per Virzì, molto attento - e in modo giusto, sano - ai gusti degli spettatori, operare su immaginari di genere o costruire narrazioni popolari è motivo di vanto. Per cui Ella & John (guarda la video recensione) non può certo essere considerato una concessione ai gusti statunitensi o peggio un film su commissione, per il semplice fatto che Virzì non troverebbe offensiva nessuna delle due categorie.

Il ritorno del regista livornese con Tutti i santi giorni.

La politica degli autori: Paolo Virzì

martedì 9 ottobre 2012 - Mauro Gervasini da APPROFONDIMENTI

La politica degli autori: Paolo Virzì Secondo la vulgata corrente, Paolo Virzì (Livorno, 4 marzo 1964) è il solo erede della commedia all'italiana. Diversamente da Carlo Verdone, altro pretendente al titolo legato però alla dimensione del comico e della maschera, Virzì parte dai medesimi presupposti dei maestri degli anni 60, di uno dei quali, Furio Scarpelli, è oltretutto allievo. Osservazione della realtà sociale, enfatizzazione di tipologie umane, elaborazione narrativa attraverso un registro brillante. Come i grandi modelli, a partire da Mario Monicelli, non disdegna spunti gravi trattati però con toni sdrammatizzanti, non solo evocati da sceneggiature azzeccate, di solito firmate in coppia con Francesco Bruni (di fatto un co-autore), ma da un ritmo di messa in scena travolgente. L'utilizzo della voce fuori campo, per esempio in Ovosodo (1997), premiato alla Mostra di Venezia con il Gran premio della giuria, o un certo gusto per l'affresco corale con più personaggi a interagire seguendo passaggi frenetici, rendono il cinema di Virzì particolarmente empatico.

   

Il cinema si fa vita dietro la macchina da presa del regista livornese, alla sua prima prova oltre oceano. Dal 18 gennaio al cinema.

Ella & John, il trailer italiano del film di Virzì

giovedì 21 dicembre 2017 - a cura della redazione da TRAILER

Ella & John, il trailer italiano del film di Virzì The Leisure Seeker è il soprannome del vecchio camper con cui Ella e John Spencer andavano in vacanza coi figli negli anni Settanta. Una mattina d'estate, per sfuggire ad un destino di cure mediche che li separerebbe per sempre, la coppia sorprende i figli ormai adulti e invadenti e sale a bordo di quel veicolo anacronistico per scaraventarsi avventurosamente giù per la Old Route 1, destinazione Key West. John è svanito e smemorato ma forte, Ella è acciaccata e fragile ma lucidissima, insieme sembrano comporre a malapena una persona sola e quel loro viaggio in un'America che non riconoscono più - tra momenti esilaranti ed altri di autentico terrore - è l'occasione per ripercorrere una storia d'amore coniugale nutrita da passione e devozione, ma anche da ossessioni segrete che riemergono brutalmente, regalando rivelazioni sorprendenti fino all'ultimo istante. Paolo Virzì torna on the road ma questa volta non ha intorno a sé i rassicuranti panorami toscani. Livorno è lontana e anche la Brianza è ormai un ricordo. La Route 1 sulla East Coast degli States che termina a Key West dove si trova la casa di Hemingway è la nuova via da percorrere insieme a Donald/John ed Helen/Ella. Giancarlo Zappoli - MYmovies.it Ella & John, diretto da Paolo Virzì e interpretato da Helen Mirren e Donald Sutherland arriva al cinema il 18 gennaio distribuito da 01Distribution.

   

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Siccità

Personaggi in cerca di redenzione
Regia di Paolo Virzì. Genere Drammatico, produzione Italia, 2021.

Da un soggetto di Paolo Virzì e Paolo Giordano, un film drammatico in un mondo allo sbando, senza regole o abitudini.
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