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mercoledì 16 giugno 2021

Articoli e news Luc Besson

62 anni, 18 Marzo 1959 (Pesci), Parigi (Francia)

Al BIFF Luc Besson e Michelle Yeoh raccontano i dettagli del film.

The Lady, il coraggio di una donna che ama la libertà

The Lady, il coraggio di una donna che ama la libertà La storia dell'attivista birmana Aung San Suu Kyi ha coinvolto emotivamente tutto il mondo. Da molti anni nella difesa dei diritti umani all'interno del suo paese, distrutto da un'aberrante dittatura militare, si è imposta come rappresentante internazionale della non-violenza. Malgrado il riconoscimento del premio Nobel per la Pace nel 1991, è stata arrestata più volte e finalmente liberata il 13 novembre 2010. La sua storia, grazie alla lungimiranza e alla fermezza di Luc Besson, è ora un film, The Lady, dove viene interpretata dall'attrice Michelle Yeoh. Accolto con entusiasmo al Busan International Film Festival (e presto in Italia come film d'apertura al Festival Internazionale di Roma), il regista Luc Besson e l'attrice protagonista Michelle Yeoh hanno risposto alle domande dei giornalisti, svelando alcuni dettagli sulla realizzazione del film. E dichiarando un amore profondo per questo personaggio così controverso e ammirevole che lotta per la democrazia con tanto coraggio.

Come mai ha deciso di occuparsi di questo progetto? E com'è avvenuta la scelta di Michelle Yeoh?
Luc Besson: Un giorno ho dato a Michelle la sceneggiatura, volevo sentire che cosa ne pensasse perché pensavo potesse essere perfetta per la parte. Ho parlato poi con il produttore e quando ho capito che il progetto sarebbe partito, mi sono messo a piangere. Ho detto che tutto quello che avrei voluto fare nei mesi successivi sarebbe stato questo film. Il resto non mi interessava. Mi ero innamorato di questa storia e del personaggio di Aung San Suu Kyi, una donna sorprendente che lotta per la democrazia politica e sociale del suo paese. Volevo che il mio film cogliesse questo aspetto della sua vita e che il pubblico si prendesse del tempo per scoprire la sua storia.

Il ruolo di Aung San Suu Kyi è molto profondo. Come si è avvicinata al personaggio? Che ispirazioni ha seguito per immergersi in questa figura così emotivamente complessa?
Michelle Yeoh: È stato molto difficile perché Aung è una donna che lotta per la democrazia, che ha scelto di rinunciare a una parte di sé fin da giovane per proteggere la libertà degli altri suoi connazionali. Credo fosse l'amore a indirizzare le sue azioni verso gli altri e a questo mi sono ispirata. Ho pensato che, quando siamo capaci di fare una scelta del genere, siamo anche capaci di donare speranza alle altre persone.

Come ha scelto il cast del film? Quali difficoltà ha incontrato?
Besson: Prima di cominciare il film, chiedevo a tutti una sola domanda: tu da dove vieni? Volevo che gli attori fossero veramente birmani. E ringrazio tutti gli attori che vedete nel film perché nessuno di loro è un professionista. Nessuno aveva mai recitato prima. E partecipare ad un film così importante per loro voleva dire mettersi alla prova anche moralmente...

Le ambientazioni del film sono realistiche? Come si è approcciato alla ricostruzione dei luoghi?
Besson: La ricostruzione della casa di Aung San Suu Kyi è un'esatta replica di ciò che abbiamo potuto vedere, documentandoci con delle foto. L'appartamento dove vive ad Oxford è esattamente l'appartamento dove vive ancora oggi, stessa strada, stesse pareti. Anche il cane è lo stesso.

Cosa può dirmi a proposito della sintonia che si è sviluppata tra lei e l'attore David Thewlis che interpreta suo marito?
Yeoh: Con l'attore che interpreta mio marito, ma anche con il resto del cast, si è creato un buon feeling, il rapporto è stato molto professionale ma anche divertente. Ma la cosa più curiosa è stata riuscire a mostrare, in un breve periodo di tempo, l'amore tra Michael Aris e Aung San Suu Kyiv, che è il cuore della storia.

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Besson adatta in formato kolossal il celebre fumetto.

Adèle e l'enigma del faraone: l'avventuriera della Belle Époque

giovedì 30 settembre 2010 - Edoardo Becattini da NEWS

Adèle e l'enigma del faraone: l'avventuriera della Belle Époque Mentre in patria sta per uscire l'ultima parte della sua saga dedicata ad Arthur e al popolo dei Minimei, Luc Besson arriva in Italia a presentare un'altra avventura per tutta la famiglia e l'inizio di un nuovo possibile franchise. Dai primi due volumi di un graphic novel disegnato da Jacques Tardi e molto popolare in Francia, Besson ha tratto Adèle e l'enigma del faraone: una storia che vede confluire, nella Parigi della Belle Époque, uno pterodattilo in cima alla Tour Eiffel, un gruppo di mummie in giro per il Louvre e una gentildonna con bustino, cappello e boa di piume intenta a profanare tombe per salvare la sorella. Settimo dei tredici film diretti da Besson ad avere come protagonista una donna sfrontata e risoluta, Adèle e l'enigma del faraone è l'occasione per parlare con il regista francese di fumetti, femminilità e futuri progetti.

Un'altra eroina nella sua filmografia?
Luc Besson: Sì, prima di tutto perché le donne sono estremamente affascinanti. Nella vita mi interesso delle debolezze degli uomini e della forza delle donne perché penso che non esista niente come il “sesso forte” e il “sesso debole”. Credo che le donne abbiano una conoscenza migliore dei valori della vita perché sono capaci di generarla. Una donna non ha mai dichiarato guerra proprio perché conosce meglio dell'uomo il valore della vita. Del personaggio di Adèle Blanc-Sec mi interessava questa particolare sfrontatezza femminile, il fatto di essere eroina solo per se stessa e non per gli altri. È un personaggio disposto a fare di tutto per salvare la sorella, ma se le chiedessero di salvare il mondo probabilmente resterebbe tranquilla a fumare nella sua vasca.

È stato difficile adattare un fumetto così popolare?
Luc Besson: In realtà, non vedo una grande differenza fra un fumetto e un romanzo. Magari un fumetto è più popolare di un libro e lo si può leggere più volentieri, ma il principio della narrazione è lo stesso: i fumetti sono dei romanzi con delle immagini. Nel caso dei romanzi a fumetti di Tardi, la difficoltà maggiore è stato convincerlo a cedermi il suo personaggio. Tardi è geloso di Adèle come un padre siciliano di sua figlia e per riuscire ad ottenere il suo consenso ci ho messo più di sei anni. Una volta ottenuto il consenso però, gli ho fatto leggere la prima stesura della sceneggiatura e mi ha lasciato moltissima libertà nell'adattamento. Per questo motivo sono stato molto fedele allo spirito, ai colori e all'anima del fumetto, ma meno nei confronti della storia, dove ho fatto confluire molti elementi diversi. Un film è sempre un mondo a parte rispetto a un fumetto: deve costruire una realtà alternativa che viva di vita propria e appassionare anche coloro che non hanno letto le storie su carta. La maggiore distanza l'abbiamo presa nel giocare coi cliché: ci siamo divertiti a concepire una donna visibilmente più emancipata, una mummia cordiale e sofisticata, uno pterodattilo che può diventare innocuo come un uccellino in gabbia, e così via... Ho cercato, sia in fase di sceneggiatura che di riprese, di fare un lavoro molto sofisticato: girare un film d'intrattenimento come se fosse un film molto serio, con una comicità un po' alla Jacques Tati.

Cosa la attrae della Belle Époque?
Luc Besson: È un'epoca che conoscevo poco ma che mi affascinava moltissimo. Penso che Parigi a quel tempo sia stata realmente la città più bella del mondo, prima che si diffondessero le automobili e che il paesaggio cambiasse completamente con le due Guerre mondiali. Tuttavia, non bisogna dimenticare che a quel tempo le donne non avevano diritto di voto, non potevano fumare, fare sport e dovevano portare degli scomodi bustini. Per questo ho voluto mettere nel film delle scene che tematizzassero la forte emancipazione del personaggio di Adèle, come quando fuma nuda nella vasca, oppure gioca a tennis passando dai movimenti aggraziati del balletto a uno scontro fra le sorelle Williams.

Come ha scoperto la protagonista?
Luc Besson: Ho scoperto Louise Bourgoin quando conduceva uno strampalato programma di previsioni meteo, dove ogni giorno riusciva a inventarsi un modo nuovo e folle per annunciare il tempo. Quando l'ho incontrata ho potuto confermare le mie impressioni e ho deciso di proporle la parte di Adèle. Louise è una persona incredibilmente dedita al lavoro e al di fuori di ogni logica delle attrici dello star system. Ogni giorno, durante le pause di lavorazione, si sedeva a fianco dell'uscita del set e si metteva a ripetere la sua parte. Tutta la gente che passava la scambiava per qualcuno della sicurezza...

Prevede già un seguito?
Luc Besson: Il personaggio di Adèle è affascinante perché con lei il lettore sa che c'è un'avventura dietro ad ogni angolo. Tuttavia non ho al momento in progetto di realizzare un sequel del film. Anche se dietro alla storia c'è un fumetto di dieci libri, non mi impegnerò mai nella realizzazione del seguito prima di aver trovato delle idee originali e di aver scritto una sceneggiatura adeguata. E questo, nonostante riceva continuamente le pressioni di Louise, che non vede l'ora di poter tornare ad essere Adèle...

I suoi progetti futuri?
Luc Besson: Ho molti progetti in questo momento, sia come regia che come produttore. La nostra società, Europacorp, si è ormai ben avviata e abbiamo idee grandi ed ambiziose. Si stanno concludendo le riprese di Colombiana, una versione sudamericana di Nikita con Zoe Saldana diretta da Olivier Megaton, il regista di Transporter 3; mentre sono in partenza quelle di Lock Out, un thriller fantascientifico con Guy Pearce e Maggie Grace che segna l'esordio di due giovani registi irlandesi. Inoltre, tra poco uscirà in Francia una commedia poliziesca che ribalta gli stereotipi razzisti sugli immigrati algerini: Halal police d'Etat.
Per quanto riguarda i miei progetti, dopo Arthur e la guerra dei due mondi, voglio dedicarmi a film importanti, dal momento che i mezzi tecnologici ormai ci permettono di fare qualsiasi cosa. L'unico limite è l'immaginazione e in questo momento non mi manca.

E che dice a riguardo del desiderio espresso da Natalie Portman di tornare a lavorare con lei per un seguito di Leon?
Luc Besson: Sì, ho letto le dichiarazioni ma non ho alcuna intenzione di girare un film in cui un avatar di Leon venga ricostruito dalle tracce di dna... Però sono contento perché con Natalie siamo sempre rimasti in buoni rapporti. Quando ha girato Leon era al suo primo film ed era solo una bambina. Ricordo che i suoi genitori mi chiesero dei consigli sulle possibilità della sua carriera. Gli scrissi una lista di cinquanta nomi di registi con i quali Natalie avrebbe potuto lavorare senza problemi e, a giudicare dalla sua carriera successiva, mi pare l'abbia sempre tenuta a mente.

   

Besson porta in sala la 2° parte della trilogia tratta dai suoi racconti.

Arthur e la vendetta di Maltazard: Mega-mini-mondo

Arthur e la vendetta di Maltazard: Mega-mini-mondo È il più sciovinista dei filoamericani, il più popolare degli auteurs francesi, il più snob fra i fautori dei kolossal, ed anche uno dei pochi, secondo forse solo a Zemeckis, che lo praticano in tutti i suoi generi e forme. Dopo essersi imposto all'attenzione del mondo come nuovo prodigio del noir e dell'hard boiled di matrice europea (Nikita; Leon) ed aver dimostrato che la vera concorrenza per i blockbuster statunitensi aveva residenza in Francia (Il quinto elemento), Luc Besson si è poi dedicato principalmente a produzioni e sceneggiature, finendo col dedicarsi a progetti bizzarri come Angel-A e passando poi alla letteratura per l'infanzia. Proprio da una serie di racconti fantasy-ecologisti ha deciso successivamente di trarre un personale esperimento di fusione fra cinema ripreso dal vero e animazione. Il risultato, Arthur e i Minimei, ha riscosso un enorme successo in tutto il mondo, e ora il regista che ha dipinto l'intoccabile “pulzella d'Orleans” come una combattente tenace e visionaria, in linea con la tendenza alla serializzazione dei nuovi blockbuster americani, si è concesso un doppio seguito a questa fiaba fantastica da lui stesso concepita. Arthur e la vendetta di Maltazard è pensato quindi come la prima parte di un'unica storia (la seconda, Arthur e la guerra dei due mondi, uscirà nelle sale fra qualche mese), che a sua volta riprende le avventure del giovane dodicenne lì dove le avevamo lasciate e si concede, in linea con la naturale evoluzione della fascia d'età del pubblico, più spazio per l'amicizia, con il piccolo principe Betameche, e per l'amore, con la bella (e discinta) principessa Selenia.

Ecco cinque elementi che hanno reso un cult questo film visionario e originale del panorama sci-fi degli anni '90.

Il quinto elemento, compie 20 anni la scommessa vinta di Luc Besson

martedì 9 maggio 2017 - Letizia Rogolino da FOCUS

Il quinto elemento, compie 20 anni la scommessa vinta di Luc Besson "Voi umani agite in modo strano. Quello che create lo usate per distruggere". Le parole di Leelo, il personaggio di Milla Jovovich nel film Il quinto elemento di Luc Besson suonano ancora così attuali venti anni dopo l'uscita di questo film al cinema, che è diventato un cult di riferimento per il genere di fantascienza. Era il 9 Maggio 1997 quando il regista francese è riuscito a portare nelle sale americane un progetto ambizioso di produzione europea in grado di sfidare il mercato hollywoodiano. Era l'anno di Gattaca, Alien. La Clonazione, Men in Black, Mimic, tutti sci-fi che hanno avuto un discreto successo al box office, mentre ha sorpreso l'effetto dirompente su critica e pubblico della storia futuristica e romantica ambientata nel nuovo mondo fantastico e iper-cromatico di Besson. Il regista di Leòn e Nikita ha una carriera di alti e bassi difficile da interpretare, ma Il quinto elemento si può considerare una scommessa vinta, grazie ad una passione sincera che lo ha spinto a scrivere un'avventura spaziale con uno stile anarchico ma efficace.

Per secoli i sacerdoti egizi hanno custodito l'unica arma in grado di combattere il male, chiamata il "quinto elemento", seguendo i consigli degli alieni Mondoshawan. Nel 2259, tuttavia, la Terra viene minacciata nuovamente dal Male Supremo che ha la forma di un oscuro pianeta magmatico in cerca di una collisione letale. Così il quinto elemento si incarna in una ragazza di nome Leelo che viene creata in laboratorio per cercare di eliminare la minaccia e salvare il mondo. Quest'ultima però si spaventa della realtà in cui viene catapultata e trova un alleato in Korben Dallas, un ex membro delle forze speciali che guida un aereo taxi per sopravvivere. Vista la situazione particolarmente grave, egli viene reclutato nuovamente per una missione fondamentale, ovvero recuperare le quattro pietre sacre che possono aiutare Leelo a vincere la battaglia contro il Male.

Per celebrare i venti anni de Il quinto elemento, vi diamo cinque buoni motivi per rivedere questo film visionario e originale nel panorama sci-fi degli anni '90.

De Niro - Pfeiffer: la vecchia guardia non cede.

ONDA&FUORIONDA

domenica 27 ottobre 2013 - Pino Farinotti da FOCUS

ONDA&FUORIONDA Piace alla gente, e non solo, Cose nostre - Malavita: il titolo originale sarebbe The Family, ma noi dobbiamo sempre metterci qualcosa in più di "mercato". Il regista è il francese/americano (per stile) Luc Besson, uno che sa girare. Ma i nomi più interessanti sono quelli di Robert De Niro, protagonista, e di Martin Scorsese, produttore. I due devono essersi divertiti un mondo a impegnarsi in questo mafia movie, doppio, triplo richiamo alla loro vicenda personale. Non si può infatti non partire da un classico di Scorsese, Quei bravi ragazzi, storia di tre mafiosi. Al centro del racconto c'era il più giovane Henry Hill, cui dava corpo e volto Ray Liotta - gli altri due erano De Niro e Pesci- che dopo una discreta carriera, decideva di collaborare con la giustizia e raccontava tutto della "famiglia". Naturalmente era costretto a sparire, ad affidarsi al cosiddetto "programma protezione testimoni". Henry concludeva il suo lungo racconto rivelando un'irresistibile nostalgia di quando era un "bravo ragazzo", cioè qualcuno, mentre adesso "non sono più nessuno".
De Niro riprende, di fatto, quel personaggio, gli anni sono passati, ma i padrini traditi non dimenticano, mai. E così di Paese in Paese, di città in città, Giovanni Manzoni, De Niro appunto, arriva in una cittadina della Normandia. Ma il carattere è il carattere, la storia è la storia, e il mafioso continua ad esserlo. Così come i componenti della famiglia, il maschietto quattordicenne, che si sente già in ritardo rispetto al padre, assassino a tredici anni, e la ragazza diciassettenne, una "dark" romantica ma violentissima. E poi la madre, Michelle Pfeiffer, perfettamente omologa per carattere famigliare: sente il proprietario di un supermercato parlar male degli americani e ... il supermercato brucia. Besson usa toni estremi, ironici, surreali, divertenti. Lo scontro finale è in perfetto stile tarantiniano. Un eccesso talmente eccesso che finisce per annullarsi, divertendo, appunto. Giovanni/Robert trova una vecchia macchina da scrivere e comincia a scrivere la sua storia. Roba pericolosa, per sé e per tutti. Ma regista, produttore e attore, portano il loro divertimento sul filo sottile e intelligente della citazione, che è proprio Quei bravi ragazzi. La comunità che ospita la famiglia è affascinata dallo scrittore americano, lo invita a un cineforum dove viene proposto quel film di Scorsese con De Niro. Doppio, triplo gioco appunto. E Manzoni/De Niro, che conosce l'argomento come nessun altro, incanta tutti. Ovazione. Per la disperazione del loro angelo custode, l'agente FBI Tommy Lee Jones, altro eroe veterano, parente, forse con minore mitologia ma stretto, dell'eroe eponimo protagonista. Gente della vecchia guardia dunque. Come lei, la Pfeiffer, cinquantacinquenne moderatamente disturbata dal dimostrarlo. Con quelle sue naturali, affascinanti piccole rughe sotto gli occhi: lontana dalle nostre attrici, o conduttrici, che non ti fanno capire se hanno quindici anni oppure settanta.
E poi lui, De Niro, che ormai deve, ad ogni film, vedersela con la propria leggenda a e il proprio monumento. Ha settant'anni, portati come... un settantenne. Non è ricorso a nessun chirurgo e se ne compiace, con quei primi piani sul volto che richiamano la sua lunga storia, e qualcosa di più dell'America. Quell'effige, quella faccia di roccia, potrebbe figurare fra quelle di Washington, Jefferson, Roosevelt e Lincoln, sul monte Rushmore, magari fra Roosevelt e Lincoln, là dove l'immane scultura fa una curva. Quelli, grandi presidenti, questo, grande modello della vita e, perché no, della cultura americana. Nel film guardi Giovanni Manzoni, ma non riesci a non vederci De Niro. Il quale ha un'età in cui, solitamente, si rallenta o si cambia, per tutte le naturali ragioni, storiche, fisiche , estetiche. Invece "Giovanni" possiede l'energia anzi la violenza dei tempi belli. Oltre alla maggiore autorevolezza. È corretto dire che Robert vale Giovanni, se è vero che nel suo lavoro non ha affatto rallentato, anzi ha accelerato, con ..violenza.
Un dato assoluto, persino aritmetico: De Niro nel 2013 ha fatto 6 film (per i supercinefili: The big Wedding, Killing Season, Cose nostre - Malavita, Last Vegas, American Hustle, Grudge Match). Credo sia il suo record personale, e forse non solo suo, a questi livelli, da protagonista. Ed è automatico il richiamo a un altro eroe dello schermo e oltre lo schermo, Al Pacino, che nel recente Uomini di parola, faceva un personaggio simile a quello di De Niro. Pacino-De Niro, promemoria di veterani di gran classe. Quasi eterni, per fortuna.

   

Vita e opera del premio Nobel per la pace che ha ispirato Luc Besson.

Aung San Suu Kyi, la voce della speranza

lunedì 26 marzo 2012 - Tirza Bonifazi da APPROFONDIMENTI

Aung San Suu Kyi, la voce della speranza Rangoon, 13 novembre 2010 - Aung San Suu Kyi è libera. La leader dell'opposizione birmana è stata rilasciata intorno alle 17.15 di oggi... La notizia faceva il giro del mondo e con lei le prime parole pronunciate in pubblico dalla leader del movimento nonviolento e premio Nobel per la pace Suu Kyi: "Dobbiamo lavorare insieme, all'unisono, per raggiungere il nostro obiettivo... C'è un tempo per il silenzio e un tempo per parlare. Non vi vedo da così tanto, abbiamo molte cose da dirci. Quando è tempo di parlare, non rimanete in silenzio". Continua »

   

Da Léon ai Minimei, un regista punk che non si può etichettare.

La politica degli autori: Luc Besson

mercoledì 21 dicembre 2011 - Mauro Gervasini da APPROFONDIMENTI

La politica degli autori: Luc Besson Dovessero gareggiare i registi più detestati dalla critica in proporzione al loro successo, Luc Besson (Parigi, 18 marzo 1958) arriverebbe primo. Con la parziale eccezione del titolo d'esordio, Le dernier combat (1983), guardato con interesse forse perché sperimentale (un violento post-apocalittico in bianco e nero e in cinemascope), di solito i suoi film vengono accolti con fastidio misto a sufficienza, se non platealmente ignorati come i più recenti (qualcuno si è accorto dell'uscita dell'avventuroso Adèle e l'enigma del faraone, nel 2010?). Ebbene, il regista non merita tutto ciò, anche solo per aver regalato alla storia del cinema un gioiello come Léon (1994), certamente il suo capolavoro. Per carità, al suo attivo anche nefandezze clamorose, soprattutto come produttore, ma è stato tra i pochi uomini di spettacolo europei a realizzare il sogno irraggiungibile per definizione: fare concorrenza a Hollywood giocando sullo stesso terreno. Quello dei blockbuster. La sua grandeur è molto francese.

   

Il più hollywoodiano dei registi francesi.

5x1: Luc Besson, un "americano" a Parigi

5x1: Luc Besson, un Un incidente può salvarti la vita? Luc Besson passa i primi anni della sua esistenza seguendo i genitori istruttori di nuoto subacqueo in giro per l'Europa, tra Italia, Jugoslavia e Grecia. Il suo sogno di bambino è studiare il "grande blu profondo". Un infortunio gli impedirà per sempre di immergersi, costringendolo ad abbandonare la sua ambizione di diventare un biologo marino ma a scoprire il mondo dei documentari, la televisione e il cinema. E un giorno a girare Le Grand Bleu. È così che, dopo alcune esperienze nell'ambiente, si trasferisce per tre anni negli Stati Uniti. Ritornerà in patria, determinato a seguire la propria strada e, soprattutto, padrone di uno stile che lo porrà al centro dell'attenzione a causa del successo delle sue pellicole ma sostanzialmente odiate dalla critica.
Qualcuno lo ha definito "cinema du look" e non è certo una nouvelle vogue, al contrario: è il trionfo della forma sulla sostanza, un approccio vicino alla pubblicità, certo non a Godard. Besson non lo ha mai rinnegato, anzi: sebbene mortificato dalle cattive recensioni, ha sempre sottolineato che i Maestri della cinematografia francese si confrontarono con la necessità di scrivere le regole di un'arte in formazione; per i loro eredi, si tratta di fare un cinema che possa essere accettato, soprattutto da chi finanzia i film. Ed è così che Besson, nel suo percorso dentro la macchina-fattura soldi di celluloide si ritrova a fare tutto e di tutto: scrivere, produrre, girare ma, soprattutto, rimorchiare. Infatti, se non fosse diventato il regista di successo che è, difficilmente avrebbe attratto splendide donne come Anne Parillaud (per cui scrisse Nikita) e Milla Jovovich (che divenne la sua Giovanna d'Arco).
Oggi, nel gran calderone di progetti, belli e brutti, di Luc Besson c'è la trilogia del cartone animato su Arthur che sta tornando nelle sale con Arthur e la vendetta di Maltazard.

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