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martedì 22 settembre 2020

Articoli e news Cate Blanchett

Nome: Catherine Elise Blanchett
51 anni, 14 Maggio 1969 (Toro), Melbourne (Australia)

Shekhar Kapur, Cate Blanchett e Geoffrey Rush raccontano il ritorno di Elisabetta I d'Inghilterra.

Elizabeth - The Golden Age: lunga vita alla regina

Elizabeth - The Golden Age: lunga vita alla regina Nel 1585, dopo essere stata la regina dell'Inghilterra per quasi tre decenni, Elisabetta I continua ad annientare i suoi nemici e difendere la sua reputazione, avendo giurato corpo e anima alla sua nazione. Il re di Spagna Filippo II, sostenuto dalla Chiesa e con il potere della spietata Inquisizione, rappresenta una reale minaccia per la regina. Il suo obiettivo è di strappare l'eretica protestante dal trono e riportare l'Inghilterra (e il mondo intero) al cattolicesimo. Ma Elisabetta I, oltre a essere una regina è anche una donna che si scopre innamorata dell'avventuriero Sir Walter Raleigh e farà di tutto per averlo al suo fianco, fosse anche "buttarlo" fra le braccia della sua dama di corte preferita, Bess. Elizabeth - The Golden Age ha inizio un decennio dopo il periodo esaminato in Elizabeth e narra dei gloriosi anni di mezzo del suo regno. È un film politico in quanto racconta il conflitto tra Elisabetta con Filippo II, ma prende in esame anche il concetto di tolleranza religiosa e, al contrario, di fondamentalismo religioso oltre a mettere in scena una storia d'amore impossibile, perché alla regina è proibito inseguire la sua passione. "Scavando nella storia, si finisce per raccontare una storia contemporanea che parla di noi stessi" afferma il regista Shekhar Kapur. "Perché fare oggi un film che non sia legato al nostro tempo? Perché fare un film che non sia attinente agli attuali modi di pensare individuali, politici o psicologici? Elizabeth - The Golden Age parla di Cate Blanchett che sta interpretando Elisabetta per i tempi moderni. Parla del conflitto tra fondamentalismo e tolleranza, della ricerca di sé e della divinità. Parla di mortalità e immortalità. Sono tutte cose con le quali abbiamo a che fare tutti i giorni nella nostra vita".

Tutto il talento e la versatilità della Blanchett arrivano al cinema per soli tre giorni, il 23, 24 e 25 ottobre.

Manifesto: i tredici volti di Cate, dentro e fuori dal film

lunedì 23 ottobre 2017 - Claudia Catalli da FOCUS

Manifesto: i tredici volti di Cate, dentro e fuori dal film Acclamato al Sundance Film Festival e pensato inizialmente come installazione artistica, il video progetto artistico Manifesto finisce sul grande schermo per una tre giorni in cui sarà possibile ammirare appieno tutto il talento e la versatilità di un'attrice del calibro di Cate Blanchett.

Nel film si succedono con soluzione di continuità tredici diverse situazioni, personaggi, caratterizzazioni, performance ed espressioni artistiche che la vedono trasformarsi radicalmente di volta in volta. Il titolo preannuncia una galleria di manifesti, appunto, come quello del Partito Comunista raccontato da un homeless, il Dogma 95 spiegato da un'insegnante, o i motti dadaisti sulle labbra di una vedova a un funerale. L'incarnazione perfetta del camaleontismo magnetico di un'artista. Questo restituisce, sfrutta e porta al cinema Julian Rosefeldt, che ha girato il tutto in undici miracolosi giorni.
Nessuno stupore per chi conosce approfonditamente il percorso artistico di un'interprete che - come le sue migliori colleghe, da Tilda Swinton a Meryl Streep - ha fatto della continua metamorfosi un segno distintivo e un fil rouge che percorre instancabile i suoi vent'anni di carriera. Impossibile non pensarla con la corona in testa e le vesti sfarzose di Elizabeth, il film che l'ha consacrata regalandole un personaggio memorabile che le valse il suo primo Golden Globe. Se nel thriller di Sam Raimi The Gift era l'inquietante visionaria Annie Wilson, nella saga di Il signore degli anelli sfoggiava vesti lunari nei fiabeschi panni di Dama Galadriel, con i boccoli lunghi, la coroncina in testa, le orecchie da elfo e una luce fuori dal comune che pareva emanare dall'interno.

Monuments Men e la missione per l'arte.

Elogio del catalogo

domenica 16 febbraio 2014 - Roy Menarini da APPROFONDIMENTI

Elogio del catalogo Quando oggi parliamo di recupero del patrimonio culturale, intendiamo riferirci ad azioni decisamente meno pericolose di quelle affrontate dai "monuments men" del film di George Clooney. E lo stesso lessico ministeriale (i cui amministrativi passano alcune ore fuori ufficio in "missione") fa sorridere rispetto alle missioni belliche cui alludiamo con questa terminologia.
Eppure, sempre di conservazione e trasmissione dell'eredità artistica stiamo parlando. Pur spiazzando gli spettatori che si aspettavano un respiro più epico, e scontando diversi problemi in sede di scrittura e psicologia dei personaggi, Monuments Men pone questioni non da poco a tutti gli amanti della cultura. La domanda principale non è tanto se sia accettabile sacrificare una vita umana per i più alti conseguimenti estetici dell'umano spirito (la riposta del film è: sì, a patto che la vita che si perde abbia accettato di farlo), ma che cosa serve per salvare un'opera. In gioco, a ben pensarci, c'è l'idea stessa di difesa della ricchezza culturale di un paese, che non di rado finisce tra le macerie dei conflitti bellici insieme alle vite degli innocenti. I cannoneggiamenti delle statue di Buddha da parte dei talebani afghani, le distruzioni di questi giorni ad Aleppo in Siria, le furiose appropriazioni e i roghi di libri dei nazisti, e tutti gli sfregi del passato ci convincono che la storia dell'arte è anche una storia della disperata difesa delle tracce culturali contro ogni tipo di nemico, dall'ignoranza al tempo che tutto disgrega.
Ma sarebbe troppo generico appellarsi al rispetto della cultura. Clooney, oltre ad alcuni monologhi didascalici ed efficaci, va oltre. Ci ricorda cioè che per salvare e trasmettere l'arte servono gli esperti: senza qualcuno che sappia riconoscere una pala d'altare, o l'assenza di un pannello da un trittico, o l'autenticità di un Vermeer, di un Manet, di un Picasso, rubati e appesi alle pareti di casa come trofei, non esisterebbe la conservazione. Ancora più centrale è il commovente personaggio interpretato da Cate Blanchett, accusata di collaborazionismo, e invece stoica partigiana che al Jeu de Paume annota, elenca e cataloga il destino di ogni opera d'arte sottratta. Eh sì, perché il catalogo non è solo quel volumone polveroso che si trova nel tourist shop alla fine dei percorsi museali: è prima di tutto il censimento delle opere d'arte e la loro carta d'identità. Il valore del catalogo, dunque, non è burocratico ma essenziale, e nel film - pur senza esplicitarlo - diventa meraviglioso omaggio alla cura artistica, all'amore per le opere, proprio negli anni in cui altri cataloghi (la burocrazia dello sterminio) ammassavano le persone in elenchi notarili di esseri umani ridotti a oggetti, a minerali.
Insomma, l'opera d'arte non può vivere se non attraverso la relazione umana che le si stringe intorno. Quando i nostri eroi vagano all'interno della miniera dismessa dove i nazisti hanno ammassato migliaia di capolavori della storia umana, si trovano di fronte a un deposito cieco e sordo, a una sorta di canile delle opere d'arte, a un buco nero dove l'arte ha smesso semplicemente di essere tale. Solo armandosi di carta e penna (e catalogando) ogni pezzo, ogni quadro, ogni scultura, ogni testo sacro ritrova il suo nome e torna a vivere, prima ancora di tornare a casa propria. Il museo non è solamente il luogo dove stanno le opere, altrimenti anche quella miniera avrebbe potuto esprimere un sentimento artistico. Un museo è dove le opere esistono e parlano a chi le guarda. Altrimenti, come ricordava Alain Resnais, anche le statue muoiono.

   

Candidato a tredici premi Oscar, arriva in sala Il curioso caso di Benjamin Button, girato e riavvolto da David Fincher.

Il curioso caso di Benjamin Button: riavvolgendo una vita e svolgendo un amore

giovedì 12 febbraio 2009 - Marzia Gandolfi da APPROFONDIMENTI

Il curioso caso di Benjamin Button: riavvolgendo una vita e svolgendo un amore A New Orleans, in Louisiana, la gente è scesa in strada per festeggiare la fine della prima guerra mondiale e per accogliere un bambino appassito che ringiovanisce mentre gli altri invecchiano. Rifiutato e abbandonato dal padre, Benjamin cresce amato e sereno in una casa geriatrica, circondato dai tanti anni e dalla tanta esperienza dei suoi ospiti. Sotto un tavolo illuminato da una candela si innamorerà per sempre di Daisy e riavvolgendo la sua vita, svolgerà il loro amore. David Fincher dimette i suoi protagonisti, figli di una civiltà metropolitana selvaggia e frenetica e immolatisi sull'altare della produttività (The Game), del successo (Fight Club) e della competizione (Seven), per adottare il curioso caso di una creatura che vive una vita al contrario, l'essere giovane dentro mentre si è vecchi fuori e viceversa.
Trasposto dal racconto breve e omonimo di Francis Scott Fitzgerald, il grande favorito alla corsa degli Oscar è soprattutto un film sul tempo, che consuma i corpi e corre all'indietro come l'orologio della stazione di New Orleans. Sotto gli occhi dello spettatore il Benjamin Button di Brad Pitt vecchio e decrepito si raccoglie e si ricostruisce fino a recuperare, nel tempo di due ore, giovinezza e freschezza, fino a ritornare all'inizio della vita. Verso di lui avanza la splendida Daisy di Cate Blanchett, condannata a invecchiare ma destinata ad incontrare nello splendore della sua giovinezza la giovinezza piena di Benjamin. Come il "tempo", Fincher lavora sul corpo, quello del cinema e quello dell'attore, non è un caso allora che la condizione eccezionale di Button trovi corrispondenza nella disciplina incarnata da Daisy: la danza. In particolare la danza profetizzata e avviata da Isadora Duncan nei primissimi anni del secolo, quella che balzava il corpo femminile in primo piano dopo secoli di umiliazioni e repressioni. Un corpo liberato, denudato ed esercitato per esibirsi e per durare una stagione brevissima. Quello che rende interessante la curiosa parabola di Benjamin Button sono le implicazioni filosofiche-esistenziali che la corroborano. Ma se Il curioso caso di Benjamin Button è concettualmente dotato, è pur vero che rimane registicamente "inerte", in-efficace e in-capace di assumere una forma già presente in potenza. Questa storia di vita alla rovescia sembra collegarsi all'algido meccanismo di The game, piuttosto che ai più sporchi Seven e Fight Club, arrivando col fiato grosso sul bordo dell'ultima inquadratura e sull'orlo del precipizio dopo una rincorsa di due ore. Muto a vacillare sul vuoto prima che sopraggiunga l'uragano e la bella signora, prima che il tempo ricominci a scorrere o si rimetta in moto a rovescio. Disgraziatamente, quando ricomincia è sempre per finire. E la pellicola scorre, e la vita trascorre.

È la domanda suggerita dalla lunga lista di grandi interpretazioni dell'australiana.

5x1: Cate Blanchett, la più brava?

5x1: Cate Blanchett, la più brava? Lo aveva suggerito The Aviator quando, diretta da Martin Scorsese, si guadagnò il premio Oscar. La voce divenne una sensazione vibrante quando apparve in Diario di uno scandalo. La sensazione ebbe conferma a Venezia, nel 2007 quando, con lei assente, la manifestazione echeggiò della sua interpretazione di un Bob Dylan androgino e pieno di nevrosi in Io non sono qui. Cate Blanchett da Melbourne vinse la Coppa Volpi che fu ritirata da Heath Ledger, premio che suggellò la convinzione, ormai alla portata di tutti, che ci si trovasse di fronte ad una delle più dotate attrici viventi. I riconoscimenti, poi, si sono susseguiti: nello stesso anno ha due nomination agli Oscar: oltre al già citato Io non sono qui, è significativamente impressionante nei panni della regina Elisabetta I in Elizabeth: The Golden Age di Shekhar Kapur. L'anno prima aveva incrociato sul grande schermo Judy Dench in Diario di uno scandalo: il film mette l'una di fianco all'altra le due attrici che nel 1999 ottennero un premio Oscar e una nomination per il medesimo personaggio. Infatti, la Dench fu premiata come migliore attrice non protagonista per i pochi minuti da Regina Elisabetta I in Shakespeare in love; la Blanchett ottenne la sua prima nomination per l'Elisabetta I in Elizabeth.
Corsi e ricorsi storici che caratterizzano anche Il curioso caso di Benjamin Button, il film di David Fincher tratto da un racconto di Fitzgerald in cui l'attrice australiana incontra, di nuovo, Brad Pitt, dopo la convincente prova in Babel. stavolta Cate lascia spazio al suo co-protagonista ed è Pitt a sudarsi una candidatura.

Le star sfidano la pioggia e sfilano sulla Croisette.

Robin Hood: il red carpet

giovedì 13 maggio 2010 - a cura della redazione da GALLERY

Robin Hood: il red carpet Iera sera la 63esima edizione del Festival di Cannes è ufficialmente entrata nel vivo delle proiezioni; l'occasione era la prèmiere del film d'apertura, Robin Hood e in pochi minuti la Montée de Marches si è riempita di star che nonostante la pioggia scrosciante hanno sfoggiato sfarzosi abiti delle più svariate maison (il tabù del viola è decisamente tramontato, visto che era tra i più rappresentati sulla Croisette). Tra le più fotografate e ammirate dalla folla di curiosi, Eva Longoria, Salma Hayek, la nostra giurata Giovanna Mezzogiorno e ovviamente l'eterea protagonista di Robin Hood, Cate Blanchett.

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Un musical animato originale Netflix realizzato in stop motion e ambientato negli anni '30. L'acclamato Premio Oscar Guillermo del Toro firma la regia, la sceneggiatura e la produzione.
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Un giovane criminale ha una relazione sentimentale con una psichiatra. La donna è una manipolatrice corrotta che, ad un certo punto, comincia ad ingannare anche lui.

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