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Francesco Zippel: «De Sica era come l’oceano, pieno di sfumature e unico»

Il regista racconta il suo documentario Vittorio De Sica - La vita in scena, un omaggio al grande regista. Presentato in Cannes Classics.
di Claudia Catalli

Vittorio De Sica 7 luglio 1901, Sora (Italia) - 13 Novembre 1974, Neuilly-sur-Seine (Francia). Regista del film Vittorio de Sica - La Vita in Scena. Al cinema da lunedì 22 giugno 2026.
lunedì 18 maggio 2026 - Cannes Film Festival

A 47 anni è l’unico regista italiano ufficialmente invitato con un suo film al 79 Festival di Cannes. Non se lo aspettava assolutamente il documentarista Francesco Zippel, venuto a presentare nella sezione Cannes Classic il suo Vittorio De Sica – La vita in scena, prossimamente in sala con Fandango. Non è il primo doc biografico che firma, si è già cimentato con nomi come Fellini, Friedkin, Leone e Volontè, questa volta ha scelto di concentrarsi sul capostipite della famiglia De Sica, che ha voluto coinvolgere al gran completo. Tra gli intervistati d’onore c’è anche Wes Anderson, che ha deciso di sostenere e produrre il film.

Che effetto fa essere l'unico regista italiano a Cannes?
Non me lo sarei mai immaginato. Sono felice e orgoglioso di esseci e poter celebrare Vittorio De Sica, una delle figure più illustri della storia del cinema e del Novecento, patrimonio del cinema mondiale, in un contesto così importante. Spero che Cannes sia l'inizio di un bel percorso per il film e per il ricordo di Vittorio De Sica, di personaggi centrali come lui nel nostro cinema non si parla a sufficienza.

Cosa ha scoperto di De Sica che non sapeva?
Parlare di De Sica è come parlare dell'oceano, è stato talmente tante cose, regista, attore, cantante, che le scoperte sono state molteplici. Mi ha colpito molto come riuscisse ad ottenere il meglio dagli attori anche non professionisti, talvolta in maniera un po' cinica. Come dice Christian De Sica: «Ogni volta che vedo un suo film negli attori rivedo papà».

Questo film rappresenta un ulteriore capitolo della sua collaborazione con Wes Anderson, che figura anche come produttore esecutivo. Come l'ha convinto?
Wes Anderson è una persona che innanzitutto ha fatto parte della mia formazione professionale, ho avuto la fortuna di lavorare con lui (era la seconda unità di regia in Grand Budapest Hotel, ndr) e ogni tanto continuo a farlo, perché con lui si impara sempre. Ha una grandissima passione per Vittorio De Sica, quando gli raccontai di questo progetto prima accettò l'intervista e poi anche di sostenerlo. La sua creatività per me è di grande ispirazione, inconsciamente anche l'idea di utilizzare le scene di animazione nasce da alcune conversazioni che abbiamo avuto.


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Gli inserti di animazione risultano molto efficaci nel film, come ci ha lavorato?
Ho voluto sviluppare questa idea con Movimenti Production, un’eccellenza in Italia, dietro alle varie serie di Zerocalcare per intenderci. Avevo dato come riferimento i film di Sylvain Chomet, trovo che la sua eleganza sia molto in linea con Vittorio De Sica, con la sua sensibilità e il suo tempo.

Il film ha due anime, scava nello stile, nel genio, nella cinematografia di De Sica, e intanto racconta la sua vita “in scena” attraverso la famiglia, anzi le due famiglie.
Questa è la prima volta in cui si riesce a mettere insieme la famiglia De Sica con tutti i suoi membri, compresi quelli acquisiti come Isabella Rossellini e Carlo Verdone. L'idea di rappresentare tutti i vari aspetti della grande famiglia De Sica è stata interessante per riuscire a far comprendere la complessità del personaggio di Vittorio e la sua “vita in scena”. Ho sempre avuto l'impressione che qualsiasi esperienza vivesse nella vita andava traducendosi nel suo cinema, e poi ogni membro della famiglia De Sica ha raccontato aneddoti curiosi, interessante.

Che si sono aggiunti al grande materiale di archivio.
Io sono uno che passa tanto tempo negli archivi, il lavoro che abbiamo potuto fare a partire degli archivi di Cinecittà è stato emozionante. Nel film vediamo chicche come De Sica cantante, ma vediamo soprattutto il suo contesto storico.

Tutti i registi che ha intervistato sottolineano quanto la lezione di De Sica sia ancora attuale. Chi individua come suoi eredi?
Penso che l'unicità di De Sica sia legata al personaggio in sé, aveva uno stile molto personale. Però Alice Rohrwacher, Matteo Garrone e Jonas Carpignano sono registi che hanno saputo tradurre questa sua grande eredità. Bisogna essere molto bravi, loro tre lo sono. Un altro, che non ho potuto intervistare per motivi di impegni suoi, è Sean Baker. Magari più Un sogno chiamato Florida (guarda la video recensione) che Anora, o anche Red Rocket, sono film molto Desichiani per certi versi.

Dopo tanti documentari le è venuta voglia di realizzare un film di finizione?
Non solo mi è venuta voglia, l'ho anche scritto. Spero ci sia modo, compatibilmente con i tempi che viviamo. Ovviamente continuerò sempre a fare documentari. 


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