Alberto Gemmi racconta il cimitero di guerra tedesco del passo della Futa, luogo di un tempo di conflitto e ora di memoria. Al Biografilm.
di Giancarlo Zappoli
Nel labirinto di pietra del poco noto cimitero tedesco della Futa, sull’Appennino tosco-emiliano, memoria e oblio si intrecciano tra corpi dimenticati, riti teatrali e paesaggi che mutano. Il documentario intreccia questi elementi facendone emergere la tragica presenza.
Alberto Gemmi realizza non un classico documentario quanto piuttosto un’immersione in uno spazio architettonico sconosciuto per la grande maggioranza. Nel cimitero militare tedesco del passo della Futa sono sepolti più di 30.000 soldati (il più giovane aveva sedici anni) in una struttura architettonica a cui sottosta un pensiero che si è trasformato in arte che coinvolge un’altra forma d’arte. Perché in questo labirinto di pietre tombali, di cui vediamo i disegni preparatori, conservati con estrema cura, la compagnia teatrale Archivio Zeta torna ogni anno a recitare una versione de “La montagna incantata” di Thomas Mann ritualizzandone il contenuto che viene connesso alla Storia che quei luoghi hanno vissuto. Gemmi si avvale di materiali d’archivio che innerva con l’aiuto di testi che vanno da Cesare Pavese a Elias Canetti passando per Julio Cortázar e ci mostra anche come ogni anno vengano riproposte da figuranti in divise militari alcune fasi delle battaglie che si sono svolte in quell’area.