Ron Howard calibra l'alternanza tra gli interventi delle "teste parlanti" e si concede il tempo di dispiegare il clamoroso materiale iconografico a disposizione. In Special Screenings.
di Raffaella Giancristofaro
"Sono stato chiamato crudele manipolatore, eroe esistenziale, angelo della morte... ma sono maledettamente bravo a vedere". Inizia con le sue stesse parole il ritratto che Ron Howard ha realizzato di Richard Avedon (1923-2004), tra le Séances Speciales di Cannes 2026. Nell'originale, per la precisione, il celebre fotografo newyorkese in un'intervista d'archivio dice di sé: "I can see as a son of the bitch". In quell'espressione c'è il principio guida di questo documentario completo e rutilante.
Cioè tutta la caparbietà e la capacità di sondare l'umano, trovare se stesso negli altri, "rubare" l'espressione facciale o il gesto meno artefatti e più organici dei suoi soggetti. Che sono stati innumerevoli e molto rilevanti, ben oltre le paginate degli shootings, prima per "Harper's Bazaar", dove esordì nel 1947 con l'incarico di scattare alla prima sfilata postbellica di Dior, quindi per "Vogue" e "The New Yorker".
Con il fondamentale patrocinio della Richard Avedon Foundation e del suo direttore James Martin, Howard, in arrivo da recenti, analoghi profili, fortunatamente qui calibra l'alternanza tra gli interventi delle "teste parlanti" e si concede il tempo di dispiegare il clamoroso materiale iconografico a disposizione.