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Dove sta il confine tra l’umano e il cibernetico? Fin quanto possiamo spingerci e soprattutto è possibile replicare il cervello umano, con una matassa di cavi elettrici e qualche chip? La coscienza che non sappiamo dove sia collocata, che spesso attribuiamo ai nostri consimili come un superlativo, è un ramo che cresce solo se si è intelligenti e strabordanti di nozioni e dati?
Molti film nel passato si sono addentrati in queste strade buie, con una torcia teneramente fievole, lo stesso fa Jalongo con “Wider than the skaj”. Questo documentario da una parte ci ricorda le nostre peculiarità di umani, seguendo una compagnia di danza contemporanea nell’atto della creazione dello spettacolo, succede allora che le interazioni tra i danzatori, e la coreografa progressivamente strutturano all’unisono movimenti di un’armonia collettiva, consimile al volteggiare degli stormi nel cielo. Chissà se anche le nostre relazioni neuronali sono delle danze. Anche la musica sembra figlia di un riverbero lontano nel tempo, partita da un grande ancestrale bisogno di bellezza che sfugge le odierne nenie claustrofobiche delle serie tv netflixiane. D’altra parte però il regista ci ammonisce, ci ricorda che l’intelligenza artificiale è uno strumento come tanti, uno strumento che si è sviluppato nel seno del turbo capitalismo avanzato e che se ne deleghiamo l’espansione ai potenti lobbisti o ai multimilionari occhialuti nerd della Sillicon Valley che hanno passato la loro vita rinchiusi in una stanza davanti ad un schermo o alle multinazionali degli armamenti, o alle corporazioni pubblicitarie che ogni giorno affinano le loro armi per indurci a un consumo senza coscienza, ci ritroveremo a lasciare ai nostri figli un deserto più vasto di quello che abbiamo ereditato.
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