| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico |
| Regia di | Luca Miniero |
| Attori | Carmine Recano, Nicole Grimaudo, Bianca Nappi, Vincenzo Nemolato . |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 10 novembre 2025
Ispirata alla storia vera di Don Antonio Loffredo e tratta dall'omonimo romanzo.
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CONSIGLIATO SÌ
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Don Giuseppe Santoro, sacerdote da sempre impegnato nel sociale e vicino alle sofferenze delle persone, viene trasferito nel difficile quartiere napoletano della Sanità dopo che un gruppo di carcerati di Poggioreale fugge approfittando del progetto riabilitativo da lui creato in una fattoria. Ad accoglierlo trova una chiesa in rovina - non solo metafora del degrado del rione - e una squadra singolare: la saggia suor Celeste, l'eccentrico Asprinio e il famelico Lello. Lo spirito innovativo del parroco conquista gradualmente la fiducia della gente, soprattutto dei giovani, a cui propone di mettere in scena, in Chiesa, "Natale in casa Cupiello" di Eduardo. Intanto Sante e Stella sono la prima coppia a chiedergli di celebrare il loro matrimonio. Tuttavia, il suo impegno per il riscatto del quartiere si scontra presto con l'ostilità del boss Mariano Santella, la diffidenza della Curia e i fantasmi del passato, riaccesi dall'incontro con il suo primo amore, Manuela.
Ispirata alla storia vera di Don Antonio Loffredo e tratta dall'omonimo romanzo Noi del Rione sanità, la serie in sei puntate, diretta da Luca Miniero e conclusasi il 6 novembre 2025 su Rai 1, testimonia la possibilità di un cambiamento reale: un quartiere, un tempo simbolo di sofferenza e criminalità, diventa oggi una meta turistica e un esempio di impegno e riscatto sociale.
La fiction, pur essendo incentrata sulle iniziative di Don Loffredo, tra cui la riscoperta delle Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso, lascia la fede sullo sfondo, privilegiando un più ampio interesse per l'umano: «Le mie mani le vedevo e mi sembravano troppo pulite, sentivo il bisogno di toccare il dolore delle persone», dice Don Giuseppe, spiegando la sua decisione di indossare l'abito talare. Una scelta che si pone in contrasto con le aspettative del padre e della fidanzata di allora. La sua umanità, spesso anche ingenua, rende credibile il percorso di guida che intraprende: quello di un prete a cui piace "guardare le cose dall'alto", "senza mai sedersi", ma che sa porsi al livello delle persone, senza giudizio.
Nei panni del parroco, Carmine Recano, magnetico e sorridente, restituisce con sensibilità la tenacia e l'impegno del personaggio verso i giovani, mentre Vincenzo Nemolato dà vita ad Asprinio, figura spassosa, intensa e quasi poetica, dal tratto volutamente femmineo.
La regia e la fotografia restituiscono un'immagine autentica del Rione Sanità. Le inquadrature, spesso caratterizzate da una linea d'orizzonte vicina al suolo, comunicano la reciprocità e il profondo senso di appartenenza dei personaggi al loro quartiere. Si è così vicini a un'idea di Napoli che potrebbe dialogare con il recente Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi. Il ritmo narrativo alterna momenti scanzonati ad altri di intensa tensione drammatica, dominati soprattutto dai ricatti e dalle intimidazioni della criminalità, incarnata dal boss del quartiere.
Il vero motore della storia è, tuttavia, la comunità giovanile che si forma attorno alla parrocchia. Fin dalle prime puntate, i ragazzi si raccontano brevemente guardando direttamente in camera: un espediente che coinvolge lo spettatore nella narrazione e introduce il teatro come cardine della storia. La scelta di mettere in scena "Natale in casa Cupiello" non è solo un omaggio a Eduardo De Filippo, ma mostra, infatti, come il teatro possa diventare uno strumento di rinascita: uno spazio in cui i ragazzi scoprono un linguaggio nuovo per raccontarsi, giocare, evadere da quel contesto difficile. Il cast giovanile, si distingue per naturalezza e autenticità, offrendo interpretazioni credibili e sentite: un elemento che contribuisce in modo decisivo alla forza corale del racconto. Complici le canzoni di Lucariello, tra cui la sigla "Uè Mammà" interpretata da Morena Chiara, e le musiche originali di Corrado Carosio, Pierangelo Fornaro e La Bottega del Suono, che accompagnano e amplificano con efficacia il tono emotivo della serie.
Rimangono, tuttavia, alcuni passaggi didascalici e una sceneggiatura che a tratti risulta ridondante, mentre in altri momenti condensa eccessivamente il racconto. Ad esempio - per citare il caso più evidente - diversi snodi narrativi vengono affidati al personaggio di Matilde, talvolta in modo un po' forzato e poco coerente, per poi farla quasi scomparire dalla scena.
La serie ha comunque il merito di mostrare che anche nei luoghi più segnati dal dolore può germogliare la speranza concreta di un futuro che si può scegliere.
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