La città proibita |
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Un film di Gabriele Mainetti.
Con Enrico Borello, Yaxi Liu, Marco Giallini, Sabrina Ferilli.
continua»
Drammatico,
durata 137 min.
- Italia 2025.
- PiperFilm
uscita giovedì 13 marzo 2025.
MYMONETRO
La città proibita
valutazione media:
3,41
su
-1
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
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Divertimento a metà
di Fabio Ferzetti L'Espresso
Un sogno si aggira per Cinecittà: resuscitare il cinema di genere anni 70. I film di genere ve li ricordate.
Costavano poco, incassavano molto, nessuno sapeva il nome del regista (con rare eccezioni come Sergio Leone). E soprattutto creavano mondi fatti di pura meraviglia.
Questo ieri. Oggi le cose sono più complicate e per reinventare i generi (per ritrovare quella beata ingenuità) bisogna fonderne parecchi. Il bello de "La città proibita", da non confondere col film diretto da Zhang Yimou nel 2007, è che gioca a carte scoperte. Un terzo di Kung fu, un terzo di western spaghetti, un terzo di commedia romanesca, con Marco Giallini strozzino razzista e Sabrina Ferilli ristoratrice tradita nella parte del leone. Il tutto in zona Piazza Vittorio, la Chinatown romana, perché la Cina non è più vicina: è qui.
Tanto che nel film il rapper Maggio, cinese di Casalotti (Roma Nordovest), fa più o meno se stesso.
E qui ci avviciniamo all'ingrediente segreto (ci vuole sempre un ingrediente segreto): la quota edipica.
Il perno de "La città proibita" non è infatti il telefonato amore fra il giovane cuoco (Enrico Borello) e la campionessa di kung fu in cerca della sorella scomparsa (Yaxi Liu), che al primo incontro peraltro pesta il cuoco a dovere. Sono gli amori clandestini dei "grandi" come il padre del ragazzo (Luca Zingaretti), la passione segreta dell'amico di famiglia Giallini per la Ferilli, o l'amore non ricambiato del boss cine se (Chunyu Shanshan) per il figlio rapper a mettere un po' di pepe in queste avventure movimentate ma prevedibili. Se non, appunto, per i lati oscuri o vulnerabili degli adulti. E per il divertimento con cui Gabriele Mainetti e gli sceneggiatori Stefano Bises e Davide Serino sfornano dialoghi surreal -romaneschi con remix spesso esilaranti, da Patty Pravo a Fabrizio De André passando per Asterix.
Il problema, perché un problema c'è, è che tutto questo non genera uno spettacolo teso e lieve come vorremmo ma un film interminabile e pieno di punti morti, di sentimenti enunciati ma non sviluppati (anche i personaggi dei film d'azione devono avere sentimento), di combattimenti scanditi con puntualità da algoritmo, insomma di occasioni sfruttate a metà.
Come se il segreto del cinema di genere di una volta restasse tale perfino per i migliori (Mainetti incantò tutti con "Lo chiamavano Jeeg Robot"). Dov'è la falla?
Perché questi film suonano così spesso poco convinti ? È un problema di fattura, di mestieri perduti, di committenza, di mercato? O della solita Netflix? Per pietà, ridateci almeno un cattivo, un "villain" a cui addossare le colpe.
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