"Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?"
Di fronte al suo riflesso stropicciato dagli anni, Elisabeth Sparkle, un’imperiosa Demi Moore, attende disperatamente una lusinga che non arriverà mai. Ex star di Hollywood, riconvertita in conduttrice di un programma di aerobica, viene licenziata in tronco per ‘raggiunti limiti di età’. Il suo lato B non vale più la visione e centinai di glutei sodi fanno già la fila per rimpiazzarlo. Improvvisamente invisibile e fuori dai giochi, Elisabeth firma un patto col diavolo, che le offre una soluzione miracolosa: oltre il botox, oltre il classicismo di Eva contro Eva, oltre la colonizzazione della carne di La mosca. Coralie Fargeat infiltra l’immaginario glamour di Hollywood e approccia con lucida follia il mito dell’eterna giovinezza venduto a profusione dall’industria dello spettacolo. E nella corsa alla giovinezza, le donne sono eterne perdenti. Coralie Fargeat non teorizza l’annientamento prodotto dall’invecchiamento ma lo lavora, lo modella come argilla in un film organico di immagini materiche, di ferite aperte, di cicatrici, di escrescenze purulente. Il masochismo e l’automutilazione, a cui le donne sono implicitamente incoraggiate dalla dittatura della bellezza, si traducono in una violenza latente, poi in una tracimazione gore fino alla necrosi e alla putrefazione della carne.
Sotto quest’orgia di stile, che mescola l’estetica pop fluorescente a un dolore fisico più intenso che altrove, The Substance è un mattatoio esilarante e furioso, senza complessi o esclusione di colpi, che investe a fondo lo sguardo maschile, esagerandolo per minarlo meglio dall’interno. Dalla pelle di gomma di Elisabeth, che si spoglia letteralmente dello strato epidermico come in una muta, sorgono vischiose e toniche le natiche di Sue (Margaret Qualley è il ‘doppio’ giovane e performante di Elisabeth), bomba atomica che gode del suo sex-appeal. Celebrate senza moderazione in contre-plongée, avviliscono ‘pienamente’ la nudità scarnificata di Elisabeth (la matrice originale). Raramente il cinema ci ha costretti a guardare con tanta crudeltà i corpi ‘mutanti’ delle sue attrici, che succhia fino all’osso prima di gettarli nell’oblio. Rivoluzionaria di cuore e tagliatrice di teste, Fargeat punta il dito (medio) contro gli uomini e la società dei consumi con un’unica richiesta: la fine immediata dell’idolatria del giovanilismo e delle donne-oggetto. Membro del collettivo del 50/50, l’autrice porta sangue e sudore al suo mulino. Mulino che macina tutto e tutti, nessuno si senta escluso mentre il film assembra la carne livida delle sue eroine in un’ultima figura mostruosa e lynchiana. Un magma informe che sottolinea la natura gemellare delle sue star, rivali in due età diverse della loro vita e intrecciate adesso nella morte.
The Substance farà impazzire il pubblico, film politico, colpo di mano femminista, mostruoso, caustico, degenerante e rigenerante, è senza dubbio uno dei migliori body horror degli ultimi trent’anni. Tra azione orrorifica e magniloquenza, emoglobina e misandria sistematica, lo spettatore sale sulle montagne russe con euforia e terrore. Fargeat tratta l’horror e la commedia con lo stesso senso del grottesco. Tutto è bello, giovane e perfetto in questo paradiso hollywoodiano. Ma tutto così artificiosamente abbagliante da risultare inquietante. Di fatto dietro la leggerezza assunta dalla messa in scena qualcosa di molto feroce ribolle. La regista francese cavalca di nuovo l’esaltazione della bellezza del corpo femminile e la grossolana stupidità del comportamento maschile, osservando da (molto) vicino una donna schiava della sua immagine e un produttore ignobile (Dennis Quaid, Harvey nel film...). Negli ultimi anni: “diventare la versione migliore di noi stessi” è il tormentone dei coach di “crescita personale”. Coralie Fargeat prende alla lettera questa ingiunzione, che vuole controllare tutto dell’umano, compreso il suo lato oscuro, e ne fa la base del suo racconto allegorico. Ed è esaltante vederla concepire questa sorta di idra a due corpi, simbolo delle società occidentali alienate, per silurarla al cuore. Sotto la patina di un lussuoso B-movie cova una riflessione pertinente sulle nostre fratture interiori, sulla dittatura del giovanilismo e sullo stramaledetto culto dell’immagine di sé, che finisce per pietrificarci, come Medusa.