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francesco
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venerdì 17 ottobre 2025
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almod?var, tra hopper e joyce, un requiem intimo
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Con La stanza accanto Pedro Almodóvar sceglie la via della sottrazione: niente colori sgargianti, niente melodramma travolgente, ma un film intimo, scandito da dialoghi e silenzi che parlano di amicizia, di memoria, e della libertà di scegliere la propria fine.
Il cuore dell’opera pulsa nella parte finale, quando le due protagoniste — interpretate da una Tilda Swinton fragile e fiera e da una Julianne Moore intensa e composta — si ritrovano nella casa che diventa teatro dell’ultimo congedo. Su una parete, People in the Sun di Hopper: figure sedute alla luce, immobili e sospese, come presagi della stessa attesa che grava sulle due donne, ferme sul crinale tra la vita e la morte.
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Con La stanza accanto Pedro Almodóvar sceglie la via della sottrazione: niente colori sgargianti, niente melodramma travolgente, ma un film intimo, scandito da dialoghi e silenzi che parlano di amicizia, di memoria, e della libertà di scegliere la propria fine.
Il cuore dell’opera pulsa nella parte finale, quando le due protagoniste — interpretate da una Tilda Swinton fragile e fiera e da una Julianne Moore intensa e composta — si ritrovano nella casa che diventa teatro dell’ultimo congedo. Su una parete, People in the Sun di Hopper: figure sedute alla luce, immobili e sospese, come presagi della stessa attesa che grava sulle due donne, ferme sul crinale tra la vita e la morte.
E poi, oltre le finestre, arriva la neve. Non è la casa a esserne avvolta, ma il mondo esterno: la città, il paesaggio, la vita che continua. In quell’istante, Almodóvar lascia risuonare l’eco di Joyce: il finale de I morti, con la neve che cade su tutta l’Irlanda, diventa un manto che si stende anche qui, unificando vivi e defunti, ricordi e oblii, come se tutto fosse destinato a dissolversi in un’unica, bianca quiete.
La stanza accanto è un requiem pudico e poetico, che non offre catarsi immediata ma custodisce un’intensità lenta, sotterranea. È Hopper e Joyce insieme: la sospensione della luce e la malinconia della neve. Un film che non consola, ma accompagna, lasciando allo spettatore la sensazione di aver assistito a un addio che, pur nella sua durezza, brilla della più luminosa dignità.
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felicity
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giovedì 7 agosto 2025
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vero capolavoro, una lezione di cinema
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La stanza accanto è un film di cui è difficile dire perché dice tutto da solo, e con tale sublime eleganza e intelligenza da poter far sentire inopportuna qualunque parola in più.
La prima parte del film è uno di quei racconti à la Almodóvar, dove una chiacchierata tra vecchie amiche che si aggiornano sugli anni passati nel silenzio reciproco si trasforma in un racconto di funamboliche peripezie, con flashback che parlano di guerre, di abbandoni, di incendi, di figli, di amanti, di sesso. È la vita che esplode nei racconti di Martha, pallida e magrissima, che dal letto della clinica avvolta in ampi maglioni viola e blu o carezzata da eleganti giacche da camera, racconta a Ingrid quello che è stato.
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La stanza accanto è un film di cui è difficile dire perché dice tutto da solo, e con tale sublime eleganza e intelligenza da poter far sentire inopportuna qualunque parola in più.
La prima parte del film è uno di quei racconti à la Almodóvar, dove una chiacchierata tra vecchie amiche che si aggiornano sugli anni passati nel silenzio reciproco si trasforma in un racconto di funamboliche peripezie, con flashback che parlano di guerre, di abbandoni, di incendi, di figli, di amanti, di sesso. È la vita che esplode nei racconti di Martha, pallida e magrissima, che dal letto della clinica avvolta in ampi maglioni viola e blu o carezzata da eleganti giacche da camera, racconta a Ingrid quello che è stato.
Quando Martha lascia la clinica e torna a casa fermamente decisa a organizzare la propria dipartita, la messa in scena si fa infatti più sintetica e il melodramma viene silenziato, disinnescato. Il passato rocambolesco sparisce dalle immagini, niente più flashback, niente più storie, niente più tortuosità ma un lucido e metodico piano che prende forma circondato dei segni di quella vita dalla quale la donna sta per congedarsi.
Mobili, oggetti, libri, taccuini, film, fotografie, scatole, buste, fogli, tutto nella casa è traccia e sedimento, memoria senza mai nostalgia: la casa è li, accogliente, avvolgente come un abbraccio discreto. Ma non è li che Martha può morire. Ci vuole un’altra casa e una altro passaggio della messa in scena verso un’ulteriore asciuttezza, verso un’ulteriore svuotamento, verso un’ulteriore essenzialità.
Così Martha e Ingrid possono abitare insieme solo un nuovo spazio, uno spazio altro dove non c’è memoria, minimale ma non asettico, elegantissimo, ricercatissimo, ma dove nulla è personale o familiare: solo superfici, linee, vetrate, pieni, vuoti, dove i colori possono essere solo pieni, dove non ci sono sfumature, dove le porte possono essere solo aperte o chiuse, definitive.
E dove la morte può diventare un magnifico quadro composto con precisa meticolosità al momento giusto.
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marcus
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lunedì 7 luglio 2025
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martha, ingrid, damian e joyce
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Il senso di paralisi della volontà vissuto da Martha (nel senso che la società e le sue leggi le impediscono di esercitarla) diventa il pretesto molto metaforico per discutere della più ampia "paralisi" di una società oppressiva, ormai irredimibile che difetta soprattutto di capacità di immedesimazione. Una società in cui la compassione è assente, decisamente.
Joyce si respira lungo tutto il film a ben guardare e non solo mentre “la neve cade stancamente…stancamente come se scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti". Tutti i personaggi principali sono molto joyciani tanto che mi verrebbe da dire che il film è liberamente ispirato a “Gente di Dublino” (e non guardano forse le due amiche un film “The dead” titolo dell’ultimo dei racconti dell’omonima raccolta?)
Il film rappresenta, secondo me, una buona sintesi intensa e insieme amara tra riflessione interiore e analisi sociale.
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Il senso di paralisi della volontà vissuto da Martha (nel senso che la società e le sue leggi le impediscono di esercitarla) diventa il pretesto molto metaforico per discutere della più ampia "paralisi" di una società oppressiva, ormai irredimibile che difetta soprattutto di capacità di immedesimazione. Una società in cui la compassione è assente, decisamente.
Joyce si respira lungo tutto il film a ben guardare e non solo mentre “la neve cade stancamente…stancamente come se scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti". Tutti i personaggi principali sono molto joyciani tanto che mi verrebbe da dire che il film è liberamente ispirato a “Gente di Dublino” (e non guardano forse le due amiche un film “The dead” titolo dell’ultimo dei racconti dell’omonima raccolta?)
Il film rappresenta, secondo me, una buona sintesi intensa e insieme amara tra riflessione interiore e analisi sociale. Con una piccola nota forse non so quanto contemplata dal cineasta spagnolo:l’«introspezione» individuale (o autoanalisi o ripiegamento interiore) come si conciliano con la riflessione collettiva o l’analisi sociale? In che rapporto stanno i due termini? Allora, come si combinano il decadimento fisico personale di Martha e la decadenza della società più nel suo complesso? Forse la risposta il regista la dà già per scontata, poiché il “guardarsi dentro” rimane pur sempre il primo stadio di un percorso che dovrebbe sfociare poi, come inevitabile conseguenza, nell’accoglimento e nell’incontro tra differenti individui e differenti “ideali”. Seppure non tutti gli ideali hanno identica legittimità in un dato periodo storico. Ed è a partire da quest’ultima considerazione banale che si consuma lo scontro, invece molto “epico”, tra la volontà di Martha e la volontà della società vigente quella che vuole impedirle di aderire all’ideale della “dolce morte”.
Sulla questione eutanasia di Martha è stato già detto molto. Io invece qui vorrei soffermarmi sulle due figure emblematiche di Ingrid e Damian che nell’economia del film di Almodovar sembrano assurgere a rappresentanti di due visioni del mondo che appaiono opposte in superficie, ma che sembrano convergere ad un dato momento.
Riprendo quanto dice Damian, qui in veste di “avvocato del diavolo”, a Ingrid al "ristorante" che mi pare paradigmatico di questo discorso: Damian “... Le persone dovrebbero essere consapevoli dello stato del cazzo del pianeta su cui vivono…Stiamo rilasciando più CO2 nell'aria di quanto abbiamo mai fatto. Prima o poi, e ho paura che sarà prima, tutto questo andrà a farsi benedire. Niente accelererà la fine di questo pianeta più della sopravvivenza del neoliberismo e dell'ascesa dell'estrema destra. E noi li abbiamo proprio qui che marciano fianco a fianco…”. Come dargli torto? Sembra la fotografia spietata dei mala tempora che corrono. C’è un non so che di terribile in queste affermazioni e non semplicemente per la loro schietta brutalità. Forse il tutto si comprende meglio se confrontiamo la risposta di Ingrid che appare altrettanto terribile, a pensarci bene, seppure intrisa in apparenza di maggiore speranza e fiducia nel mondo e nelle persone: “…Non puoi andartene in giro a dire alle persone che non c'è speranza... sto vivendo ogni giorno pensando che troverò Martha senza vita, ma questo non mi impedisce di godermi ogni minuto con lei…perchéci sono molti modi di vivere dentro una tragedia,ovviamente mi fa soffrire, ma posso accettarlo e sto provando a vivere con la stessa gioia che ha lei e con la stessa gratitudine”.
A parte l’encomiabile comportamento di Ingrid verso Martha, dov’è qui il problema, allora?
“Ci sono molti modi di vivere dentro una tragedia”, dice Ingrid. O ci sono soltanto “molti modi di crogiolarsi in una tragedia?”. Eh già, perché forse ciascuno di noi in questo momento storico si sente come l’orchestrale del Titanic che continua a suonare mentre la nave affonda inesorabilmente. E allora non si può che provare a “godersi il momento presente” così com’è, seppure angoscioso. Questo è tutto? Non rimane che trarre dai sintomi della sofferenza il massimo del vantaggio secondario che ci è consentito? Che è poi la logica che rifiuta categoricamente Martha quando ha deciso che non c’è alcun vantaggio nella sofferenza e sceglie di porre fine ai sintomi procurandosi la morte. Poiché questi sintomi diventano unici testimoni dell’esistenza di Martha. Un’esistenza che finisce semplicemente per accadere nel suo ripetersi ininterrotto e senza meta. Il cancro le preclude ormai qualsiasi promessa di futuro e di scopo.
Ingrid e Damian forse rappresentano due modi di vivere la rassegnazione. Uno rinunciatario e arrendevole e un po’ “vigliacco” persino (Damian) e l’altro in apparenza più energico, reattivo, stoico a suo modo (Ingrid). E tuttavia speculari pur nella loro apparente asimmetricità. A loro modo entrambi esprimono la stessa identica assenza di speranza alla fin fine. Sprofondati come sono tutti e due in un “abisso temporale” sospeso tra un passato che non passa e un futuro che non c’è. “Conoscono cosa è accaduto. Vivono ciò che accade e sanno cosa accadrà”. Ma tutta questa splendida consapevolezza non gli servirà a niente, non eviterà la catastrofe. Il regista è carico di un pessimismo inconsolabile, pare, davvero joyciano, quando fa dire a Damian “Beh è tragico forse… è spiacevole sentirmelo dire, ma non ho più alcuna fiducia che la gente faccia la cosa giusta”. Damian non dice esattamente che la gente è idiota nel suo approccio agli altri e al mondo,soggiogata com’è da credenze balzane e pregiudizi e stereotipi, sempre incapace di pensare razionalmente e di comprendere il mondo, sebbene credo che Joyce avrebbe apprezzato certa invettiva visto che lui a suo tempo ci andava giù duro con i suoi conterranei in veste di esemplari significativi di certa umanità incorreggibile.
Dunque, ecco Damian impassibile, cinico, diremmo, nella sua consapevolezza tragica (l’immobilità del volto di Turturro è esemplare in tal senso) che le leggi dell’economia (il neoliberismo) ormai prevalgono su quelle della politica. Ingrid, invece, più ottimista, è disposta a credere che tutto sommato c’è pur sempre vita. C’è della moralità in una umanità che continua a svilupparsi. Anche se per svilupparsi è disposta a sacrificarne una parte. Ingrid qui dovrebbe rappresentare la “potenza della vita”, ma anche della stessa ragione, forse, che prevalgono sul disfattismo cosmico. Da un lato Damian che si rassegna all’esaltazione realista, ormai imperante, della crudeltà che può venire tristemente accertata dalla nostra esperienza quotidiana. E dall’altro Ingrid, rassegnata pure lei, che però si fa ispirare più volentieri dall’astrattezza metafisica della pietà.
Ma ciò che è peggio è che abbiamo finito, forse per un meccanismo di difesa, per giudicare come occasionale o fortuita la situazione tragica del pianeta agonizzante. È qui la vera tragedia, forse, che i due protagonisti incarnano inconsapevolmente. E come reagiscono i due ex amanti alla tragedia che incombe? Da una parte, Damian, che oppone il classico cammino esistenziale individuale. Ovvero l’illusione di chi, stanco e rassegnato all’andazzo del mondo, per sentirsi a posto con la propria coscienza e preservare la propria purezza ideologica si rifugia nel comodo cantuccio del radicalismo solitario. Ma sarà saggio reagire al neoliberismo e all’avanzata delle destre estreme e alle loro conseguenze con altrettanto egotismo asociale individuale? All’opposto Ingrid che invece vuole provare a godersi ogni momento di vita che rimane per quanto doloroso sia. In ogni caso tutti e due si considerano spacciati, mi pare.
E la condizione di Martha non sembra la metafora di ciò che stanno vivendo Damian e Ingrid? Tutti vivono a loro modo una condizione di “totale incapacità/impossibilità di agire: Martha non può agire la propria volontà di morire se non ricorrendo al sotterfugio illegale della pillola letale scovata nel dark web, ma anche gli altri due sono o si sentono comunque assolutamente impotenti e incapaci di agire in un mondo che “andrà a farsi benedire, ho paura, prima che poi”. E allora non resterebbe a ciascuno che cimentarsi nella prova della mera sopravvivenza in attesa dell’inevitabile? Martha riesce a ribellarsi al (proprio) destino, e rifiuta il mero pensiero della sopravvivenza quello che diventa azione senza scopo, fine in sé. Martha si assicura paradossalmente con la propria morte autoprocurata ancora un’ultima “possibilità di azione” e prima che sopraggiunga il deterioramento definitivo causato dal cancro.Certo, può apparire paradossale trasformare – l’atto finale della morte nell’inizio di qualcosa che si rivelerà una fine -. “Il cancro non mi avrà. Perché me ne sarò andata molto prima e per mia volontà”. E non c’è niente da capire. Questo è il modo in cui Martha ha scelto di combattere la sua battaglia. E non si rassegna alle ingiunzioni dei giudici, dei politici e dei poliziotti “uomini di fede” che vorrebbero piegarla alla loro ossessione di “vita ad ogni costo” e che vogliono imporle le loro buone e sante ragioni per vivere.
E quale possibilità di azione resta invece a Damian e Ingrid di fronte all’agonia del mondo e di quella personale, seppure più simbolica, intesa qui come senso di inanità di fronte al destino del pianeta?- . Come condurranno le rispettive battaglie i nostri due “eroi?”. Che le persone comincino a suicidarsi in questo mondo agonizzante – non appare una soluzione immediatamente praticabile proprio concretamente. Tutto sommato la condizione di Ingrid e Damian non è “terminale” come quella di Martha. Seppure anche la loro condizione possa considerarsi estrema, borderline, diciamo così. “Terminali” di lunga scadenza, potremmo definirli, cioè tenuti in vita ad oltranza attraverso una sedazione massiva delle coscienze che dovrebbe alleviare il fatidico mal di vivere.
A Damian e Ingrid non resta che l’astrazione pura quella che non ha alcuna ricaduta nella realtà fattuale. E l’arte del mugugno sterile o la fiducia da anime belle la fanno da padroni. Insomma a Ingrid e Damian il massimo dell’azione che gli è concessa è osservare l’azione stessa di questo mondo che va a farsi benedire. A loro non rimane che limitarsi unicamente a descrivere ciò che accade. Un po’ come fa Damian nelle sue conferenze prive di passione. O come quando si rifugia nei maledetti ricordi e ripensa a quando “un giorno senza sesso era sempre un giorno incompleto”. Nient’altro che ricordi che però lo isolano ancora di più nel maledetto pensiero e sembra quasi come uno che non sa nemmeno dov’è in realtà e che ci fa qui. Insomma, l’introspezione non sembra una risposta all’infelicità personale, né ai mali del mondo. Certo c’è anche l’arte che dà sollievo come gli suggerisce Ingrid, sebbene,risponde Damian, “ogni poeta al mondo che scrivesse una poesia sulla crisi climatica non salverebbe nemmeno un albero”.
Qui Damian mobilità tutto il “realismo” che cova dentro di sé nel momento in cui ci informa che non crede affatto che l’arte possa rappresentare una salvezza per l’umanità. Non è facendo della poesia che salveremo gli alberi o che cancelleremo ogni sorta di ingiustizia o di altra meschinità umana.
Damian sembra quasi disprezzare l’arte perché in quanto tale essa esiste per testimoniare fatalmente proprio la miseria umana. Paradossalmente non esisterebbe l’arte se non ci fossero le miserie umane. Allora, l’arte esiste unicamente per poterla mostrare la miseria.
“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” e di “artisti”, sarebbe il caso di dire
Dunque, Ingrid o Damian? Chi dei due ha ragione? Chi è più morale tra i due? Come gestire l’incertezza? La reazione nichilista isolazionista di Damian che si strugge nei ricordi di un passato nostalgico o il vitalismo speranzoso che sa un tantino di “Rifiuto/Diniego”di Ingrid che si concentra sul presente e si protegge dal pensiero agghiacciante dell’inevitabilità della morte stessa? Tuttavia, la posizione ideologica di Damian, o il suo intimo cinico convincimento, non credo che lo porterebbero per principio a negare aiuto a chi ne avesse bisogno. Non è il caso di farne una questione morale di “giusto o sbagliato”. Si tratta di fare una scelta. La scelta di come vivere l’agonia personale. Sia che si tratti del declino fisico causato da un cancro, sia che si tratti di come affrontare quotidianamente la realtà esterna di un mondo in stato di coma morale ed etico forse irreversibili. A ciascuno il suo (modo), dunque. E allora, Damian o Ingrid? Poco importa! Perché in un modo o nell’altro il tormento continuerà e l’esito finale è assicurato. Forse! O come direbbe Ingrid “non può essere il suicidio collettivo la soluzione” alla miseria umana. Basta starsene lì ad aspettare…!
Belle le musiche che personalmente ho trovato evocative di certe atmosfere Hitchcockiane.
3 stelle e 1/2 ad Almodovar
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(di aleksieviv)
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edmund
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venerdì 4 luglio 2025
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anche i ricchi muoiono
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Anche i ricchi muoiono
Ebbene sì! Anche i ricchi muoiono. E come da copione, con i soldi che si ritrovano (qualcuno se li è pure sudati) possono scegliersi la vita e, udite udite, finanche la morte si scelgono. Che ci faccia ancora arrabbiare un’ovvietà del genere può soltanto farmi apprezzare di più l’invidia sociale come motore di cambiamento di ogni tempo e base di tutte le rivoluzioni a cominciare da quella francese che, sarebbe bene non dimenticare mai, fu rivoluzione borghese per eccellenza e prima di tutto.
E come muore un sottoproletario che si deve affidare alle amorevoli cure del sistema sanitario nazionale americano o italiano? (quest’ultimo molto meglio di sicuro) E che è costretto a muoversi in un monolocale di 30 metri quadri? Preghiamo Almodovar di scriverci su il prossimo film così da accontentare tutte le classi sociali più indigenti cui appartengo anch’io (giusto per fugare qualunque equivoco dei soliti ben pensanti e falsamente progressisti).
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Anche i ricchi muoiono
Ebbene sì! Anche i ricchi muoiono. E come da copione, con i soldi che si ritrovano (qualcuno se li è pure sudati) possono scegliersi la vita e, udite udite, finanche la morte si scelgono. Che ci faccia ancora arrabbiare un’ovvietà del genere può soltanto farmi apprezzare di più l’invidia sociale come motore di cambiamento di ogni tempo e base di tutte le rivoluzioni a cominciare da quella francese che, sarebbe bene non dimenticare mai, fu rivoluzione borghese per eccellenza e prima di tutto.
E come muore un sottoproletario che si deve affidare alle amorevoli cure del sistema sanitario nazionale americano o italiano? (quest’ultimo molto meglio di sicuro) E che è costretto a muoversi in un monolocale di 30 metri quadri? Preghiamo Almodovar di scriverci su il prossimo film così da accontentare tutte le classi sociali più indigenti cui appartengo anch’io (giusto per fugare qualunque equivoco dei soliti ben pensanti e falsamente progressisti).
Ci sarebbe da augurarsi che ci fossero ancora borghesi illuminati che invece che pensare tutto il giorno a come fregare il fisco avessero a cuore ancora il bene comune. E per bene comune ci metterei, secondo me, anche la possibilità, trasversale a tutte le classi sociali, di poter scegliere come e quando morire. Se i ricchi sfruttassero la propria posizione sociale e le proprie influenze per favorire leggi che finiscono poi per tutelare i diritti di tutti e a prescindere dalla disponibilità finanziaria di ciascuno, io di certo non mi metterei a polemizzare beceramente contro le classi “superiori”.
Allora, se per leggere il film riuscissi a liberarmi momentaneamente delle lenti classiste di foggia fondamentalmente marxiana allora forse proverei a spostare l’attenzione verso alcuni contenuti che avrebbero meritato maggiore considerazione da parte di certa platea.
I ruoli di genere, la guerra, le sorti del pianeta, la questione climatica, la faccenda della democrazia moderna e le sue prospettive. E poi la questione della sessualità e il sesso (sfrenato?) come antidoto a tutti i dolori del mondo (qui Almodovar mostra una quasi ossessione per l’argomento e ce lo deve mettere dappertutto il sesso come il prezzemolo altrimenti scoppia. Almodovar l’ultimo dei freudiani) Tutte questioncine molto legate tra loro e che mettono paradossalmente in secondo piano la morte della protagonista. Ecco forse se un appunto grande si può fare al regista è di aver messo insieme un sacco di temi che avrebbero meritato ciascuno un film dedicato. Ma forse era questa l’intenzione del regista? Affogare il tema dell’eutanasia e del suicidio assistito in questioni che hanno un respiro più collettivo e sociale? Come a dire che il dolore privato è in fondo ben poca cosa se paragonato al dolore più diffuso della società nel suo complesso destinata all’autodistruzione se non daremo risposte celeri ed efficaci nel più breve tempo. Parafrasando “Rick Blaine” che si rivolge accoratamente a “Ilsa Lund” sembra quasi che il regista voglia far dire a Martha prima di lasciare l’amica Ingrid e volgendosi a quest’ultima: “...Le pose da eroina non mi piacciono, ma tu sai che i problemi di due piccole persone come noi (le mie metastasi, la nostra amicizia) non contano in questa immensa tragedia” (“La stanza accanto” come “Casablanca?”) Insomma le questioni sociali hanno la priorità sulle questioni private e in tutte le epoche? Ma a pensarci bene, l’eutanasia o il suicidio assistito non sono forse anche queste questioni sociali? E che toccano nel profondo l’essenza stessa di una convivenza sociale che va oltre la mera “territorialità sovrana” e che voglia dirsi minimamente civile?
E se i ricchi non spendessero per il lusso i poveri morirebbero di fame! È ancora così purtroppo ed è inutile negarselo. E conviene ogni tanto ristudiarlo Marx soprattutto in questi tempi di tragedia.
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(di armando )
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fabio silvestre
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giovedì 3 luglio 2025
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il resoconto di una vita
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il film è ambientato a New York e ha come protagoniste Ingrid, famosa scrittrice, e Martha, corrispondente di guerra, malata di tumore che non vuole più sottoporsi alle terapie mediche in ospedale e chiede all'amica Ingrid di starle vicino nel momento in cui assumerà una pillola acquisitata sul dark web per porre fine alla sua esistenza senza ulteriore sofferenze fisiche e per questo affitta una villa immersa nel verde nella cittadina di Woodstock. La sceneggiatura di Almodovar, basata su un romanzo, ha come temi principali la vita e la morte e pone la sua attenzione in particolare al resoconto che Martha fa della propria vita, sulle scelte giuste o sbagliate fatte nell'ambito familiare con la propria figlia, sul proprio lavoro, sui propri sogni e quindi dalle riflessioni che la stessa comunica alla sua amica si ritiene pronta per andare.
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il film è ambientato a New York e ha come protagoniste Ingrid, famosa scrittrice, e Martha, corrispondente di guerra, malata di tumore che non vuole più sottoporsi alle terapie mediche in ospedale e chiede all'amica Ingrid di starle vicino nel momento in cui assumerà una pillola acquisitata sul dark web per porre fine alla sua esistenza senza ulteriore sofferenze fisiche e per questo affitta una villa immersa nel verde nella cittadina di Woodstock. La sceneggiatura di Almodovar, basata su un romanzo, ha come temi principali la vita e la morte e pone la sua attenzione in particolare al resoconto che Martha fa della propria vita, sulle scelte giuste o sbagliate fatte nell'ambito familiare con la propria figlia, sul proprio lavoro, sui propri sogni e quindi dalle riflessioni che la stessa comunica alla sua amica si ritiene pronta per andare.... La storia, nonostante la drammaticità del soggetto, scorre in modo lineare e tranquilla anche grazie alla bella interpretazione delle 2 attrici protagoniste, cui si aggiunge una piacevole colonna sonora. Voto: 7/10.
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la criticadora de pelicula
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mercoledì 18 giugno 2025
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la stanza accanto, anzi di sotto
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Nella stanza accanto, anzi di sotto, in una bellissima casa nel bosco, c'è Ingrid, la quale si deve dimensionare con la paura della morte: quella imminente di Martha, l' amica malata terminale, intenzionata a farla finita prima che il cancro la divori.
Martha deciderà quando andarsene e Ingrid lo dovrà scoprire, con tutte le angosce del caso, scrutando ogni giorno la porta della stanza dove alloggia l' amica. Chiusa sarà il segnale certo (o quasi) che Martha è dipartita.
Questo in sintesi il nocciolo di una storia molto ben recitata: la morte affrontata con coraggio da entrambe le protagoniste. Un evento che tocca tutti nessuno escluso, e che Ingrid avversa ritenendolo quasi inconcepibile, ma per Martha rappresenta una necessità sempre più urgente.
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Nella stanza accanto, anzi di sotto, in una bellissima casa nel bosco, c'è Ingrid, la quale si deve dimensionare con la paura della morte: quella imminente di Martha, l' amica malata terminale, intenzionata a farla finita prima che il cancro la divori.
Martha deciderà quando andarsene e Ingrid lo dovrà scoprire, con tutte le angosce del caso, scrutando ogni giorno la porta della stanza dove alloggia l' amica. Chiusa sarà il segnale certo (o quasi) che Martha è dipartita.
Questo in sintesi il nocciolo di una storia molto ben recitata: la morte affrontata con coraggio da entrambe le protagoniste. Un evento che tocca tutti nessuno escluso, e che Ingrid avversa ritenendolo quasi inconcepibile, ma per Martha rappresenta una necessità sempre più urgente.
Almodovar sortisce ancora volta una pellicola al femminile, perché sono soprattutto le donne a confrontarsi con i temi fondamentali dell' esistenza.
Nella regione dove è nato, la Mancha, è molto vivo il senso della morte come un trapasso naturale, e l' adesione all' eutanasia come possibilità e come diritto è evidenziato nel film in modo lucido e toccante, senza pietismi, anzi.
Di contorno alla vicenda vengono trattati altri temi come l' incapacità di essere genitori, la crisi climatica, la guerra.
È il quadro, evidenziato dalle conversazioni tra le due donne e con l'amico in comune, di un mondo, di un umanità che sta andando verso il declino. Parallelo interessante con la vicenda intima.
Il finale è di speranza: Martha si riscatta in extremis con la figlia Michelle affidandola ad Ingrid, che anche in questo caso dimostra un' empatia commovente.
Quella di cui tutti noi, tutto il mondo ha bisogno.
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no_data
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venerdì 14 febbraio 2025
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applausi!
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Nella piega super conformista di questo sito - amato e assiduamente visitato - le sue recensioni sono una boccata di ossigeno.
E` triste vedere recensioni incischiate nel mood di accontentare la mediocrita`.
La dovrebbero coprire d'oro caro Thomas in effetti sorregge il mito che affonda.
G R A Z Z Z I E
Ma Dhyane Nishanga
ps - complimenti anche per la sua su - IL BRUTALIST nel coro dei plaudenti sionisti e` addirittura coraggiosa
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gigi
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domenica 2 febbraio 2025
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film bello ma non bellissimo
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Anche io sono stato leggermente infastidito dall'elitismo intellettuale e alto-borghese dei protagonisti: una reporter di guerra del NYT, una scrittrice di successo, un esperto disilluso di cambiamenti climatici...continui riamandi e riferimenti letterari alti (Joyce, Faulkner), ad una eleganza esclusiva fatto di appartamenti a Manhattan, affacci fioriti sullo skiline della grande mela, maglioni multicolori fatti a mano, quadri di Hopper alle pareti e scatole di caramelle di Dolce e Gabbana (anche, mi sembra, una foto di Scianna alla parete...). Si potrebbe perfino dire che si tratta degli sconfitti delle elezioni del 6 novembre scorso, mentre il poliziotto che indaga sul suicidio di Martha rappresenta, in maniera peraltro relativamente sobria, la metà vincente.
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Anche io sono stato leggermente infastidito dall'elitismo intellettuale e alto-borghese dei protagonisti: una reporter di guerra del NYT, una scrittrice di successo, un esperto disilluso di cambiamenti climatici...continui riamandi e riferimenti letterari alti (Joyce, Faulkner), ad una eleganza esclusiva fatto di appartamenti a Manhattan, affacci fioriti sullo skiline della grande mela, maglioni multicolori fatti a mano, quadri di Hopper alle pareti e scatole di caramelle di Dolce e Gabbana (anche, mi sembra, una foto di Scianna alla parete...). Si potrebbe perfino dire che si tratta degli sconfitti delle elezioni del 6 novembre scorso, mentre il poliziotto che indaga sul suicidio di Martha rappresenta, in maniera peraltro relativamente sobria, la metà vincente. I dialoghi li ho trovati equilibrati, non mi sembra che cadano nell'autocompiacimento (Allen, qualche volta) né nell'elucubrazione (Bergman, spesso). La storia è al 90% al femminile e lo trovo un punto di valore che ha una buona risonanza nell'umore contemporaneo oltre che nello stile di Almovovar. Trovo il personaggio di Martha leggermente egoista, in quanto in realtà non ha bisogno di Ingrid (si tratta di suicidio e non di eutanasia procurata), ma la usa per scaricare su di lei comprensibili paure con un dettaglio leggermente sadico, quando lascia apposta la porta chiusa per vedere la reazione dell'amica alla propria morte. Il prodotto finale è comunque molto ben confezionato, direi, quasi troppo. Pensavo di uscirne con l'idea di tagliarmi le vene e invece no. Non ultimo, il tema un po' ambiguo del ritorno della figlia ("a immagine e somiglianza"), un identico che forse è tale solo negli occhi di Ingrid, un fantasma sostitutivo che dona sollievo all'amica, operando una specie di riconciliazione postuma, una sutura di identità e di affetto che ha la sua chiave nella disponibilità della figlia alla comprensione e al perdono.
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valeguitar
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lunedì 27 gennaio 2025
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non bastano due fuoriclasse
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Un film è un po' come una pietanza, per farlo venire bene non basta prendere degli ingredienti di qualità se poi non si riesce ad amalgamarli bene. E purtroppo, lo dico con grande rammarico, il grande Pedro non è stato capace di sfruttare al meglio due attrici meravigliose, che in questo caso danno vita a una prova attoriale molto al di sotto del loro standard (per esempio, confrontate la Julianne Moore di "Still Alice" e quella di questo film, un abisso). Un film noioso, con una sceneggiatura piattissima e la discutibile scelta di ricorrere, in maniera quasi ossessiva, a primi piani sui bei volti delle protagoniste. Il risultato è che le emozioni stanno a zero, una pellicola del genere dovrebbe rendere lo spettatore pienamente partecipe del dramma del fine vita e invece non si vede l'ora di uscire dalla sala.
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Un film è un po' come una pietanza, per farlo venire bene non basta prendere degli ingredienti di qualità se poi non si riesce ad amalgamarli bene. E purtroppo, lo dico con grande rammarico, il grande Pedro non è stato capace di sfruttare al meglio due attrici meravigliose, che in questo caso danno vita a una prova attoriale molto al di sotto del loro standard (per esempio, confrontate la Julianne Moore di "Still Alice" e quella di questo film, un abisso). Un film noioso, con una sceneggiatura piattissima e la discutibile scelta di ricorrere, in maniera quasi ossessiva, a primi piani sui bei volti delle protagoniste. Il risultato è che le emozioni stanno a zero, una pellicola del genere dovrebbe rendere lo spettatore pienamente partecipe del dramma del fine vita e invece non si vede l'ora di uscire dalla sala. Inutile dire che il Leone d'oro vinto a Venezia mi risulta del tutto incomprensibile, a volte ho l'impressione che si preferisca premiare "il mostro sacro" prescindendo dall'effettiva qualità dell'opera. Dunque delusione totale, Pedro per favore torna in Europa e lascia perdere questi temi così "impegnati" che, evidentemente, non sono nelle tue corde.
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eugenio
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sabato 18 gennaio 2025
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due donne, una malattia, un incontro
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Due donne, non le madri parallele. Due destini diversi nati in una redazione di una rivista: Ingrid (Julianne Moore) diventata scrittrice, Martha (Tilda Swinton), reporter di guerra. Accade che la prima a New York per la presentazione di un libro scopre che la seconda è malata di cancro senza scampo. Nel legame che la malattia induce, Ingrid chiede a Martha di accompagnarla in una villa nel verde, stando accanto a lei nella stanza attigua, in attesa che l’eutanasia faccia effetto.
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Due donne, non le madri parallele. Due destini diversi nati in una redazione di una rivista: Ingrid (Julianne Moore) diventata scrittrice, Martha (Tilda Swinton), reporter di guerra. Accade che la prima a New York per la presentazione di un libro scopre che la seconda è malata di cancro senza scampo. Nel legame che la malattia induce, Ingrid chiede a Martha di accompagnarla in una villa nel verde, stando accanto a lei nella stanza attigua, in attesa che l’eutanasia faccia effetto. In mezzo, il ritrovarsi in quel breve tempo tra ricordi sopiti, rimorsi di amicizie mancate nell’estremo atto di convincimento.
Non un film retorico La stanza accanto, quanto un do ut des finale in una decisione dibattuta e ancora oggi controversa che scivola in due ore a prediligere la bellezza della luce sull’atto fatale. Un dialogo tra donne, che evita la morte come tabù nella consapevolezza di un bilancio interiore figlio di un grande coraggio. Parole e parole, scrivere della morte del resto serve a esorcizzarne l’effetto. E Almodovar lo fa con rispetto, senza lacrima, con algida freddezza. Da vedere
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