Con Emilia Pérez - al cinema dal 9 gennaio - il regista francese conferma che il cinema è un’avventura sempre nuova e sorprendente. Almeno per lui che da più di trent’anni non smette di rinnovarsi, destreggiandosi coi codici del cinema di genere.
di Marzia Gandolfi
Con Emilia Pérez Jacques Audiard conferma che il cinema è un’avventura sempre nuova e sorprendente. Almeno per lui che da più di trent’anni non smette di rinnovarsi, destreggiandosi coi codici del cinema di genere: dal noir (Sulle mie labbra) al western (I fratelli Sisters (guarda la video recensione)), passando per il moderno marivaudage (Parigi, 13Arr.), girando in tamil (Dheepan – Una nuova vita) o in spagnolo (Emilia Pérez), variando le forme, imponendo cast diversi e dinamici. A 72 anni, Audiard realizza Emilia Pérez, un ufo musicale su un trafficante di droga transgender, che vince a Cannes il Premio della Giuria e fa guadagnare alle sue attrici (Karla Sofía Gascón, Zoë Saldaña, Selena Gomez) un premio collettivo per l’interpretazione. Ha 42 anni quando debutta da regista, prima è stato montatore e sceneggiatore, e forse per questo non appartiene alla sua generazione, quegli autori emergenti che imporranno come Arnaud Desplechin o Olivier Assayas un cinema generazionale più o meno autobiografico. Perché fare un film sulla propria generazione è fare un film autobiografico. Audiard sviluppa un altro rapporto col presente che si ripete ma senza che qualcosa lo preceda o necessariamente lo segua. La sensazione, per noi che guardiamo, è che ogni nuovo film sia come un primo film anche se a incrociarsi da un’opera all’altra sono gli stessi temi: la violenza dei padri (non è mai ‘raccomandabile’ essere figli nei film di Audiard), il racconto di formazione, l’affermazione dell’individuo in faccia ai padri o alla società, a cui si accompagnano costanti lo spessore drammatico e la ricerca formale. Ricerca che produce oggi un vero e proprio film trans-identitario, che cambia continuamente genere (telenovela, crime, musical, melodramma…) a immagine della storia e della sua protagonista, Karla Sofía Gascón, attrice incredibilmente libera e sfrontata che combina la dolcezza e la femminilità con una sorta di solidità maschile. Ironica e intelligente, è al centro di un’opera emozionante che abbraccia l’eccesso e la tragedia, il melodramma e il kitsch, celebrando la sorellanza e la redenzione.
Associato sovente a uno stile cinematografico virile, Audiard passa al femminile, in tutti i suoi stati e in tutte le sue forme, declinandolo per tre e tirando le fila di un discorso cominciato qualche film prima. In poche inquadrature ellittiche di I fratelli Sisters (guarda la video recensione) – già il titolo è un’intenzione - il regista ci fa di sentire l’agonia del cowboy in un mondo senza donne. Più che il titolo del suo debutto, Regarde les hommes tomber suona allora come un vero e proprio programma cinematografico. Dal principio i suoi sono “uomini che cadono” e Audiard li guarda a turno sprofondare (Mathieu Kassovitz) o risorgere (Tahar Rahim). L’autore e il suo cinema hanno un rapporto complesso con la mascolinità. I suoi film si concentrano su mondi decisamente maschili, a volte persino violenti, mettendo in discussione il fallimento della virilità dei suoi personaggi. Virilità che intendono come manifestazione e applicazione della loro superiorità sugli altri. Un concetto forte e talmente collocato nell’ordine delle cose intellettuali che il regista cerca di sovvertirlo, raccogliendo gli uomini quando sono a terra secondo una strategia di inversione più evidente con l’evoluzione dei costumi e degli standard di rappresentazione.
La mascolinità tossica non gli impedisce di filmare questi uomini, membri della Resistenza, mafiosi, delinquenti, agenti immobiliari, profeti, pugili, cowboy…, senza complessi perché Audiard li riprende in modo diverso, come le donne. E c’è naturalmente qualcosa di molto erotico in questo. Sono uomini che assumono perfettamente la loro femminilità. La qualità che pensavamo fosse riservata agli artisti anglosassoni e alla cultura shakespeariana del cross-dressing, gli attori possono interpretare sia uomini che donne, Audiard la rivela in Mathieu Kassovitz o Romain Duris. Non c’è dibattito tra gli attori sulla “virilità”, basta pensare a Harvey Keitel in Rapsodia per un killer o Lezioni di piano…, a Jeremy Irons e più indietro a Marlon Brando o a James Dean. Con la sola eccezione di Gérard Depardieu, che con Bertrand Blier cerca la donna che dorme nel cuore degli uomini (Tenue de soirée è il bel titolo francese), la Francia sembra più imbarazzata sulla questione. Ma poi arriva Audiard e i suoi uomini di “ruggine e ossa”, dei combattimenti a mani nude che sembrano dannosamente (e dannatamente) constatare un universo maschile incapace, se lasciato a se stesso, di trascendere lo stato di natura. È necessario l’elemento femminile per strutturare il conflitto in una direzione che non è più quella dell’abbattimento ma della costruzione di una vita.
Tra l’almodrama e Les Parapluies de Cherbourg, Emilia Pérez fa sentire la sua urgenza e il suo desiderio di vivere altrimenti, è una favola sull’identità e dà il calcio definitivo all’iper-virilità. E allora ascolterete Manitas (Karla Sofía Gascón), un blocco di muscoli tatuati e denti d’oro, cantare in un sussurro cristallino, in una gamma fragile, il suo desiderio di essere un’altra, meglio, di diventare chi è sempre stata. Una forma di redenzione per un narcotrafficante che trasfigura la sua vita e quella del suo Paese irriducibilmente e balordamente machista. Una professione di fede anti-virile di un autore che si spinge fino all’ode transgender con empatia e galvanizzato dal potenziale romanzesco di questa fenice contemporanea. Con la trans-identità a tornare è l’eterna ‘nota’ di Audiard, che ha sondato la brutalità dei padri e la loro tenerezza inibita. Cambiando sesso, Emilia ha finalmente ucciso il macho dentro di lei? Il narcotrafficante ha davvero rinunciato alla sua onnipotenza? Non è così semplice, nel film come nella vita, e il passato chiede il conto. Nell’attesa, agli uomini non resta che reinventarsi, come Audiard che assume il “realismo magico” di García Márquez e suona Brassens con una banda di ottoni (“Les Passantes”) durante la processione di “Santa Emilia”.