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Una terrificante galleria di chlichè, trattati molto meglio in decine di altri film del genere. Erotismo di maniera, thriller non pervenuto. L'unica novità del film è l'ossessione per il politicamente corretto e l'inclusione (donne, donne di colore, gay). Non si capisce bene se chi ha scritto la sceneggiatura lo sostenga o, più probabilmente, voglia evidenziarne l'esasperazione, aderendo alla linea dell'ultimo Trump (o del Trump de noantri, ovvero Cruciani). La terrificante ricerca della correttezza del linguaggio da parte di tutti i personaggi, anche quando la situazione richiederebbe un po' di sana franchezza, risulta veramente irritante, e, se la cosa è voluta, colpisce nel segno. Provate a contare quante volte viene pronunciata la frase "va tutto bene", anche quando è evidente che non va bene niente. Peccato averlo visto doppiato, probabilmente nella versione originale questi aspetti si colgono meglio. Però, come contributo originale al tema, ci pare un po' poco.
La Kidman è quasi credibile nel ruolo della supermanager sempre impeccabile ma con il desiderio di essere dominata, peccato che a volte, soprattutto quando sgrana gli occhioni azzurri, scivoli in qualche esagerazione macchiettistica. Lo stagista Dickinson ci risulta simpatico, più che per i meriti attoriali, per la sfacciataggine con la quale è capace di vendicare senza timore le migliaia di ragazzi costretti a sopportare le angherie di manager frustrati, e di aziende che li pagano una sciocchezza per lavorare come muli. Banderas è ridotto ad umile comprimario, ci si aspetta solo che da un momento all'altro compaia la gallina Rosita a confortare il suo ego ferito. Insomma, un pasticcio, che non merita il prezzo del biglietto nè il successo che sta registrando nei primi giorni al botteghino.
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